"Atlantide II", lo Stato chiude la partita con Antonio D'Oriano

BRINDISI – Nel lunghissimo processo di estrazione dalla società civile e dall’economia brindisina dei patrimoni legati ai traffici contrabbandieri, tappa importante oggi per gli investigatori della Guardia di Finanza e per la procura della Repubblica. L’imprenditore Antonio D’Oriano, considerato uno dei personaggi-simbolo di quel sistema, ha ricevuto dal Nucleo di polizia tributaria un decreto di sequestro che lo priva di beni mobili e immobili, compendi e quote aziendali per un valore stimato di 5,2 milioni di euro. Il provvedimento si configura come sequestro anticipato di beni, firmato dal presidente del tribunale per le misure di prevenzione, Gabriele Perna, e dovrà essere convalidato tra meno di un mese dal collegio al completo.

Atlantide II, gli investigatori

BRINDISI – Nel lunghissimo processo di estrazione dalla società civile e dall’economia brindisina dei patrimoni legati ai traffici contrabbandieri, tappa importante oggi per gli investigatori della Guardia di Finanza e per la procura della Repubblica. L’imprenditore Antonio D’Oriano, considerato uno dei personaggi-simbolo di quel sistema, ha ricevuto dal Nucleo di polizia tributaria un decreto di sequestro che lo priva di beni mobili e immobili, compendi e quote aziendali per un valore stimato di 5,2 milioni di euro. Il provvedimento si configura come sequestro anticipato di beni, firmato dal presidente del tribunale per le misure di prevenzione, Gabriele Perna, e dovrà essere convalidato tra meno di un mese dal collegio al completo.

Si tratta dei beni di società che operano nel porto di Brindisi per la movimentazione di inerti, di quote di tre società portuali, di una villa di 12 vani al Casale, a Brindisi, del valore di un milione di euro; di una villa a Castellammare di Stabia, di un appartamento a Lecce e altri tre a Brindisi, per un valore di altri 900mila euro; di quattro garage a Brindisi, Lecce e Castellammare; di cinque terreni agricoli a Brindisi; di una cava sempre in agro di Brindisi, di circa 6 ettari e del valore di 1,5 milioni di euro; di 8 veicoli aziendali (trattori, motrici e rimorchi);  due auto (una Bmw e una Citroen C3); di un motoscafo d’altura Pershing 38.

Per quanto riguarda una delle tre aziende di recente costituzione – le altre due sono già in amministrazione giudiziale – il presidente del tribunale ha già designato l’amministratore che dovrà gestirla sino a conclusione dell’iter  della stessa misura di prevenzione antimafia. Ovviamente, nelle more D’Oriano e la sua famiglia potranno usufruire degli appartamenti dove sono domiciliati, e le aziende continueranno a funzionare.

Con questa indagine, procura e polizia tributaria chiudono una partita che era cominciata nel 1996 con l’Operazione Atlantide, e non a caso quella odierna è stata battezzata Atlantide II. Con Antonio D’Oriano c’era un appuntamento obbligato. Nel 2006 il tentativo degli investigatori era stato bloccato dalla normativa vigente all’epoca, quando la misura patrimoniale viaggiava parallelamente a quella personale: non ravvisando l’attualità di una pericolosità sociale della persona sottoposta a indagini, il giudice aveva rigettato anche il sequestro dei beni.

Poi, con il “Pacchetto sicurezza” le regole del gioco sono cambiate: i sequestri antimafia sono diventati possibili anche in assenza di un iter per l’irrogazione della sorveglianza speciale, e anche per pregresse – e non attuali – situazioni di pericolosità sociale del soggetto interessato. Così per Antonio D’Oriano si è verificato ciò che invece la legge gli aveva risparmiato quattro anni fa. Tra il 2009 e le ultime settimane il tenente colonnello Massimiliano Tibollo e i suoi uomini hanno riaperto la pratica Antonio D’Oriano.

La richiesta di sequestro è stata presentata sulla base di una dettagliata relazione patrimoniale in cui gli inquirenti puntano a dimostrare come i patrimoni personali e aziendali di Antonio D’Oriano siano legati ad attività di contrabbando e riciclaggio di danaro illegale, ma vengono anche riproposte risultanze processuali di primo grado di processi che lo riguardano direttamente come quello per la prima Operazione Atlantide (35 arresti, 60 indagati, 25 miliardi di vecchie lire di beni sequestrati), o come quello per la Tangentopoli brindisina in cui figura come finanziatore di campagne elettorali (storie ben note).

Lo scenario della vicenda è sempre quello dei ruggenti anni ’90, di un contrabbando – hanno ricordato il procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi e il colonnello Vincenzo Mangia, comandante provinciale della Guardia di Finanza – che aveva arruolato schiere folte di fiancheggiatori. Un inquinamento sociale profondo, quello che fu portato a galla dal pm Giorgio Lino Bruno e dalla polizia tributaria, anche attraverso forti polemiche di natura politica quando, per scoprire i prestanome che accettavano di riciclare il danaro della famiglia Morleo, si decise di passare al setaccio tutti i conti correnti della città.

E dietro i paraventi abbattuti c’era di tutto, direttori e funzionari di banca, imprenditori e semplici cittadini, a volte l’ombra della politica compiacente. Il detonatore fu la cattura di una nave che ormeggiò a Costa Morena con un carico di 30 tonnellate di sigarette. In questa trama, secondo le accuse, Antonio D’Oriano, originario della provincia di Napoli, c’era dentro fino al collo. Fu anche l’inizio di una guerriglia per non perdere l’effettivo controllo delle imprese sequestrate. Ma a rimetterci le penne fu un amministratore giudiziale che, a quanto risulta agli investigatori, non aveva affatto garantito gli interessi dello Stato.

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