Tutti assolti nel processo sulla gemella di Micorosa. Senza norma, strada sbarrata ai pm

"Non volevano uccidere nessuno". E se pure avessero provocato un disastro ambientale, il reato è stato commesso in un tempo così lontano che alla fine è andato prescritto. E' quello che ha stabilito la Corte d'Assise di Chieti in un verdetto piuttosto scontato che riguarda la gemella della discarica di Micorosa,

CHIETI - “Non volevano uccidere nessuno”. E se pure avessero provocato un disastro ambientale, il reato è stato commesso in un tempo così lontano che alla fine è andato prescritto. E’ quello che ha stabilito la Corte d’Assise di Chieti in un verdetto piuttosto scontato che riguarda la gemella della discarica di Micorosa, la “Bussi sul Tirino” (Pescara) della Montedison. Per i giudici “il fatto non sussiste” per quel che riguarda l’ipotesi di avvelenamento delle acque. Nel dettaglio il ragionamento seguito lo si comprenderà quando saranno depositate le motivazioni della sentenza, ma è comprensibile già ora, in linee generali, che il principio base ancora una volta emerso è quello secondo cui “non c’è un nesso di causalità” fra l’attività industriale svolta negli anni e le conseguenze provocate (l’inquinamento per cui sarebbe stato provocato un danno ambientale di 8 milioni di euro).

E’ anche questa una sentenza per la quale indignarsi? Forse sì, badando bene però a scegliere con cura il bersaglio contro cui scagliarsi. C’è un problema normativo, infatti, più che relativo allo spirito d’iniziativa del singolo magistrato o della singola procura. Lo dimostrano Eternit, Bussi sul Tirino, ma anche l’altra sentenza di ieri sera con cui sono stati assolti 13 imputati a Cosenza dall’accusa di omicidio colposo e disastro ambientale, i vertici dell’azienda tessile Marlane di Praia a Mare, finiti alla sbarra per più di 100 morti di lavoro. In Calabria la procura aveva chiesto condanne da 3 a 10 anni. Per il caso di Bussi sul Tirino la procura aveva invocato per i 19 imputati pene dai 4 anni ai 12 anni e 8 mesi e una sola assoluzione.

Si andrà in appello, in tutti i casi. Va da sé, e non è un elemento di poco conto, che la prescrizione del reato di disastro ambientale non impedisce di procedere in sede civile per l’affermazione del diritto al risarcimento del danno. In Calabria pure, davanti al giudice del lavoro, chi aveva avanzato istanze, l’aveva spuntata. Ma una cosa è il riconoscimento dello status di “danneggiato” dall’azienda o ad esempio dell’esposizione a sostanze nocive con i contestuali benefici pensionistici che se ne ricavano, un’altra cosa ben diversa è la responsabilità penale per cui ci vogliono dei requisiti precisi che debbono reggere lungo il corso del dibattimento. Bisogna innanzitutto partire dal presupposto che non è solo con una sentenza di condanna del giudice penale che si ottiene giustizia, poi comprendere una volta per tutte che il meccanismo generale ha delle grosse falle che non mettono i singoli magistrati in condizione di poter contare su una strada da percorrere che arrivi sicura al risultato sperato.

Nel caso di Bussi, fra le difese, c’era in campo anche l’ex ministro della Giustizia Paola Severino che aveva invitato a non ricercare “capri espiatori” per tutelare il bene dell’ambiente ma a “trovare soluzioni normative” per la bonifica e il risanamento. Gli ambientalisti brindisini, così come tutta la comunità scientifica che ha tenuto atteggiamenti ipercritici in questi anno, hanno più volte insistito perché transitassero dinanzi al Tribunale penale questioni relative alle conseguenze sanitarie dell’impatto industriale, puntando talvolta il dito contro la procura indigena, senza però valutare quali dati sanitari siano a disposizione dei pm e soprattutto quale sia il patrimonio normativo in materia ambientale cui attingere per giungere a una sentenza che non si riveli l’ennesimo buco nell’acqua.

E’ consentito a un pm di formulare l’ipotesi di accusa che più ritiene congrua, da far poi passare al vaglio dei vari giudici terzi le cui determinazioni scandiscono il percorso più o meno tortuoso di un procedimento penale. Poi però bisogna vedere l’accusa, per quanto altisonante sia, che effetti produce e in che condizioni giunge al termine del primo grado del processo, poi del secondo e dell’ultimo.

Per eternit, Bussi, Marlane, è arrivata a pezzi, con un dispendio di denaro ed energie che (almeno per il momento) si è rivelato vano. Allora è a questo punto, dinanzi a verdetti tutti uguali che spaziano dal non luogo a procedere per prescrizione alla formula assolutoria “il fatto non sussiste”, che viene da chiedersi se sia più coraggioso andare ostinatamente a cercare un nesso che non esiste o lasciar perdere quando si sia presa coscienza che anche una indiscutibile verità di fatto non potrà trasformarsi in una verità processuale con tanto di condanna.

Chiunque poi, può pensare il contrario. Può farlo il fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, cui è consentito di scrivere un libro sul Petrolchimico di Brindisi (lo ha fatto con la sua casa editrice Sensibili alle Foglie) e perfino di raccontare agli ambientalisti (è accaduto al Susumaniello) che la magistratura a Brindisi è svogliata, non senza una dose di malafede, perché ha archiviato l’inchiesta sulle morti nello stabilimento industriale. E ha protetto gli industriali di turno. Lo abbiamo sentito con le nostre orecchie.

A Brindisi chi frequenta le aule del tribunale sa che si è scelta una strada diversa. Non capita spesso di udire paroloni quali disastro ambientale, strage, avvelenamento delle acque. Si parla di danneggiamento e getto pericoloso di cose per il carbone disperso dal carbonile Enel e dal nastro trasportatore. Si sta cercando di comprendere come procedere anche nel caso di Micorosa, la discarica “gemella” di Bussi, partendo però da una constatazione di fatto, ovvero che l’area Sin di Brindisi è costellata di insediamenti industriali e che per valutare eventuali responsabilità in merito all’inquinamento - che è certificato - non si può non procedere con un’ottica complessiva, d’insieme. Prendendo atto che è difficilissimo scindere le responsabilità di ogni singola azienda, figurarsi dei singoli manager in un contesto in cui è un’impresa capire perfino se a inquinare la falda sia stata la discarica di Formica o di Autigno, il pozzo uno, due, tre, quattro o chissà quale.

A Brindisi l’intervento della magistratura ha più volte, senza guadagnarsi titoloni ma in silenzio, imposto alle aziende di provvedere. Enel ha speso più di 100 milioni per coprire il parco minerali con un’opera assolutamente innovativa, i dome in legno ecosostenibili che impediranno forme di dispersione di carbone. Il sistema torce è stato parzialmente adeguato, probabilmente si andrà a intervenire anche sull’impianto cracking se la magistratura farà un buon lavoro nell’inchiesta bis da poco avviata. Le aziende hanno dovuto adeguarsi, dal colosso Sanofi a alla piccola Cannone. A Brindisi, senza grandi proclami, insomma, si sono raggiunti alcuni risultati.

Tornando ai processi e alla incessante richiesta di un’azione giudiziaria eclatante anche quaggiù, va ricordato che gli ambientalisti locali sono andati a visitare la discarica Montedison di Bussi sul Tirino. Sanno bene quindi di che si parla. Ora, dopo la sentenza di ieri, essi hanno anche uno strumento in più per dirottare la propria azione di contestazione e protesta. Bisogna sì fare tutto il possibile perché si giunga finalmente ad avere un registro tumori e una indagine epidemiologica, determinante soprattutto in tema di prevenzione. Senza dimenticare, però, da oggi in poi, che giustizia ha suoi ingranaggi e se la norma non c’è o è fragile, è impossibile farla valere. 

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