Intervento/ Non è con manette e aumento delle pene che si combatte il malaffare

Pensare di combattere il dilagante fenomeno corruttivo con il tintinnio delle manette propagandando la formazione di leggi più severe ed inflessibili, offrendo così ad una opinione pubblica esasperata e priva di fiducia nelle istituzioni l'immagine del politico corrotto dietro le sbarre di una cella,

BRINDISI - Pensare di combattere il dilagante fenomeno corruttivo con il tintinnio delle manette propagandando la formazione di leggi più severe ed inflessibili, offrendo così ad una opinione pubblica esasperata e priva di fiducia nelle istituzioni l'immagine del politico corrotto dietro le sbarre di una cella, è certamente una risposta intrisa di demagogia e populismo, capace di raccogliere applausi e consensi,  ma non sembra essere la risposta al problema. La piaga della corruzione non è figlia dei nostri tempi ma la sua esistenza si perde nelle pagine della storia poiché è strettamente connessa all’uomo e alle vicende umane, conseguenza di un distorto e perverso esercizio del potere e di una “malata” visione della politica che ha finito con il tradire il concetto ed il significato stesso che sottende al senso etimologico del termine. 

Un termine coniato nell’antica Grecia che prende origine dalla “πόλις”(polis), città-stato,  modello di democrazia che distingueva i greci civilizzati dai barbari nella quale, come affermava Aristotele, l’azione di governo doveva essere rivolta al bene comune, al benessere dei cittadini e non a tutelare interessi particolari. Una visione della politica questa che oggi appare pura utopia e che sembra essere rimasta chiusa nel libro dei sogni. Attualmente i partiti hanno finito con il perdere ideologie, identità ed idee; hanno finito con lo smarrire la cultura stessa della politica e dell’etica della politica ma soprattutto il loro fine principale quello cioè di contribuire attraverso la loro azione a realizzare il bene della collettività, riducendo il loro agire solo ed esclusivamente in una lotta di conquista e gestione del potere.Ed è in questa logica ed in questa cultura del potere fine a se stesso che si annida, prende forma e si  sviluppa la piaga del fenomeno corruttivo.

Un fenomeno che ha attraversato la storia dei popoli da Verre, governatore della Sicilia nell’antica Roma, accusato di essersi arricchito oltremodo, al fallimento della Banca Romana nel periodo risorgimentale, dallo scandalo Loocked a “mani pulite”, dalle tangenti legate alla realizzazione del Mose all’inchiesta di “mafia capitale”, e così via. Uno scenario storico sociale nel quale il rimedio penale  appare non solo insufficiente ma soprattutto inefficace poiché per sua natura è destinato a produrre i suoi effetti quando il fenomeno si è ormai verificato e non a prevenirlo. Nel 2012 il Governo, al fine di contrastare il fenomeno corruttivo nel nostro Paese, è intervenuto con la legge 190 prevedendo non solo un inasprimento delle pene per le fattispecie di reato già normate ma anche una nuova definizione di alcuni reati tra cui la concussione, oltre alla creazione di un nuovo reato previsto dalle normative europee, il traffico di influenze. 

L'avvocato Fabio Di Bello-2Seppur è ancora breve il lasso di tempo trascorso dall’entrata in vigore di quelle norme per poterne saggiare l’efficacia e sebbene le stesse presentino alcune criticità ed alcuni aspetti discutibili, da una prima analisi emerge che il fenomeno non è diminuito, tanto a riprova della insufficienza di interventi di siffatta guisa. Lo stesso Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, proprio in ordine agli annunciati interventi normativi finalizzati ad un ulteriore inasprimento delle pene di siffatte fattispecie di reato, ha evidenziato che : “è lecito dubitare che un ulteriore aumento della previsione sanzionatoria – che non potrebbe comunque non comportare una ricalibratura delle pene previste dalle varie fattispecie in materia di delitti contro la pubblica amministrazione – sia uno strumento di qualche effetto dissuasivo rispetto a realtà criminali così spregiudicate, radicate purtroppo in ogni settore della pubblica amministrazione e alimentate senza freno da settori della imprenditoria sempre più estesi”. 

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Una politica di contrasto alla corruzione non la si ottiene aumentando le pene previste per determinate fattispecie di reato o introducendo nuove norme repressive già di fatto esistenti, ma attraverso una serie di misure extrapenali, in determinati casi dimostratesi più efficaci, intensificando i controlli amministrativi, snellendo e rendendo più trasparente la legislazione poiché, come affermava Tacito, “più è corrotto lo Stato, più numerose sono le leggi”. La si ottiene promuovendo una cultura della legalità e dell’etica sacrificate sull’altare del potere proprio da quella politica che a parole professa di lottare contro il fenomeno corruttivo. La politica dunque deve riappropriarsi del proprio ruolo e della propria funzione nel sistema democratico scongiurando il ricorso a logiche autoritarie ed illiberali; deve sfuggire la facile tentazione che caratterizza il suo operare di porre in essere interventi legislativi sull’onda emotiva degli accadimenti di cronaca solo per rincorrere il consenso popolare, operando una scelta che rappresenti il frutto di una visione e di un progetto complessivo di giustizia che abbia come punto di riferimento e guida i diritti costituzionali.

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