Le radici di Articolo Uno: Marchionne? No, Piero Calamandrei

Il diritto del lavoro, l'economia di mercato, la Costituente e le regole per elezioni democratiche: visioni del mondo, e del nostro Paese, su cui la Storia contemporanea ha già espresso un giudizio

Dopo il fascismo, in sede Costituente, si confrontarono sul piano economico due visioni:  quella di coloro che avevano una scarsa fiducia nei confronti del mercato e quella di chi era convinto che ad uno Stato forte andava affidata soltanto la funzione di garanzia dei meccanismi di mercato. Anche sul piano della democrazia si svolse un dibattito fra i sostenitori del sistema elettorale proporzionale, più interessati a garantire la rappresentanza delle minoranze e contrari a derive oligarchiche, e i fautori del sistema maggioritario, che puntavano a garantire la governabilità.

A conclusione i padri costituenti, partendo dall’assunto che l’edificio teorico del mercato in libera concorrenza “non reggeva” più, come dichiarò il presidente Ruini, alla luce delle vicende storiche che avevano portato alla crisi del 1929 e in virtù dell’avanzata storica del mondo del lavoro, fecero una scelta antiliberista. Rifiutarono la nostalgica riproposizione del neoliberismo, attraverso la terza via ordoliberale perseguita da Einaudi e si schierarono a favore di una “nuova economia”.

Nello stesso tempo i padri costituenti, dopo la democrazia negata durante il fascismo, si schierarono a favore del sistema elettorale proporzionale e rifiutarono quello maggioritario con la motivazione che esso, durante la sua sperimentazione nel periodo liberale, aveva determinato “un diffuso trasformismo e forme intollerabili di notabilato locale”.

Dopo l’approvazione, a larga maggioranza, nella sottocommissione per le questioni economiche di un testo proposto da Togliatti e La Pira che sanciva: “Il lavoro e la sua partecipazione concreta negli organismi economici è il fondamento della democrazia italiana”, il 22 marzo 1947 l’Assemblea Costituente licenziò in via definitiva  l’articolo 1 della nostra Costituzione che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Da allora e fin ad oggi, l’evoluzione della società italiana è stata segnata dai rapporti di forza fra il Capitale ed il Lavoro che, come ha insegnato Adamo Smith, non sono mai di parità ma sempre di dominio di una parte sull’altra,  e si sviluppano non solo sui luoghi di lavoro ma anche in base alle politiche economiche e alle leggi varate dai governi.

A partire dal dopoguerra e fino agli anni Ottanta, la forza contrattuale del sindacato, della politica e della sinistra consentirono l’approvazione di leggi e “riforme” che assicurarono l’aumento dei salari, la riduzione dell’orario di lavoro, norme per la tutela delle lavoratrici madri, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, la riforma sanitaria, quella pensionistica ecc. L’avanzata del mondo del lavoro consentì, fino al 1979, che il tasso di disoccupazione si attestasse intorno al 6,6%, mentre la partecipazione al voto superava il 90%.

A partire dagli anni Ottanta l’articolo 1 della nostra Costituzione non venne cancellato, ma progressivamente svuotato dall’interno. La sostituzione della contrattazione collettiva con quella aziendale e individuale crearono le premesse dell’indebolimento del sindacato.

L’approvazione di leggi e “riforme” che  liberalizzavano la circolazione dei capitali, deregolamentavano il mercato del lavoro, trasferivano la politica monetaria alla Banca Centrale Europea, sancivano la fine della progressività del sistema impositivo, ridimensionavano la spesa pubblica, privatizzavano l’industria di stato ecc. segnarono l’inizio della crisi della politica. La capitolazione della sinistra, infine, di fronte al dilagare dell’ideologia modernista del neoliberismo, ne provocò prima la sconfitta culturale e poi quella politica.

Nel 1993, con il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario, si puntò infine a verticalizzare il potere trasferendolo dal Parlamento al governo con la motivazione che la presenza delle minoranze rendeva impossibile la governabilità. Nell’ultima versione renziana siamo in presenza di un’ulteriore verticalizzazione: dal governo all’uomo solo al comando con i capilista bloccati al suo servizio.

La sconfitta del mondo del lavoro ha provocato un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 40,1% e un’affluenza alle urne mediamente del 57,9%, mentre il 25% della ricchezza nazionale è concentrata nelle mani dell’1% degli italiani più ricchi.

L’attuale sinistra, dopo aver rinunciato a qualsiasi radicamento sociale è diventata impotente, dopo aver espulso dal suo seno sentimenti e valori è diventata arrogante, invece di partire dalla realtà per trasformarla si è arresa ad essa, rinunciando a mutare gli attuali rapporti di forza fra il Capitale e il Lavoro ha lasciato spazio a chi, impegnato a scrutare come cambia il vento per accaparrare posizioni di potere, non ha mai prodotto un’idea o un pensiero politico. Prenderne atto significa riconoscere che essa, in Italia ed in Europa, è diventata la caricatura di se stessa.

Sono questi i motivi che hanno spinto i promotori della nuova formazione politica a chiamarsi Articolo Uno. Dietro ad esso, infatti, non c’è Marchionne, come crede Renzi ma, come ha scritto Piero Calamandrei,  “bisogna vedere giovani caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame in campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta”.  

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