Azione Greenpeace, Enel: "Subiti danni ingenti"

BRINDISI - Una protesta durata quasi due giorni, un’azione dimostrativa presso la centrale Enel di Cerano che oltre a provocare danni all’azienda, avrebbe anche avuto effetti meno salubri per l’atmosfera, per lo meno rispetto a quel che accade normalmente, quando si utilizza il carbone per alimentare l’impianto.

Due militanti di Greenpeace si calano dal gigantesco camino della centrale di Cerano nel luglio del 2009

BRINDISI - Una protesta durata quasi due giorni, un’azione dimostrativa presso la centrale Enel di Cerano che oltre a provocare danni all’azienda, avrebbe anche avuto effetti per meno salubri per l’atmosfera, per lo meno  rispetto a quel che accade normalmente, quando si utilizza il carbone per alimentare l’impianto. E’ quanto è emerso oggi durante il processo a carico di 13 attivisti di Greenpeace che si sta celebrando a Brindisi, dinanzi al giudice monocratico Vittorio Testi, per una eclatante azione dimostrativa (ma non solo, visto che agli imputati di sabotaggio viene contestato di aver sfondato reti, cancelli e perfino l’ingresso della torre alta più di 200 metri su cui si arrampicarono) che fu messa in atto l’8 luglio del 2009, in coincidenza con il G8 dell’Aquila.

“Poiché non era possibile interrompere la produzione della centrale a carbone nelle ore in cui ha avuto luogo il blitz di Greenpeace, Enel, per evitare problemi al sistema elettrico nazionale, ha dovuto alimentare i quattro gruppi dell'impianto di Cerano con olio combustibile”. E’ quanto ha dichiarato l’ex direttore della centrale Federico II di Cerano, l’ingegnere Fausto Bassi, testimone citato dall’accusa sostenuta dal pm Marco D’Agostino.

Gli attivisti di Greenpeace, secondo quanto fu rilevato dalla Digos e denunciato da Enel, oltre che visibile al mondo intero, salirono sulla ciminiera alta più di 200 metri per dipingere la parola “Stupid”. Alcuni di essi si recarono inoltre sul nastro trasportatore che consente all’impianto l’approvvigionamento di carbone per srotolare uno striscione con uno slogan riguardante i cambiamenti climatici. Secondo la tesi sostenuta dal legale degli attivisti, Alessandro Gariglio, non sarebbe stato provocato il blocco dell’asse attrezzato, così come invece sostenuto dalla procura nella formulazione di uno dei tre capi di imputazione.

Enel si è costituita parte civile nel giudizio, chiedendo una provvisionale di 200 mila euro sul totale del risarcimento danno invocato, che dovrebbe ammontare a circa 1,2 milioni di euro. “Abbiamo bloccato l’asse attrezzato – ha spiegato – perché altrimenti sarebbe stata in pericolo l’incolumità delle persone che ci erano salite. E’ stata una decisione di Enel, sollecitata anche da altri”. E’ quanto ha inoltre confermato l’altro teste, l’ispettore Giovanni Gervasi, della Digos che ha risposto a domande riguardanti l’identificazione degli imputati, lo stato dei luoghi e il materiale sequestrato.

Secondo Bassi il blocco del nastro trasportatore sarebbe stata la principale causa di danni ritenuti “ingenti” per Enel e non solo: “Abbiamo dovuto adoperare olio combustibile per alimentare la centrale e si tratta di materiale che costa molto di più rispetto al carbone e che provoca emissioni di zolfo in atmosfera sicuramente superiori. Se con il carbone siamo nettamente sotto la soglia del 2%, con l’olio combustibile la si supera”. Bassi ha anche riferito che fu “sabotato il montacarichi della ciminiera”. Prossima udienza il 20 maggio: sono stati citati tre testimoni della difesa degli imputati tra cui il climatologo James Hansen e l’ex ministro Edoardo Ronchi che a quanto si è appreso riferiranno al giudice monocratico di questioni normative e ambientali.

 

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