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Gli uomini nuovi e la partita del buon governo delle città meridionali

Ragionare sulla vittoria in controtendenza nazionale dei sindaci di centrosinistra, o dei movimenti civici che hanno sfidato il centrodestra in Puglia, esclude per principio il trionfalismo situazionista del governatore Michele Emiliano

Ragionare sulla vittoria in controtendenza nazionale dei sindaci di centrosinistra, o dei movimenti civici che hanno sfidato il centrodestra in Puglia, esclude per principio il trionfalismo situazionista del governatore Michele Emiliano. Non è stata affatto la vittoria del modello Puglia, e la gestione Emiliano della Regione non è affatto la prosecuzione della “primavera pugliese” delle amministrazioni Vendola come qualcuno oggi ha dichiarato. E’ invece accaduto altro, che sarà approfondito e analizzato nei prossimi giorni.

A Brindisi il nuovo sindaco Riccardo Rossi e lo stesso Partito Democratico che ne ha appoggiato il successo non hanno mai condiviso le discusse strategie del governatore barese, ma hanno applicato, a nostro avviso inconsapevolmente, uno dei principi fondamentali di un progetto politico e amministrativo che fu presentato 18 anni fa, che non ebbe mai seguito ma che oggi viene sfruttato molto bene dalla Lega in Veneto e Lombardia. Ne parleremo più avanti, perché è giusto cominciare invece dal caso Brindisi.

Ai brindisini che non hanno votato, circa il 60 per cento, porremmo volentieri una domanda con opzione di risposta unica: è meglio un buon prefetto, un buon questore o un buon sindaco? Non è una domanda capziosa, ma il tentativo di indagare sul crollo che a nostro avviso si fa sempre più inquietante della fiducia in un governo elettivo della cosa pubblica rispetto alle soluzioni proconsolari.

Certo, esiste una grande differenza tra il mandato morale a Matteo Salvini che per ora regge malgrado vengano calpestate ogni giorno dal leader della Lega le prerogative politiche del premier e le competenze degli altri ministri, e il ruolo e l’attività dei funzionari che lo Stato invia nelle sue periferie a vigilare sul rispetto delle regole e sulla sicurezza dei cittadini, ma a Brindisi (e solo di Brindisi intendiamo parlare) il livello di reputazione della politica non era sceso mai così in basso, tanto da far prediligere una gestione commissariale del Comune.

Il proconsolismo per fortuna non è stata la scelta  dell’altro 40 per cento, che è andato invece alle urne ed ha firmato una svolta mai immaginabile dopo gli ultimi tre o quattro anni di sfacelo amministrativo. Riccardo Rossi ha convinto e ha vinto perché non era l’homo novus isolato ( così i Romani chiamavano coloro che non avevano rivestito mai cariche pubbliche e non avevano discendenze influenti), ma perché era alla testa di altre donne e uomini nuovi. Bisogna inoltre confidare sulla sua propensione, da ingegnere e ricercatore dell'Enea, ad essere per formazione un portatore di innovazioni e un difensore delle stesse.

Abbiamo detto “ha convinto”: per ora ad ottenere di mettersi alla prova. Poi bisognerà conquistare l’intera città. Ha detto bene Vito Brugnola in un altro articolo che pubblichiamo oggi: bisognerà ricordarsi di quelle periferie urbane da cui può prendere forza il cambiamento, se il governo della città dedicherà ad esse la cura e le terapie sociali di cui necessitano da decenni.

L’obiettivo per Brindisi deve essere quello di recuperare e azzerare il distacco che ha subito in questi anni rispetto alle altre città della Regione. Bisognerà combattere su due fronti: quello esterno, dove gli interlocutori sono la Regione Puglia, il governo nazionale e l’Unione Europea; quello interno con l’impressionante mole di lavoro che non saremo certo noi a descrivere al nuovo sindaco e alla futura amministrazione.

A questo punto recuperiamo quel discorso sospeso all’inizio. Il 27 marzo del 2000, più o meno nelle stesse settimane in cui la provincia di Brindisi veniva liberata dalla piaga del contrabbando, a Eboli si riunirono i cinque candidati del Pds e del Partito popolare italiano alla presidenza delle Regioni Campania, Basilicata, Calabria, Molise e Puglia. Fu presentato un progetto, denominato “Manifesto di Eboli”, che doveva essere una risposta all’alleanza che si andava stringendo tra il Polo di centrodestra e la Lega di Bossi.

I principi fondamentali del Manifesto di Eboli erano: “'non prenderemo ordini dai partiti, né in sede locale né in sede nazionale'', “una grande alleanza meridionale federalista e autonomista, un patto tra i candidati del centrosinistra per riuscire a fare in modo che il Sud conti e sia visibile a livello nazionale e internazionale'', “il Manifesto di Eboli varrà non solo in campagna elettorale ma soprattutto dopo perché le Regioni devono non più gestire ma governare'', perciò le Regioni hanno bisogno di maggiore autonomia non solo in senso istituzionale e legislativo ma anche rispetto al governo centrale e ai singoli partiti, i presidenti delle Regioni devono produrre iniziative che possano avvalersi del contributo dei partiti, ma guai se questi diventano i terminali delle scelte e degli orientamenti.

Il patto era stato firmato il precedente 20 marzo a Napoli, su invito di Antonio Bassolino, da Nuccio Fava per la Calabria, Giannicola Sinisi per la Puglia, Michele Di Stasi per il Molise e Filippo Bubbico per la Basilicata. Quel progetto di federalismo del Sud, che subì attacchi politici da tutte le direzioni, era anche un’idea politica di riconquista del Paese dal basso, dalla buona amministrazione quotidiana dei territori, producendo servizi sociali innovativi, risolvendo le questioni delle fasce deboli, affrontando i temi della tutela del territorio e appropriandosi del controllo pieno dei finanziamenti europei, ottenere una differenziazione fiscale.

Qualcuno teorizzò che si voleva un Sud governato da cacicchi. In realtà, ciò è di fatto avvenuto ugualmente in varie Regioni, e chi segue le cronache nazionali sa di chi e di cosa parliamo, senza che il Manifesto di Eboli trovasse applicazione. Ma quell’idea oggi servirebbe a bilanciare l’enorme pressione federalista (e separatista) che la Lega esercita dalla Regioni che governa, mentre Matteo Salvini gira il Sud spostando l’attenzione dei cittadini meridionali sui flussi migratori, sui Rom, sulle scorte da togliere a chi combatte la criminalità organizzata.

L’idea della ricostruzione paziente dei processi democratici dal basso, ripulendoli dalla crosta del populismo, dimostrando che il buon governo della cosa pubblica nei territori è intanto una risposta immediata e diretta ai problemi delle persone, a nostro avviso è una strada vincente, ed ha vinto domenica a Brindisi, a Francavilla Fontana e ad Oria, e il 10 giugno in altre città della nostra provincia.

Chiediamo scusa per avere aperto un attimo il vecchio libro delle ricette mai usate dal centrosinistra: alcune sono ancora buone, e comunque sono sempre migliori delle riflessioni mai fatte dopo aver perso città come Roma e Torino, dopo aver perso il 4 marzo 2018 e dopo aver riperso il 10 e il 24 giugno. Tranne ieri a Brindisi, e negli altri luoghi dove non vi è stata più attesa dei tempi di soluzioni delle crisi nazionali come quella del Pd, ma si è costruita nei mesi una alternativa cambiando, di fatto, tutto.

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