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I genitori iperprotettivi tarpano le ali ai propri figli

I figli fin dal concepimento suscitano senso d'amore e cura come una pianta che cresce giorno dopo giorno. Spesso i genitori sono anche spinti dalla preoccupazione verso i loro pargoli

I figli fin dal concepimento suscitano senso d’amore e cura come una pianta che cresce giorno dopo giorno.  Spesso i genitori sono anche spinti dalla preoccupazione verso i loro pargoli. Accompagnarli a scuola, lavarli e pettinarli, dormire con loro coccolandoli, vestirli, preparare lo zaino e proteggerli da eventi pericolosi. Sono gesti naturali che servono per introdurre i piccoli nel mondo. Tuttavia se questi atteggiamenti sono perennemente accompagnati dalla paura, dalla tensione e se proseguono fino alla preadolescenza quasi affannosamente ed ossessivamente, potrebbero in realtà essere controproducenti.

L’iperprotettività consiste nella cura e controllo costanti, nell’ampliamento della preoccupazione di un possibile timore futuro. Se persiste soprattutto durante il periodo dell'infanzia e della crescita, può causare danni psicologici permanenti. Pare che l’ansia, l’eccessiva preoccupazione creino malessere e senso d’incapacità nell’autostima del bambino. Un controllo costante di fatto limita l’indipendenza, l’autonomia, l’esplorazione e far sentire il piccolo, l’adolescente e l’adulto poi meno capace di regolare il proprio comportamento in base alle situazioni.

L’idea di fondo dell’iperprotettività diventa sostituirsi al bambino nelle cose che fa, che pensa, nelle decisioni, invadenza nella sua privacy: pertanto il piccolo inizierà a convalidare l’ipotesi di non farcela da solo, che ha sempre bisogno di qualcuno per fare ed essere rassicurato se dovesse procedere da solo, e che il mondo fuori dalle mura domestiche è pericoloso, minaccioso. Prevale la sfiducia negli altri e in sé, anche se apparentemente ci si sente forti e autonomi; si costruisce uno scudo tra sé ed il mondo giocando sempre in difesa.

L’insicurezza fa aumentare la paura che succederà sempre qualcosa di pericoloso tale da non riuscire a superarla. Tutto questo spinge il bambino a non esplorare, a non essere autonomo, a preferire sempre la compagnia dell’adulto rispetto a quella dei pari. I genitori possono assumere questo stile educativo per esperienze personali, per tentare di essere perfetti, per ridurre il timore che accada qualcosa; di fatto soddisfano il proprio bisogno di controllo e ansia, proteggere il bambino da ogni frustrazione, assumendo un atteggiamento colpevolizzante e invischiante.

Spesso infatti è più il bisogno personale di placare un senso di timore e paura, che di fatto una preoccupazione reale. Essere genitori lo si impara man mano, consapevoli sempre del fatto che quel “cordone ombelicale” va allentato pian piano perché il bambino possa non avvertire l’ansia stessa dei genitori. Questo non vuol dire essere permissivi o superficiali. Il bambino, infatti, ha certamente bisogno di protezione ma allo stesso tempo gli si deve permettere di esplorare l’ambiente in modo autonomo pur facendo affidamento sulla presenza del genitore.

Saper sopportare la frustrazione dell’insuccesso, delle difficoltà, il potersi fidare di sé per camminare nel mondo con curiosità sono aspetti fondamentali per crescere liberi e forti. Questo atteggiamento permette e rispecchia le caratteristiche delle relazioni interpersonali basate sulla fiducia. Ai figli vanno donate le radici per amare le proprie origini e le ali per esplorare il mondo intorno a loro. (rita.verardi@libero.it)

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