Opinioni

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Non giochiamo a fare la città del vino: diventiamolo

Alcune considerazioni sulle sagre e su ciò che potrebbe dare all'economia locale la promozione permanente della nostra Doc

BRINDISI - Sabato sera non si è capito se si festeggiava San Martino, cioè il vino, o se attraverso il vino si è cercato di far vendere qualche paio di scarpe, di calze o di mutande in più ai negozi del centro. Ma tant’è, meglio una sagra in più, pur se pasticciata, che il deserto dei corsi. Di apprezzabile c’è comunque il proposito di cercare una via di uscita da una crisi che rischia di diventare irreversibile. Una crisi che ha più facce.

 C’è un problema del centro storico, comune ormai a tutte le città, soprattutto a quelle che non sono state ancora capaci di darsi una precisa identità urbanistica; c’è un problema economico, la cui gravità incide enormemente soprattutto sulle attività commerciali; non è secondaria, infine, l’assenza in loco di uno zoccolo culturale capace di progetti e iniziative originali e innovative. Siamo terra di replicanti e, per giunta, copiamo male e pure in forte ritardo.

Prendiamo il caso della cultura. Tutti ne parlano, tutti ritengono che progettare biblioteche, mediateche, “mediaporti” o minchiate affini, ristrutturare e recuperare edifici storici o capannoni industriali in disuso possa rappresentare un investimento capace di dare occupazione e benessere.

A patto che si esca da questa “annuncite assemblearista” (la partecipazione è cosa diversa) che pare contraddistinguere l’attività della nuova amministrazione comunale, va tutto bene, sempre che tutte le iniziative siano compatibili e coerenti con  un progetto città che nessuno ancora conosce, e comunque uscendo fuori dalla genericità.

Occorre una risposta equilibrata e competente al corteggiamento, spesso pernicioso, dei professionisti della spesa. Chiedere pubblici finanziamenti senza sapere poi che farne di certe realizzazioni, o se esse sono davvero utili e funzionano, è una delle tante piaghe del nostro Paese, del Mezzogiorno in particolare. La storia della nostra città ne è piena: dagli scheletri dei dissalatori sulla costa nord a quelli delle paline dei “bus a chiamata” nel centro storico che nessuno rimuove. E sono solo due dei tanti esempi.

Dopo le delusioni dell’industrializzazione, si pensa al futuro guardando al passato. Nel nostro caso all’agricoltura e al porto. Niente male se lo si fa con competenza, professionalità e senza dannose furbizie. La festa di sabato scorso per San Martino, con tutti i suoi limiti, s’inquadra in questo disegno. La prima accortezza è quella di evitare la sporadicità.

Se la festa ha funzionato, istituzionalizziamola trasformandola in un appuntamento fisso e soprattutto superando la logica e i limiti della sagra. Come? In primo luogo rendendo davvero Brindisi la città del vino: per storia, per economia e per cultura. Una decisione immediata –dopo gli ultimi delitti urbanistici- dovrebbe essere quella di cercare qualche vecchio stabilimento vinicolo, se ancora ce ne sono, vincolarlo e poi acquistarlo per farne un museo del vino brindisino, e della sua storia.

Se pensate all’impegno che ci si mette (doverosamente) per quattro pietre di duemila anni fa su cui si può raccontare tutto e il suo contrario, e non si spende un accidente per ciò che era la nostra città sino a qualche decennio addietro, viene da vergognarsi! L’archeologia industriale è per altro patrimonio che rende per le molteplici attività che può sviluppare. Senza andare lontani, a Manduria dalla cantina-museo del Primitivo transitano ogni anno migliaia di visitatori e si vendono altrettante migliaia di bottiglie.  

Per consolidare e rendere permanente la cultura del vino non bastano sagre e iniziative affidate a privati e con soldi pubblici (in qualche circostanza con  significativi conflitti di interesse). Ci vuole ben altro. E’ assurdo che Brindisi non abbia una scuola che insegni l’agricoltura ai giovani, che l’unico istituto tecnico agrario si trovi ad Ostuni, e che ora l’università di Lecce dedichi al vino un indirizzo di studio e di laurea.

E’ altrettanto assurdo che Brindisi che possiede una doc per il suo vino, poi non la trasformi in una formidabile occasione culturale ed economica. Il Rosso Brindisi Doc non lo conosce nessuno, i pochi soldi disponibili del Comune impieghiamoli nella creazione di una fondazione che abbia lo scopo di farlo conoscere e valorizzarlo, invitando a farne parte tutti i soggetti pubblici e privati che ne hanno interesse, dalla Camera di Commercio alle associazioni di categoria, ai singoli operatori. Una istituzione che vada oltre i compiti del pur esistente Consorzio e che, stando almeno a ciò che pubblicamente emerge, non si distingue certo per brillantezza.     

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Commenti (1)

  • E' vero,anzi verissimo, quanto scrive l'autore dell'articolo. Ora mi chiedo: ci sarà tra quella "gente" ( evito il termine più appropriato per non essere denunciato) che presume di amministrare la cosa pubblica , tra una farneticazione demagogica ed una paranoia ideologica, chi saprà mettere in atto i pratici suggerimenti descritti nell'articolo? Boh, staremo a vedere……..

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