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Tra criminalità e occasioni perdute: una città eternamente al bivio

Le statistiche non posso esorcizzare la gravità di quanto accade, e la politica deve smetterla di perdere tempo su emergenze sociali e sviluppo

Francamente siamo un po’ stufi delle geremiadi politico-istituzionali sullo stato dell’ordine pubblico e della sicurezza a Brindisi. E’ la solita solfa da anni. Chi scrive si è occupato di cronaca nera e giudiziaria per 20 anni , e vi può garantire che tono e contenuti non sono mai cambiati. Neppure l’uso strumentale che qualcuno fa degli effetti collaterali degli atti criminosi.

L’unica cosa che è cambiata, purtroppo, è l’età media dei poliziotti, dei carabinieri e dei finanzieri in servizio, sempre più avanzata, e la cronica carenza di mezzi e operatori per controllare il territorio assegnato. E tutto lo sforzo intellettuale della politica si concentra sulla richiesta di più pattuglie, più agenti e militari in strada, magari con l’impiego di supporto anche della fanteria di marina e della Nato, puntando sulla combinazione dissuasione-repressione che si ritiene vincente.

Da altre parti, invece, le rassicurazioni giungono sotto forma di numeri: le rapine sono calate, come i reati più gravi. Quindi? Anche qui bisogna dire che c’è una grande differenza tra le statistiche sul crimine e la percezione obiettiva dei cittadini, e che le cifre non colgono alcuni fattori inquietanti: gli autori dei reati sono sempre più giovani, si attuano azioni a mano armata in luoghi affollati, si spara con maggiore frequenza. Insomma, sul piano dell’impatto sociale, una rapina ne vale dieci. Ed è ciò che conta davvero.

Brindisi, questo è il vero problema, non ha ancora colto dall’Operazione Primavera (l’anno prossimo ne festeggeremo il ventennale) ad oggi la vera essenza del problema, e ne ha aggravato la portata. Il contrabbando ha determinato un profondo inquinamento sociale sovrapponendo e legittimando un mercato del lavoro illegale a quello legale, e su questo aspetto nessuno ha mai lavorato concretamente.

In cambio del consenso elettorale, la questione del post-contrabbando è stata sistemata distribuendo posti nelle aziende di pubblico servizio, alloggi popolari, sussidi. Ma la chiave di una casa comunale non poteva aprire automaticamente anche la strada verso un nuovo rapporto con i doveri sociali di molti di attori e comprimari di quella che fu Marlboro City.

L’attenzione alla formazione professionale, all’istruzione, alla qualità della vita nei quartieri, all’efficienza dei servizi, e soprattutto alle vicende della questione-lavoro si è rivelata, a conti fatti, assolutamente non adeguata. Anche lo Stato, deposte le armi, non ha utilizzato interventi speciali di risanamento.

Dopo vent’anni i sindacati devono ancora fare i conti con le conseguenze dei massimi ribassi negli appalti e con dipendenza di buona parte del tessuto industriale dalle sorti dei grandi gruppi; in molte famiglie si va a cena la sera con il convitato di pietra dell’incertezza del posto di lavoro; via Benvenuto Cellini è diventata il set di un film poliziesco senza fine; il patrimonio pubblico è indifeso; in alcuni quartieri gli unici segni di vita sociale arrivano dalle scuole e dalle parrocchie.

In questa incubatrice – ci scusiamo per le semplificazioni - crescono i rapinatori, si decide di mettere la propria incensuratezza di ragazzi a disposizione delle reti di spaccio, si prenota la galera per una parte della propria vita. Ormai è chiaro: tutto ciò che è stato fatto è in gran parte sbagliato. Qui non c’entrano i migranti, non c’entra la legittima difesa, non c’entra la presunta debolezza delle leggi.

Brindisi però continua a non cogliere le priorità. Si parla di spostare una colmata come se si trattasse di una questione di vita o di morte per il porto, magari senza spiegare alla gente che poi bisognerebbe rifare il progetto, richiedere le autorizzazioni, e ci vogliono anni. In cambio di cosa? Ci venga spiegato cosa si perderebbe e cosa si guadagnerebbe sul piano del lavoro, dello sviluppo e, ma sì, anche dell’ambiente.

Forse non si è ben compreso quanti anni ha perso questa città per tornare in corsa, e quanti giovani se ne vanno ogni anno, per costruire altrove la loro vita privata e professionale. Ci sono battaglie giuste, e battaglie di retroguardia, e non bastano le sigle per auto-attribuirsi la ragione.

Bisogna rigenerare interi quartieri, bisogna costruire adesso le garanzie affinché i mutamenti industriali che arriveranno non lascino centinaia di persone senza lavoro. Bisogna battersi per una sanità migliore. Bisogna riempiere il porto di merci. Ci vogliono anni di duro lavoro per cambiare questa città. Nessuno può promettere il contrario.

Si può però cominciare, non necessariamente con il consenso unanime. “La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”, disse il padre della teoria della relatività. Quindi, a volte, è necessario capire quale sia il compagno di strada giusto.

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