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Essere genitori, un mestiere che si impara sul campo

Genitori si diventa assumendo una prospettiva molto più completa rispetto all'aspettare un figlio. Sono due cose diverse. Ricoprire il ruolo di genitore vuol dire assumersi responsabilità, farsi carico dei bisogni, che diventano primari, del proprio figlio, appagare e adattarsi a tali esigenze, cambiando il proprio ritmo quotidiano

Genitori si diventa assumendo una prospettiva molto più completa rispetto all'aspettare un figlio. Sono due cose diverse. Ricoprire il ruolo di genitore vuol dire assumersi responsabilità, farsi carico dei bisogni, che diventano primari, del proprio figlio, appagare e adattarsi a tali esigenze, cambiando il proprio ritmo quotidiano. Il mestiere del genitore richiede tempo in un percorso complesso di adattamento, elaborazione e tolleranza delle frustrazioni. Un mestiere che s’impara strada facendo.

Un’altra distinzione riguarda il bisogno o il desiderio legato alla maternità: in alcune donne prevale la voglia di sperimentare sentimenti di pienezza e di mettere alla prova il proprio corpo dimostrando che funziona bene; in altre donne, viceversa, l’interesse è spostato sul bambino considerato un oggetto separato da sé con cui stabilire una relazione di cura. Queste due prospettive possono coesistere alternandosi in ogni coppia che affronta consapevolmente la genitorialità, oppure presentarsi disgiunte con quadri clinici diversi.

Avere un bambino è un evento importante che stravolge l’equilibrio e fa prendere forma a diverse maturità sia per lo sviluppo sia personale che di coppia. Per l’individuale significa acquisire una nuova identità, madre o padre che sia, per la coppia può rappresentare la realizzazione di un progetto condiviso. L’arrivo di un figlio è un evento che assume importanti significati anche a livello sociale e intergenerazionale: consente all’essere umano di garantire la prosecuzione della specie, un continuum biologico, psicologico e culturale del proprio patrimonio familiare, un’opportunità di provare il senso di appartenenza alla stirpe.

Per quanto riguarda l’esperienza della genitorialità, inoltre, è possibile distinguere due tipi di modelli di comportamento a cui ognuno di noi fa riferimento: il primo è quello basato sull’imitazione in cui si aderisce al modello proposto dai propri genitori; il secondo è quello basato sulla contrapposizione in cui ci si propone di modificare il modello genitoriale che appartiene alla propria storia familiare.

Attraverso i nove mesi della gravidanza i futuri genitori hanno la possibilità di prepararsi sia fisicamente che psicologicamente al nuovo ruolo che li attende. Un processo psicologico di adattamento alla nuova realtà e di elaborazione dei cambiamenti rispetto alla vita precedente che si snoda in tre momenti: all’inizio, la novità della gravidanza è accompagnata dai mutamenti del corpo della madre e i genitori modificano il modo di pensare le dinamiche relazionali in un rapporto a tre.

Successivamente i caregivers cominciano a riconoscere il feto come un essere che alla fine verrà separato dalla madre, attraverso la percezione dei movimentali fetali. Infine, i genitori iniziano a sperimentare il figlio come individuo che contribuisce attivamente alla propria individuazione con ritmi e livelli di attività crescenti. Prende forma a questo punto nella mente dei genitori il cosiddetto “bambino immaginario”, cioè un’immagine di un figlio che corrisponde alle fantasie coscienti dei genitori sul bambino non ancora conosciuto.

Di fatto quindi il mestiere di genitore si impara sul campo, man mano che ci si imbatte nelle varie esperienze, facendo capo all’educazione ricevuta e ai propri vissuti. Altra nota degna di essere ricordata, è che se lo stile parentale può essere sempre lo stesso per più figli, ma non è detto che le modalità e le dinamiche debbano rimanere invariate, poiché ogni bambino è diverso, nasce con un temperamento suo legato ai geni, un suo ritmo, una sua particolarità nel carattere e necessita di cure e modalità diverse pur mantenendo gli stessi valori. 

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