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Accanto al procedimento penale nasce anche una causa civile. Per il fatto avvenuto in una cella della caserma di S.Michele sono indagati tre carabinieri, ma i loro avvocati chiamano in causa Arma e Ministero della Difesa
Ragazzo marocchino suicida, i sei fratelli chiedono 1,8 milioni di risarcimento

di Sonia Gioia » 9 dicembre 2010 alle 21:37

Abdelhafid el Saady, la vittima

S. MICHELE SALENTINO – Hanno nomi difficili per chi parla un idioma diverso dal loro, ma la richiesta, quella sì, ha suono chiaro e universalmente comprensibile. I sei fratelli, tre minori e tre maggiorenni, del giovane marocchino morto suicida in una cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di San Michele Salentino il 18 giugno dello scorso anno, chiedono un risarcimento milionario per la perdita subita. Per mezzo della magistratura civile hanno bussato alle porte dello Stato italiano, in particolare al comando generale dell’Arma e al ministero della Difesa, cui chiedono trecentomila euro a testa, per un totale di un milione e ottocentomila euro.

La richiesta è stata formulata dal legale Pasquale Fistetti, e recita così: “Formulo la presente in nome, per conto e nell’interesse dei signori Saady Rahhal e Malika Bakka, parti civili già costituite in proprio nel processo in oggetto epigrafato, quali genitori esercenti la potestà genitoriale nei confronti dei minori: Es Saady M., Es Saady I., Es Saady O., in nome e per conto degli stessi; nonché in proprio dei maggiorenni: Es Saady Samira, Es Saady Abdelali, Es Saady Fouzia, germani tutti del defunto Es Saady Abdelhafid, dai quali formalmente officiato, elettivamente domiciliati presso questo studio legale”. La ratio della richiesta, che procederà per vie parallele e persino indipendenti dagli esiti dei procedimenti in sede penale, affonda proprio nella vicenda oggetto di attenzione da parte della procura e del tribunale di Brindisi, oltre che della procura militare.

Se è vero infatti, come ha acclarato l’autopsia, che il giovane marocchino morì di suicidio e non per percosse subite, come si sospettò del tutto erroneamente in un primo momento, è vero anche – anche secondo il legale della famiglia – che i militari che avrebbero dovuto vigilare per scongiurare il tragico epilogo dell’arresto, non fecero tutto quello che avrebbero dovuto. Questo almeno secondo il pm, che ha chiesto il rinvio a giudizio per cooperazione in omicidio colposo del comandante Vito Chimienti, del vice Giuseppe Marrazzo e dell’appuntato Vincenzo Marrazzo (tutti difesi dall’avvocato Vito Epifani), su cui il giudice Giuseppe Licci si pronuncerà all’inizio del nuovo anno. Nella udienza preliminare si sono costituiti parte civile i genitori e lo zio del ragazzino, mentre i fratelli hanno scelto altra via, solcando la strada del giudizio in sede civile.

Le responsabilità chiamate in causa, anche in questo caso, sono le stesse che hanno persuaso la difesa dei tre imputati a trasmettere la memoria difensiva alla procura della Repubblica di Brindisi e alla Procura militare di Napoli, puntando il dito contro il Ministero della Difesa e il Comando generale dell’Arma: la difesa sostiene che quella cella era tutt’altro che a norma, ipotizzando un coinvolgimento dei vertici militari che ha incassato, nella udienza preliminare, l’avallo del gup Giuseppe Licci, del procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi e degli avvocati difensori delle parti civili, i legali Pasquale Fistetti e Roberto Palmisano.

Denuncia, insomma, che potrebbe essere sfociata in indagini a carico dei massimi vertici dell’Arma. Il vizio d’origine di questa assurda vicenda starebbe tutto nella palese violazione delle norme di sicurezza imposte dai regolamenti dell’Arma nell’allestimento della cella stessa. Innanzitutto Abdelhafid Es-Saady fabbricò il suo strumento di morte smembrando il materassino in dotazione nella cella e ricavandone delle strisce che forgiò in forma di cappio. L’antefatto è che di materassini gemelli erano state dotate anni prima le caserme di tutta l’Italia, salvo poi disporne l’immediato ritiro come si evince anche da un ordine diramato ai comandi carabinieri della penisola intera. Quando? Bizzarra coincidenza: dieci giorni esatti dopo il suicidio a San Michele.

Non è tutto. Nella stessa memoria-denuncia compare una sequenza fotografica che ritrae le inferriate alle quali il 22enne fermò il cappio, stringendoselo al collo e lasciandosi cadere. Quella inferriata, dice lo stesso Epifani, avrebbe dovuto avere tutt’altre caratteristiche, e cita la norma del medesimo Regolamento generale dell’Arma, secondo cui lo spazio fra le maglie della inferriata, avrebbero dovuto essere tali da “non consentire il passaggio o l’allacciamento di quanto potrebbe essere adoperato per tentativi di suicidio”. Le immagini dimostrano che anche questa parte del regolamento è stata violata. Alle obiezioni si aggiunge anche un altro dettaglio. Un dispaccio inviato dai vertici dell’Arma alla caserma dei carabinieri di San Michele Salentino vieta, nero su bianco, l’utilizzo della camera di sicurezza per la detenzione delle persone fermate.

Il diktat porta la data del 15 novembre scorso, tre giorni prima dell’udienza preliminare fissata per il 18 novembre e oltre un anno e mezzo dopo il suicidio del giovane marocchino. Da oltre un mese a questa parte, insomma, nella caserma sammichelana è impossibile ospitare i detenuti arrestati in flagranza, che devono essere trasferiti subito dopo le formalità di rito in altre strutture. Resta da capire perché: forse perché quella struttura non era idonea? Questo, naturalmente, il dispaccio non lo dice. In attesa degli esiti di questo ulteriore stralcio d’indagine, prende le mosse dall’iniziativa del legale Fistetti, il giudizio civile in nome e per conto dei fratelli del giovane marocchino. Un ragazzino morto a 22 anni dopo essere stato arrestato, l’antefatto è questo, per il furto di una bicicletta ad una suora.

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