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L’ultima intervista da sindaco

Il termine per il ritiro delle dimissioni è scaduto oggi, 31 agosto. Da domani la città sarà governata dal commissario prefettizio fino alle prossime elezioni. Quella che pubblichiamo è una sintesi di una lunga intervista, l’ultima da sindaco, che Domenico Mennitti ci ha concesso sabato 27 agosto. La versione integrale sarà pubblicata sul prossimo numero di Tutto Brindisi, in uscita il 10 settembre.

Il sindaco di Brindisi Domenico Mennitti

Il termine per il ritiro delle dimissioni è scaduto oggi, 31 agosto. Da domani la città sarà governata dal commissario prefettizio fino alle prossime elezioni. Quella che pubblichiamo è una sintesi di una lunga intervista, l’ultima da sindaco, che Domenico Mennitti ci ha concesso sabato 27 agosto. La versione integrale sarà pubblicata sul prossimo numero di Tutto Brindisi, in uscita il 10 settembre.

Sindaco, si sarebbe dimesso se non avesse avuto il problema di salute?

Sì, avrei lasciato ad ottobre. Arrivare alle prossime elezioni avrebbe significato portare avanti situazioni cristallizzate, o che peggiorano, di forze tradizionali il cui richiamo oggi non ha più nessun senso. Davvero ritrovate nel Pd la grande tradizione comunista e democristiana? E nel Pdl intravedete la destra costituzionale moderna? Ci sono solo organizzazioni politiche con apparati fuori dal mondo, che non contano nulla, ma gestiscono le liste e le candidature. Poi, come sapete, se dici che fai il sindaco fino alla fine, sei attaccato alla poltrona, se ti dimetti dicono che scappi. Nella vita ci sono quelli attaccati alle poltrone, quelli meno, e quelli che se ne fottono del pennacchio. Io credo di appartenere a quest’ultima schiera.

Ha detto che lasciava perché è giusto lasciare alle nuove leve. Perché solo oggi e non due anni fa?

Ci sono arrivato sul convincimento che la fase di ricucitura e restituzione alla città di una dignità istituzionale si era compiuta attraverso le ultime elezioni, che hanno significato, al di là dei candidati, un tentativo di grande ritorno. Io dalla mia parte avevo la lista repubblicana, depurata da certi personaggi, la mia lista e i partiti a mio sostegno, tutto il resto stava dall’altra parte. La parte di gente che alla politica chiede solo che amministri bene, non il favore, ha già fatto la sua scelta, al di là delle posizioni politiche.

Eppure non è che si riescano a distinguere così nettamente le controparti.

Perché le maggioranze degenerano quasi sempre insieme alle opposizioni: o una parte stimola l’altra in una gara di arricchimento, oppure se la porta nel fosso dei piccoli interessi che non ti fanno guardare lontano.

C’è chi dice che non ha fatto nulla e chi sostiene che ha fatto molto. Su Facebook c’è chi la osanna e chi la insulta.

È il sintomo di vecchie scorie che riescono a discutere solo in quel modo. Per chi sta in prima fila, e non può e non deve dire sì a tutti, il riconoscimento è sempre postumo: se dici no a qualcuno sei uno che se ne fotte dei bisogni della gente, se dici di sì sei un Santo.

Che voto si dà?

Figuriamoci! I voti non li do agli altri e non li do a me stesso. È stupido che uno si possa giudicare da solo. C’è il voto elettorale, che ha il suo valore in termini politici. L’altro, è più a lungo termine, è il voto che la gente dà quando i progetti si vanno a realizzare. Purtroppo le lentezze di sistema non ti consentono di cantierizzare le opere nei tempi che vorresti: sembra che in Italia tutti i progetti nascono per essere ritardati.

E per questo motivo non inaugurerà il nuovo lungomare Regina Margherita, emblema della sua Città d’Acqua.

Ma non è un problema di chi inaugura, se io o chi viene dopo di me. Io svolgo un servizio che prima o poi deve finire. L’importante è che a settembre partano i lavori da Porta Lecce alla casa del prefetto, e che siamo in corsa per un ulteriore finanziamento per rifare anche piazzale Lenio Flacco. L’importante è che si cominci. Se questi interventi non li avessimo mai progettati, chi verrà dopo avrebbe dovuto partire dall’inizio. Sarà così anche per il sottopasso di via Tor Pisana, che tra due mesi dovrebbe essere consegnato.

Lei vede una città che molti brindisini non riescono a scorgere.

Le grandi battaglie si fanno sulle prospettive, sui programmi, e in Italia non li guarda ancora nessuno. Brindisi però è cresciuta, questo è innegabile. La considerazione che oggi si ha di questa città, ovunque, è di un centro che sa dove vuole andare. Che vuole diventare post-industrialendisi in molti criticarono, non capendo che quella candidatura era parte di un progetto più ampio.

Cosa poteva fare di più? Ha qualche rimpianto?

Non ho rimpianti. Non sono venuto pensando “adesso vado a Brindisi e spiego come funziona il mondo”. L’elettore deve conoscere chi vota e deve esprimersi sulla base di questa conoscenza. La gente mi conosceva da 50 anni e se mi ha voluto sindaco, lo ha fatto a ragion veduta. Ricordate sempre che la situazione in quei giorni era drammatica, non dimenticatelo mai!

Ma qualcosa di quel periodo è sopravvissuto.

Non ci possono essere rottamazioni o rivoluzioni o ricambi totali: non si eliminano le classi dirigenti precedenti, puoi eliminare i principi. L’ambiente impregnato di cattivi odori non lo ripulisci in cinque minuti. Guardate a cosa accade oggi in Libia, dove i ribelli sono quelli che fino a tre mesi fa erano le seconde linee del regime. Dopo le invasioni barbariche non è semplice ricominciare. Il futuro sta nelle ceneri del proprio passato: bisogna riscoprire se stessi, le proprie passioni. E qui a Brindisi bisognava rafforzare il senso dell’istituzione. È quello che abbiamo fatto.

Antonino però si ricandida. È anche colpa del centrodestra, o c’è una fetta di città che non vuole proprio cambiare e resta aggrappata al passato?

Quello di Antonino è un problema su cui mi sono imposto di non intervenire. Il problema non è Antonino, è come si comporterà la città. Non spetta a me dire se uno si può candidare o meno. La risposta vera la deve dare la città.

Lilli Colelli su Brindisi Report, a proposito di personaggi che da 40 anni siedono in Consiglio comunale, ha scritto “rottamiamoli tutti”. Concorda?

Dico che rimanere fuori e lamentarsi è la cosa più sciocca e facile al mondo. Non basta criticare, bisogna confrontarsi, passare in prima linea. Certo che la riduzione del numero dei consiglieri potrebbe essere una spinta verso il rinnovamento del prossimo Consiglio comunale.

Come giudica il Consiglio comunale?

Non sono dalla parte di coloro che devono giudicare, ma in quella di quanti devono essere giudicati. La gente che sa tutto non mi affascina e non mi interessa. Abbiamo uno strano concetto della normalità: la normalità non significa essere eroi per fare quello che è normale.

I due consiglieri che ha più apprezzato?

Sono stati diversi: nella prima ma anche nella seconda legislatura ci sono state persone, alcune con maturata esperienza, altri giovani, che mi hanno colpito e che ho apprezzato. Ho cercato di fare del Comune un luogo che stimolasse la conoscenza.

Esiste a Brindisi una società civile migliore dei partiti?

La valutazione su questo tema è complessa. Oggi parliamo dei partiti avendone il ricordo di quello che erano. In realtà quei partiti non esistono più. In tutti questi anni la società civile è stata avanti alla società politica. I grandi cambiamenti sono stati sorretti dalla società civile. Ma la società civile fa la società civile, non può fare anche la classe dirigente. Deve stimolare, spingere i grandi cambiamenti. Poi le classi dirigenti trasformano queste spinte in un sistema democratico moderno. La società civile ha fatto il suo dovere, il sistema dei partiti e la società politica no.

I partiti sono in grado di difendere l’autonomia di questo territorio, un’idea di città diversa da quella delle politiche industriali decise altrove?

Chi fa politica non si può porre il futuro in termini di ineluttabile destino. Deve essere uno che crede che il destino lo fanno gli uomini. Io ho fiducia che la situazione migliorerà. La fiducia la devi predicare e devi dare ragioni perché sia condivisa. Io sono convinto di averlo fatto e sono sicuro che partendo da qui si possano raggiungere obiettivi ancora più grandi. Le battaglie che non si perdono sono quelle che non si fanno.

È quello che, più o meno, dice anche Jovanotti nel suo ultimo cd.

Capita qualche volta di essere in sintonia con qualcuno che appare diverso o lontano da te.

Anche Haralambides, che lei ha voluto all’Autorità portuale, sembra diverso e lontano da noi.

Forse gli è più difficile parlare con Brindisi che con il resto del mondo, ma questo può essere un punto di forza. Vendola mi ha riconosciuto di aver scelto un manager, fregandomene delle situazioni locali. Il punto è questo: tu devi sapere dove vuoi arrivare. Se ti fermi a raccogliere ogni cosa per strada, non ci arrivi più. La stessa cosa abbiamo deciso di fare con il Pug. La buona città oggi si fa con la buona urbanistica. La bozza di piano è stata approvata dalla Barbanente e ben accolta dalle opposizioni.

Però il documento di programmazione preliminare del Pug è stato approvato grazie alla presenza dell’opposizione in Consiglio.

Nel Pdl c’è una situazione strana, e non lo scopriamo oggi, ma il caos è diffuso. Spero che questi mesi servano a mettere in moto un minimo di cambiamento, di ricambio del personale politico che è fondamentale. Certo il sistema elettorale non ci aiuta: la preferenza unica è stata un disastro. Pensavamo che avrebbe distrutto i potentati, invece è servita a controllare ancora di più il voto. Ed a livello locale la lista civica, che prima era costituita da un gruppo di persone non ideologicamente inquadrate che avevano punti di riferimento civico e si facevano portatori di determinate richieste, oggi nasce in funzione della persona che la fonda.

Che campagna elettorale prevede: centrodestra contro centrosinistra, oppure due diverse idee di sviluppo?

Si chiameranno centrodestra e centrosinistra, ma auspicherei che il cuore del dibattito riguardi la città e le sue capacità e linee di sviluppo, la sua identità, non intesa solo come patrimonio del passato ma come proiezione nel futuro. Oggi condizioni per poter discutere ce ne sono. Il problema è verificare che ci sia chi le voglia discutere.

Questa città può cambiare?

Deve cambiare. Il fatto stesso che ne dubitiamo è strategicamente sbagliato. Deve cambiare perché ha le condizioni per farlo. Se non fossi stato certo di questo, non sarei venuto qui in piena bufera a Brindisi. Solo gli sciocchi pensano che con te il mondo inizia e finisce. Il destino di una comunità è un’altra cosa. E sul destino io sono pronto a scommettere.

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