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Perché l'uscita dell'Italia dall'euro sarebbe un autogol letale

Di fronte alla grave crisi economica e sociale che travaglia da tempo il paese, pur con gli stentati segnali di crescita degli ultimi anni, vi è la tendenza da parte delle forze politiche populiste e sovraniste, dal M5S alla Lega di Salvini, a guardare con nostalgia al passato

Di fronte alla grave crisi economica e sociale che travaglia da tempo il paese, pur con gli stentati segnali di crescita degli ultimi anni, vi è la tendenza da parte delle forze politiche populiste e sovraniste, dal M5S alla Lega di Salvini, a guardare con nostalgia al passato, affermando che sicuramente  "si stava meglio, quando si stava peggio"!   Tralasciando di prendere in considerazione le proposte velleitarie dei pentastellati, intese a realizzare nel nostro paese la "decrescita felice" per riportarci ai bei tempi "quando Berta filava", ci interessa verificare quanto fondati siano i rimpianti del tempo che fu, le evocazioni di quelle esperienze lontane.

Durante gli anni '80 e seguenti del secolo scorso l'economia italiana procedeva a ritmi di crescita consistenti, seguendo un modello di sviluppo fondato sulle esportazioni e le ripetute svalutazioni della lira, grazie alle quali le imprese italiane potevano competere con successo sui mercati internazionali, puntando sui prezzi più bassi delle merci nei confronti della concorrenza, in virtù della debolezza della lira e non dell'efficienza del sistema produttivo.  

Ma quello è stato anche il periodo durante il quale il debito pubblico aumentava a dismisura, a causa della forte espansione della spesa pubblica e dei massicci trasferimenti, con criteri spesso clientelari, di capitali dallo Stato ad imprese pubbliche e private, per consentire la sopravvivenza, anche a difesa dei livelli occupazionali, di aziende prive di solide basi economiche ed industriali.

Per procurarsi gli enormi mezzi necessari per finanziare l'aumento delle spesa pubblica, ivi compresi i trasferimenti alle imprese, i governi di allora seguivano due strade: stampare nuova moneta, innescando in tal modo la spirale inflazionistica a due cifre, che si traduceva in una ridotta capacità d'acquisto dei consumatori, cioè di tutta la popolazione,  oppure ricorrendo al prestito con la creazione di un imponente debito pubblico via via crescente, da scaricare sulle future generazioni, stante la incapacità dello Stato di estinguerlo in tempi brevi.  

Si calcola che dagli anni '80 ad oggi lo Stato italiano abbia pagato oltre 3.000 miliardi di interessi  su un debito pubblico che ha superato di molto i 2.000 miliardi di euro. In quella fase, l'imprenditoria italiana poteva svilupparsi grazie allo scudo protettivo dello Stato, senza che avvertisse tutta l'importanza di investire per innalzare la produttività e la qualità delle merci per  impegnarsi in uno scontro in regime di libera concorrenza.   

La fragilità della struttura produttiva italiana si rivelava in tutta la sua ampiezza dopo l'adozione dell'euro, il 1 gennaio del 1999,  e la successiva esposizione delle nostre aziende alla regolamentazione comunitaria, che le lasciava prive dei generosi sostegni dello Stato. Come reagiva nelle mutate condizioni di mercato, seguite alla adozione della moneta unica, l'apparato industriale italiano? Principalmente, scegliendo la via della riduzione dei costi di produzione attraverso l'approvvigionamento dall'estero dei prodotti semilavorati, favoriti dall'adozione di una moneta forte, come l'euro, oppure avviando processi di delocalizzazione in paesi a basso costo di manodopera.

Le conseguenze erano la scomparsa di un gran numero di imprese piccole e grandi, che producevano per conto terzi e l'aumento esponenziale delle disoccupazione, prodotta dalla chiusura delle fabbriche, trasferite all'estero. A tutto ciò si aggiunga la riduzione del nostro paese a colonia economica, data la lista infinita di aziende italiane, finite nelle mani di 'holding' straniere, attraverso uno 'shopping' selvaggio, che ultimamente non ha risparmiato nemmeno le squadre di calcio. Soltanto dal 2008 al 2012 ben 437 aziende prestigiose del 'made in Italy' sono diventate appendici di gruppi esteri, perdendo così la loro identità e mettendo in crisi spesso anche i poli produttivi di origine.

In tali condizioni, forte è diventata la tentazione di ritornare alle pratiche del passato, quando circolava la moneta nazionale, la gloriosa 'lira'....ma, è percorribile oggi la strada per riportarci alla situazione ante 'euro'?   In teoria sarebbe possibile, in pratica avrebbe effetti disastrosi. In simile ipotesi, infatti, prevedendo un ritorno alla lira svalutata rispetto all'euro, tutti i risparmiatori si affretterebbero a trasferire i loro risparmi all'estero per evitare di essere costretti a trasformarli in lire, con la conseguenza che molte banche fallirebbero dopo la perdita dei depositi della clientela.

Inoltre, l'onere del gigantesco debito pubblico italiano, espresso in lire, salirebbe alle stelle dopo la svalutazione: lo stesso avverrebbe sia alle tante aziende che hanno preso denaro a prestito, emettendo obbligazioni in euro, sia alle famiglie che hanno contratto mutui indicizzati all'euro.  Certo il passaggio alla lira svalutata renderebbe i prodotti italiani più competitivi sui mercati internazionali, ma avrebbe d'altra parte gli effetti negativi di rendere le importazioni più costose.

Un altro "rimedio, peggiore del male", consigliato dai 'sovranisti' per scongiurare gli effetti della perdurante crisi economica, è quello del ricorso al protezionismo, non riflettendo abbastanza che per un paese come l'Italia, con un'economia fortemente orientata alle esportazioni, i vantaggi sarebbero inferiori degli svantaggi, dato che l'imposizione di dazi sulle merci importate, per proteggere i prodotti nazionali, esporrebbe le nostre esportazioni (rendendole meno competitive) alle ritorsioni dei paesi terzi.

In un contesto economico globale, quello attuale, dove la costruzione di Stati di dimensioni continentali diventa una necessità ed una priorità, la soluzione della crisi italiana, insieme all'impegno del nostro paese per la realizzazione di una UE federata ed opportunamente riformata,  passa soltanto attraverso un adeguato piano di riforme strutturali che agiscano in profondità sul sistema produttivo, al fine  di rimuovere le caratteristiche recessive in esso presenti, così da rendere la realtà nazionale più competitiva ed attrattiva per gli investimenti.

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