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Le "ultimarie" del PD, tutte le cose che non ci siamo detti

Una riflessione di Ernesto Musio, che non ha più preso la tessera del Partito Democratico

Nicola Zingaretti e Maurizio Martina

Occorre essere un partito davvero geniale per ridursi a fare un congresso ben dopo un anno esatto dalla più catastrofica sconfitta della sua storia e a ridosso di elezioni così decisive per il futuro dell’Europa! Ma ciò che colpisce di più è che si arriva al congresso con la mancanza di un minimo d’analisi autocritica sulle ragioni di una perdita di consenso dalle proporzioni bibliche!

Nell’era della rivolta sovranista alla globalizzazione di crescenti masse popolari dell’Occidente e dell’affermarsi di ciò che con inquieta efficacia è stato chiamato “disumanesimo”, è serio ridurre ancora il congresso a una conta tra dirigenti, senza capire ad oggi nemmeno bene su quali contenuti e prospettiva?

Occorre essere dei novelli gramsciani per comprendere che è basilare provare a leggere e a interpretare le trasformazioni strutturali in corso nella società italiana (delle quali il tema dell’immigrazione è solo una parte sensibile), foriere di quel dilagante sentimento comune sul quale la destra salviniana sta costruendo cinicamente e abilmente una egemonia sociale, se non ancora una vera e propria egemonia culturale?

E poi, è politico non vedere e non contrastare il pericolo che il patto di potere tra Salvini e Di Maio possa produrre la saldatura di un nuovo, maggioritario e duraturo inedito blocco sociale di destra? Ci si può limitare a opporre a questo pericolo il richiamo continuo del dato di realtà che il PD ha dovuto fronteggiare, dalla ingratissima postazione di governo, la più devastante crisi economica del dopoguerra?

E tuttavia, questa impostazione non costituisce alibi per impedirsi un severo, ineludibile ripensamento della politica economica messa in campo nel quinquennio passato, che è stata utile ad impedire che il Paese precipitasse nel baratro, ma non a sviluppare contestualmente quelle dinamiche idonee ad affrontare il dramma delle immense diseguaglianze economiche e sociali che la crisi produceva, oltre ad una insostenibile crescita delle povertà?

E’ lecito autocriticamente ritenere un grave errore aver perseguito con arrogante esibizione la disintermediazione di interi corpi sociali? Non è stato “populismo” pure questo? Non Keines, ma interpellando il semplice buon senso della massaia, non si ricava che, nei periodi di crisi, elargire una miriade di bonus, per di più in modo non selettivo, insopportabilmente indiscriminato, non incentiva in modo significativo i consumi, non induce cioè i cittadini a spendere di più ma, al contrario, data l’incertezza dei tempi e la sfiducia nel futuro, casomai a risparmiare di più, come dimostra del resto l’accrescimento del livello della ricchezza privata del Paese?

Se è vero, come è vero, che il bene supremo della politica è la credibilità, non sarebbe il caso di riconoscere pubblicamente che sarebbe stato più lungimirante puntare da subito quasi tutto il denaro possibile, anche ricorrendo a un maggiore deficit, negli investimenti pubblici, nonché in una robusta riduzione del cuneo fiscale, scommettendo nel medio periodo su una visibile ripresa della produzione e dell’occupazione stabile, e quindi a una condizione sociale ed economica più adatta ad aggredire la nostra perenne zavorra, costituita da quell’immenso debito pubblico, difatti rimasto intatto, malgrado i sacrifici?

Nel contempo, non c’è stato un colpevole ritardo, elettoralmente punito, nell’affrontare, peraltro molto timidamente, con il Reddito di Inserimento del buon Gentiloni, quell’insostenibile crescente povertà sociale che si è sentita disconosciuta dalla perseverante esaltazione della ripresa, della meritocrazia (dei pochissimi per definizione), e dal gingillarsi con i Marchionne di turno, pur bravi ognuno nel proprio campo? Vaste masse popolari si sono sentite da noi abbandonate, “non viste”, tradite. In quella grandissima sofferenza sociale che si è sentita non ascoltata la sinistra ha amaramente smarrito la propria ragion d’essere, la propria ragione sociale, ha perso il proprio popolo naturale.

Non è forse necessario elaborare ed offrire agli italiani una diversa strategia sociale e una nuova politica economica che, sulla base di un ripensamento di fondo e pur ripartendo dai molteplici punti di forza del recente passato, come ad esempio industria 4.0, i diritti civili, il Reddito di Inserimento da potenziarsi, ecc., affronti a piene mani il problema gigantesco della nostra crescita e della nostra produttività, in gravissimo ritardo da decenni rispetto al resto dell’Europa e soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia il quale, in aggiunta, con le autonomie differenziate che vanno profilandosi, sdoganate dalla micidiale riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 di sinistra memoria, rischia addirittura il collasso definitivo?

Ciò va pure ricordato perché sarebbe fuorviante e depistante ritenere che la deriva nazionale odierna, che è insieme culturale, politica ed economica, non sia addebitabile a una lunga fase storica, (come è stato autocriticamente riconosciuto da uno dei suoi massimi protagonisti), della quale quella renziana è buona ultima, l’epilogo, forse nemmeno la più significativa.

L’economia è sempre stato il banco di prova di qualunque governo. E lo sarà anche per quello “occasionale” odierno, pomposamente autodefinitosi del cambiamento, ma che, al contrario, sul tema è in continuità con il passato, anzi ne sta amplificando gli errori con politiche ancor più meno anticicliche, i cui nodi acquisteranno dolorosa visibilità sociale con i prossimi bilanci, dopo il tagliando delle elezioni europee, in vista delle quali oggi sono finalizzate tutte le azioni, e le non azioni fatte di rinvii, governative.

E comunque, la velocissima erosione elettorale dei 5stelle non può fare da velo e impedire a un partito che voglia ripartire di “tornare a fare politica”, per fronteggiare l'alternativa reale che esiste già, con o senza elezioni anticipate, ed è quella di “destra centro” a marchiatura e a dittatura salviniana. Sarebbe poi il massimo dell’autolesionismo aver partorito una legge elettorale proporzionale davvero geniale e non porsi, assieme a quello delle alleanze sociali, anche quello delle alleanze politiche, quantomeno per un domani prossimo sperabile nel quale si possa contare anche numericamente qualcosa!

I tanti come me che dopo decenni con sofferenza non hanno rinnovato la tessera nel 2018, e che gli è magari capitato di dimettersi da una segreteria provinciale il pomeriggio del 27 gennaio 2018, nelle ore nelle quali si consumava tra Roma e Bari il mercanteggiamento delle candidature alle politiche, che umiliava palesemente il PD della provincia di Brindisi, probabilmente è l’ultima volta che andranno a votare per l’elezione del segretario di quello che, con il bello e con il brutto tempo, è stato sempre il proprio partito, per ultimo sostenendo Renzi, seppur non renziani per cultura politica, in favore di quel cambiamento che con il passare del tempo, dal Referendum costituzionale in poi, si è scolorito fino a rivelarsi un’amara abbagliante illusione.

E nel deserto, nell’afasia delle idee nelle quali sembra si sia isterilito un intero gruppo dirigente, pur senza grandi entusiasmi, tanti come me andranno a votare, da semplici elettori, Nicola Zingaretti, il quale non è stato parte né protagonista di un governo sconfitto. Ciò non vuol dire che iilgoverno precedente non debba essere, anche nei merito delle singole personalità ministeriali, comunque giudicato nel tempo, - oltre i suoi esaltatori acritici, oltre i suo feroci denigratori attuali -, con le lenti meno soggettive della storia, depurata dei sentimenti e dei risentimenti di un presente contradditorio e incattivito, “disumano”. 

Ma Zingaretti appare l’unico oggi ad avere una qualche residua chance di farci riprendere il cammino, non tanto per quel, come gli altri due candidati, ha poco detto, ma per quello che di convincente e rimotivante solo lui dà la sensazione e la speranza di poter dire e fare da segretario. Occorre il segnale di una cambiamento reale, non la rincorsa di una illusoria impossibile rivincita.

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