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"Contratto di sviluppo, sperimentare concertazione permanente"

L'analisi del segretario generale della Cgil, Antonio Macchia, su bisogni della città e dell'economia brindisina

BRINDISI - Riceviamo e pubblichiamo questo e riflessioni sul Contratto di sviluppo per Brindisi inviatoci dal segretario generale della Cgil, Antonio Macchia.

"Nell’ambito della strategia dei Contratti Istituzionali di Sviluppo e, quindi, anche di quello per Brindisi, riteniamo fondamentale coniugare in modo del tutto diverso dal passato nuove politiche di rigenerazione urbana e rilettura dei luoghi in cui si svolge la vita dei singoli cittadini, anche dal punto di vista ecologico e paesaggistico, e portando avanti, altresì, l’asse delle infrastrutture produttive.

In quest’ottica, l’attuale fase di decarbonizzazione e sostenibilità ambientale deve assumere centralità la Cittadella della Ricerca con il supporto delle Università Pugliesi, così come occorre necessariamente rilanciare  il Laboratorio Chimico Ambientale di Enel che ricopre un ruolo strategico per gli aspetti ambientali e per la transizione energetica verso le rinnovabili innovative. Importante è il recupero non solo del previsto carbonile per la logistica portuale, ma anche delle aree già dismesse tra cui l’impianto ex Veolia e l’attigua discarica di proprietà del Comune e dell’Asi di Brindisi.

Le esperienze del passato, dettate da logiche asfittiche tese al massimo consumo del suolo ed alla cancellazione dei valori storici e culturali di una città o di un territorio, dovrebbero insegnarci che non può esistere competitività del sistema produttivo senza una rete di infrastrutture adeguate, innovazione e accrescimento culturale, quindi, senza la capacità di attrarre lavoro e indotto da parte dei contesti in cui si vive.

Questo significa che i luoghi devono potere essere in grado di esprimere un’elevata qualità di vita, in termini di residenza, ambiente, sistemi di mobilità, offerta di servizi sociali e culturali. La città e i territori vanno considerati come organismi complessi e stratificati, al cui interno assumono un rilievo maggiore le parti storiche o consolidate, anche per il loro valore sociale, culturale ed economico  e per le capacità relazionali con il resto della città.

E questi spazi, questi luoghi, questi manufatti (pubblici o privati che siano) che compongono un organismo urbano o territoriale incidono sulla vita di ognuno di noi e contribuiscono al nostro benessere, sono beni comuni, come lo sono tutti quelli immateriali, a cui si guarda con sempre maggiore attenzione, che hanno concorso alla formazione di una cultura di comunità.

Per affrontare con coerenza le trasformazioni in atto ed ancor più quelle che si stanno delineando sarà necessario rivedere strumenti, linguaggi, atteggiamenti, procedure (anche fiscali e finanziarie) connesse all’uso ed alla tutela delle nostre città, a partire da quelli della programmazione economica e del governo del territorio.

La prospettiva di un parco progetti esteso nell’ambito del contratto istituzionale di sviluppo per Brindisi, al di là della indubbia soddisfazione per tutte le opportunità che si possono mettere in campo per invertire una tendenza, dal degrado e la recessione economica di questi anni ad un modello di sviluppo socio-economico diverso, pone l’esigenza di un confronto aperto e costruttivo che veda coinvolti tutti i soggetti interessati, che sappia traguardare il momento ed il particolare.

Per prima cosa devono essere cancellati logiche e prassi, linguaggi e interessi del passato, proprio perché se alla base di questo processo ci sono i progetti di un’idea diversa di città e la rigenerazione urbana, questo significa che la partecipazione attiva ed effettiva deve essere elemento basilare di questa nuova fase, non quella di routine e asfittica, ma quella che sappia tenere conto di idee e contributi che possono venire per costruire un risultato qualitativamente migliore.

Non è indifferente rispetto alla ricerca di questa qualità lo scegliere procedure di affidamento delle progettualità possibili attraverso procedure aperte, attraverso lo strumento dei concorsi, perché è evidente che solo da questo può giungere un risultato qualitativamente migliore e si consegue l’obiettivo, che non è sovrastrutturale, di allargare il senso identitario e di appartenenza.

Deve essere, poi, altrettanto chiaro che non si tratta di mettere insieme semplicemente per sommatoria questi progetti, ma che tutto deve concorrere ad un’idea di città, ad una strategia e ad una programmazione unitaria, come non è avvenuto sino ad ora e in questi anni. Rigenerazione non è solo arredo urbano di una piazza o illuminazione di un’area, è pensare complessivamente ai luoghi, a chi ci abita, ai rapporti fra le parti, alla realtà sociale, ai beni immateriali di cui parlavamo prima. Naturalmente è anche guardare ed affidarsi a procedure semplificate, che non tralascino, però, o mortifichino i concetti fondamentali della sostenibilità urbana e della qualità dell’esistente.

Concordiamo che in questi nuovi processi, proprio perché la città è un corpo unico, con le sue specificità e con le sue problematiche, le attenzioni si debbano rivolgere alle periferie, al centro storico ed al sistema costiero, cardini di un nuovo modello di sviluppo che deve differenziarsi da quello che questa città e questi territori hanno conosciuto a partire dagli anni ’60.

Nella riunione svoltasi nelle scorse settimane presso il Palazzo di Città abbiamo positivamente appreso che su questi temi e su questi ambiti si sta concentrando il lavoro degli uffici e dei tecnici interessati, ma ci auguriamo che, sia pure all’interno di un tracciato reso accidentato dai tempi ristretti e dalle difficoltà anticipate, si sappia favorire ulteriori e proficui momenti di confronto.

In questi tre ambiti vi sono elementi comuni su cui intervenire quali le pavimentazioni, le illuminazioni, il verde, i parcheggi, la sicurezza, ma ve ne sono altri che sono propri dei diversi luoghi e vanno attentamente preservati e qualificati.

Centro storico (per il quale vanno studiate forme specifiche di tutela, anche in considerazione dei siti archeologici individuati e mai resi fruibili) come quartieri storicizzati, quali Cappuccini o Casale, non possono essere più oggetto di trasformazioni sconsiderate, di nuove cementificazioni. Le periferie devono essere dotate di servizi che possono essere allocate all’interno di strutture esistenti o dismesse e collegate agli altri quartieri attraverso circolari del mare, miglioramento del trasporto pubblico, utilizzo della rete ferroviaria quale metropolitana di superficie, mobilità ciclabile.

Le coste, che in questo processo, diventano i luoghi in cui concentrare e far partire tutte le ipotesi per un diverso modello di sviluppo, senza pensare a nuove concentrazioni edilizie, devono vedere interventi di recupero delle torri costiere, delle casematte e delle batterie, dei beni recuperati con il federalismo demaniale, dei litorali e delle oasi. Immaginiamo ad un intervento complessivo e coerente che sappia censire, tutelare e valorizzare queste realtà, oggi segno di colpevole degrado, a fronte di un indiscusso valore storico-architettonico.

Condividiamo, proprio per quello che si è detto in premessa, che tutta questa rilettura urbana, non più per interventi spot ed eterodiretti, debbano trovare un quadro di sintesi, di regole e di tempistiche all’interno del nuovo Documento di programmazione preliminare al piano urbanistico generale (Pug), che, ci si augura, parta da quello approvato nel 2011 e che conteneva gli spunti e gli elementi richiamati.

Anche su questo si attende l’avvio di una serie di incontri con la città, come sulle ipotesi di recupero e riuso di alcuni beni che, inevitabilmente, in questo processo di rigenerazione urbana, per le nuove possibilità socio-culturali e turistiche, focalizzano interessi specifici: ex Accademia Marinara, Castello Aragonese e Castello Svevo, ex Capannone Montecatini, stabilimenti vinicoli, aree militari ed industriali dimesse, ex Conventi di San Benedetto, di San Paolo l’Eremita, del Cristo dei Domenicani.

Ci sembra, infine, interessante, che, attorno a questo contratto, si possa sperimentare una modalità di permanente concertazione fra Brindisi, Lecce ed il territorio salentino, per invertire una tendenza che ha visto sempre soccombere quest’ area a favore di un altro territorio. Esempio ne sono le sorti del porto e quelle, non sempre, virtuose, dell’aeroporto non a caso concepito come del Salento.

L’ideazione dello shuttle secondo le precedenti soluzioni era un classico esempio di come non si volesse ragionare in termini di territorio unico ed ampio, nel quale porto ed aeroporto di Brindisi diventano, appunto, il modo più naturale per collegare e rendere più attrattiva l’intera penisola salentina, utilizzando e potenziando il trasporto su binari.

Anche su questo si potrà verificare il successo del contratto istituzionale di sviluppo, sperimentando nuove prassi di concertazione e confronto politico-amministrativo, coinvolgendo associazioni, sindacati, ordini professionali, enti di categoria, la pubblica opinione tutta".

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