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"Vi racconto come sono diventati consiglieri quei tre. E' anche colpa mia"

Una intervento di Carmine Dipietrangelo rivela i retroscena della candidatura al Comune di Brindisi di Alessandro Antonino, Antonio Manfreda e Giuseppe Massaro

BRINDISI - Riceviamo e pubblichiamo questo articolo, in gran parte autocritico, inviatoci da Carmine Dipietrangelo, esponente di Articolo Uno - Mdp, sulle vicende che hanno provocato in consiglio comunale l'uscita da Leu di tre elettio che in realtà non hammo mai voluto aderirvi. 

Ci risiamo. Ad iniziare il ballo questa volta tocca a tre consiglieri comunali candidati nella lista di Leu. Ad un anno di distanza dalle elezioni amministrative si sono messi in movimento i soliti guastatori e gli arnesi di una politica che a Brindisi è dura a morire. Arnesi e soggetti dai legami ambigui e con una idea di amministrazione della cosa pubblica più predisposta a dover dare soddisfazione a soggettive brame clientelari e familistiche o a sistemi di potere consolidatisi negli anni, che a dare risposte ai tanti problemi di una città in grande sofferenza sociale.

Programmi, principi, valori, senso dell’appartenenza per costoro sono solo orpelli di cui al primo momento opportuno bisogna liberarsi o rimuovere. Ci sono sempre stati consiglieri che una volta eletti si mettono sul mercato politico e vivono più che di studio, di elaborazioni di proposte, di impegni per la città, di incontri tra di loro in commissioni consiliari convocate più per prendere gettoni che per istruire provvedimenti amministrativi.

Sono quelli che a causa delle loro insoddisfazioni e frustrazioni si cimentano nel mestiere di consigliere comunale pronti a mettersi in proprio più che per dare, per avere. Sono corteggiati e lusingati da coloro che hanno tutto l’interesse a mettere le mani sulla città per continuare ad utilizzarne voti e possibilità di miseri affari. Vivono con e di pettegolezzi che si sviluppano nelle vicinanze del Comune e certe volte fomentati o suggestionati anche da funzionari comunali insoddisfatti o da rappresentanti di interessi non soddisfatti.

Insomma si sono messi in movimento i vecchi meccanismi che partendo da fuori dalla città cercano, a costo di far perdere quel poco di autonomia rimasta o riconquistata, quegli ascari in servizio permanente effettivo che tanto danno hanno apportato a Brindisi destabilizzandola e privandola nel corso degli ultimi 20 anni di governi cittadini stabili e duraturi.

Si sperava di più soprattutto da chi candidandosi in una lista come Leu, doveva essere consapevole più di altri che la rottura con il passato non era solo con chi aveva avuto responsabilità amministrative precedenti, ma soprattutto con le pratiche politiche e amministrative degli anni precedenti. Il cambiamento non si può limitare alla mera sostituzione di persone e se non realizzano cultura politica nuova, azioni amministrative diverse e innovazioni da lasciare il segno, si scade nel gattopardismo. E quindi non cambia mai niente. Dico sempre che non si possono fare cose nuove facendo le stesse cose.

E allora un po’ di verità è necessaria anche per evitare di essere coinvolti se pur indirettamente da comportamenti e scelte che non possono mettere in discussione la serietà, la coerenza e l‘affidabilità di chi ha consentito a questi tre consiglieri di far parte di una lista dai chiari connotati di sinistra. Fui tra coloro che assieme al Pd indicò Riccardo Rossi con l’intento di costruire una coalizione dai chiari confini politici e di rottura con il passato.

La lista di Liberi e Uguali per Brindisi fu composta con il contributo di Articolo Uno, di Sinistra Italiana e di Possibile, e malgrado i non soddisfacenti risultati elettorali delle elezioni politiche del 4 marzo da parte di Leu, decidemmo di mantenerne il simbolo. La storia della presenza in lista di questi consiglieri la conoscono gli interessati e la conosco bene anche io essendone stato protagonista della composizione di quella lista.

Innanzitutto Alessandro Antonino mi fu proposto da Matarelli all’epoca deputato di Articolo Uno movimento abbandonato dal nuovo sindaco di Mesagne a causa della sua esclusione dalle liste per le elezioni politiche. Antonino una volta eletto non ha mai voluto aderire né a Leu e né ad una delle tre componenti, ma pretese di fare il capogruppo. E già questo la dice lunga. E ad amor del vero ha sempre detto a tutti che lui avrebbe sempre seguito le indicazioni del suo mentore Matarrelli ribadendo in ogni occasione la sua estraneità a Leu e ai suoi componenti.

Per lui, ahimè, garantii io anche nei confronti di chi era perplesso per la sua presenza in lista. Antonio Manfreda già consigliere comunale e assessore ai servizi sociali in una delle giunte di Consales per i criteri adottati nella coalizione non poteva far parte di nessuna lista che avrebbe sostenuto Riccardo Rossi. Per lui fu adottata una deroga e su richiesta anche di Rossi fu candidato nella lista di Leu. Anche Manfreda non ha mai voluto aderire né a Leu e né ad alcuna delle componenti. La sua formazione e la sua storia, il legame con il compianto Carmelo Palazzo non lo hanno mai fatto schierare su scelte politiche chiare nazionali, preferendo il livello cittadino per il suo impegno.

Giuseppe Massaro è diventato consigliere a seguito della nomina di Cristiano D’Errico ad assessore al bilancio. La sua fu una ambiziosa autocandidatura e sollecitata dalla Cgil, organizzazione di cui fa parte. Per decenza e per amor di patria tralascio le pressioni ricevute per farlo diventare consigliere comunale e convincere D’Errico ad accettare la proposta per fare l’assessore, così come tralascio il comportamento di Manfreda (prima a tutti costi presidente della commissione servizi sociali e poi dimissionario dopo pochi mesi) e le sue richieste o pretese pervenute in questo anno di consiliatura.

Massaro però aveva aderito ad Articolo Uno e per suo conto si muoveva alla ricerca di presunti spazi, di manovre per strane aggregazioni consiliari. Per questo comportamento e per le sue pretese e millanterie non è stato mai preso in considerazione. Questo è il quadro. Cui prodest? Certamente va fatta una riflessione autocritica, ed io per primo l’ho sviluppata comunicandola agli interessati. Liste composte in quel modo e da ambiziosi senza principi e senza valori ma abituati ad avere padroni non aiutano la credibilità dei progetti politici.

Tutti e tre sapevano che Leu era un progetto già fallito e a cui nessuno di loro aveva mai voluto aderire, e i suoi soggetti politici nazionali legittimamente nelle loro differenti collocazioni hanno cercato di chiedere voti per le rispettive liste nelle recenti elezioni europee. Ma questo non può essere l’alibi per affermare come è stato detto dai tre che si andava alla “ricerca di spaccare il partito”. Ma di quale partito parlano. Leu non è stato mai un partito, e se lo fosse stato i tre non avrebbero mai voluto aderirvi.

La città ha bisogno di chiarezza. Per queste ragioni ho voluto dare il mio contributo, assumendomi tutte le mie responsabilità, ad una storia non edificante che non ha niente di politico e che però mi auguro serva da insegnamento a tutti, anche ai tre protagonisti. Adesso spetta innanzitutto al sindaco e a tutti coloro che sottoscrissero il documento dei motivi per la sua candidatura e il programma con cui la coalizione dal chiaro profilo politico vinse le elezioni, ribadire la forza della rottura con il passato per garantire anche l’autonomia delle proprie e rispettive scelte.

Carmine Dipietrangelo

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