“Appalti Enel, dopo la mia denuncia il disastro: ora l’azienda affoga”

Parla l’imprenditore di Monteroni che ieri, per la seconda volta, ha tentato il suicidio. Con il suo racconto ha dato il via all’inchiesta su un presunto sistema di corruzione: “Sono stato anche alla sede di Roma, mi hanno mandato via”

BRINDISI – “La mia azienda è distrutta, affogata nei debiti, la mia vita in rovina: sono rimasto solo dopo aver chiesto legalità raccontando determinate situazioni all’interno della centrale Enel di Cerano per l’aggiudicazione degli appalti”. Ha chiesto di parlare con un giornalista di BrindisiReport per raccontare la sua verità, l’imprenditore di Monteroni di Lecce che ieri, martedì 18 luglio 2017, ha tentato il suicidio per la seconda volta nell’arco di quattro mesi, salendo in cima al nastro trasportatore del sito di proprietà della società elettrica.

La centrale Enel di Cerano

Il titolare della società ha determinato l’apertura di un’inchiesta per corruzione con le sue dichiarazioni su un presunto sistema di tangenti, per almeno 200mila euro, prima consegnate ai pm Milto Stefano De Nozza e Francesco Vincenzo Carluccio della Procura di Brindisi, poi anche di fronte al gip ai difensori dei dirigenti e dei dipendenti indagati assieme a lui per le tangenti, pagate e promesse, dal 2012 sino all’estate 2016.

L’inchiesta prosegue e rischiano il processo Fausto Bassi e Fabio De Filippo, in posizione di vertice all’interno della centrale, e cinque dipendenti, Carlo De Punzio, Fabiano Attanasio, Vito Gloria, Nicola Tamburrano e Domenico Iaboni, arrestati il 5 maggio scorso e rimessi in libertà dal gip all’esito dell’incidente probatorio dell’imprenditore essendo cessate le esigenze cautelari legate al rischio di inquinamento delle prove.

Lui, l’imprenditore, racconta la sua disperazione: “per cercare di salvare l’indispensabile per vivere e per dimorare, il 15 giugno sono andato a Roma al Viale Regina Margherita, sede di Enel produzione” per cercare di avere un dialogo con qualsivoglia dirigente”, racconta. “Cercare di incassare i miei crediti lavorativi”, spiega.  “Dopo lunga attesa, mi consentirono di parlare con un addetto alla sicurezza il quale mi ascoltò ma era palese che il suo unico intento era quello di allontanarmi, così mi promise che entro due giorni avrebbe pensato lui a sistemare la situazione e mi avrebbe contattato. Chiaramente non successe niente”.

L’imprenditore è tornato nella capitale il 23 giugno successivo: “Alla reception chiesi di parlare con qualcuno, ma arrivarono le forze dell’ordine. Risultato: mi consegnarono un foglio di via obbligatorio, contestandomi il disturbo delle occupazioni delle persone”, racconta. “Io avevo chiesto cortesemente di parlare con un dirigente, niente da fare”.

Ieri in preda alla disperazione, è tornato a Cerano: “Volevo farla finita nello stesso luogo in cui tutto era cominciato”, dice. Esattamente come fece lo scorso 4 marzo: da quel giorno iniziò a raccontare i suoi ultimi anni di lavoro all’interno della centrale, svelando di aver pagato mazzette con assegni o in contanti. “Solo l’intervento dei carabinieri nella persona del capitano e dei vigili del fuoco, mi hanno convinto a desistere”.  “Chiedo solo il compenso del mio lavoro già finito un anno fa per pagare gli operai che sono rimasti senza stipendio”.

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“Non posso più lavorare perché la mia azienda chiaramente risulta inaffidabile, e sempre dall’interno della centrale di Cerano mi è stata rubata tutta l’attrezzatura. Non ho mai avuto problemi del genere. In questo momento mi sento un uomo abbandonato da tutti”.

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