Bullone, conferma ergastoli. Ira parenti

LECCE - La furia dei parenti, dopo la raffica di conferme in appello, si è riversata sull’incolpevole sostituto dell’avvocato del pentito ‘Bullone’, contro cui sono state lanciate invettive d’ogni genere. Alla fine, per calmare il caos all’esterno del carcere di Lecce, nella cui aula bunker si è celebrato il secondo grado del processo sugli omicidi firmati dalla Scu brindisina, sono intervenuti gli agenti della sezione Volanti della questura salentina.

Vito Di Emidio, 'Bullone'

LECCE - La furia dei parenti, dopo la raffica di conferme in appello, si è riversata sull’incolpevole sostituto dell’avvocato del pentito ‘Bullone’, contro cui sono state lanciate invettive d’ogni genere. Alla fine, per calmare il caos all’esterno del carcere di Lecce, nella cui aula bunker si è celebrato il secondo grado del processo sugli omicidi firmati dalla Scu brindisina, sono intervenuti gli agenti della sezione Volanti della questura salentina.

La ragione di tanto nervosismo? Sono state confermate le condanne inflitte in primo grado, e quindi principalmente i tre ergastoli per i componenti del gruppo di fuoco, oltre ai i 27 anni di reclusione proprio per Vito Di Emidio, colui il quale, subito dopo l’arresto, nel 2001, decise di collaborare con la giustizia prendendo ad elencare una serie di omicidi, una ventina, riferendo circostanze, ragioni, movente ed esecutori materiali. Fu Bullone a chiamare in correità il cognato e altre sei persone, una delle quali assolte.

Nel primo pomeriggio di oggi il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Lecce ha letto il dispositivo di sentenza: ergastolo per il marito della sorella di Di Emidio (da lei sempre difeso), Giuseppe Tedesco (Capu ti Bomba), per Yo-yo, al secolo Pasquale Orlando, e per Daniele Giglio. Infine cinque anni a Marcello Laneve e quattro a Cosimo Poci. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Paolo D’Amico, Marcello Tamburini, Daniela D’Amuri, Fabio Di Bello.

Il processo in questione è quello che si è concluso due anni fa, a Brindisi. Proprio quello sorto dalle dichiarazioni di Di Emidio che però, in aula, protestando per l’eccessiva rigidità del programma di protezione a suo carico, per l’insufficienza del sostegno economico alla sua famiglia, si fece cogliere da un’amnesia che gli costò cara. Fu riarrestato su ordinanza di custodia cautelare, dopo aver abbandonato la retta via della collaborazione. Successivamente, quindi, tornò a ricordare i minimi particolari, a riferire minuziosamente le circostanze di fatti accaduti qualche lustro addietro, tra Brindisi e Bar, in Montenegro, dove i suoi si rifugiarono da latitanti e dove furono compiuti delitti atroci, tra cui l’uccisione di Giuliano Maglie, il cui corpo, nascosto sotto la cuccia di un cane, è stato ritrovato solo quando Bullone ha cominciato a parlare.

I fatti di sangue sono una sfilza e sono avvenuti in un periodo compreso tra il 1986 al 2001 sono stati tutti confessati da Di Emidio che, caso per caso, ha chiamato in correità gli altri imputati, senza fare sconti di sorta in virtù dei legami di parentela. Il debutto, don Ciccio Guadalupi, l’allora presidente di Assindustria, che fu ucciso in un tentativo di rapina messo in atto l’11 ottobre dell’86 all’interno dello stabilimento di pastorizzazione del latte a Brindisi.

Poi Vincenzo Zezza, anno 1991, colpito a bordo di una Citroen Dyane. Michele Lerna fu invece ammazzato nel corso di una rapina a San Michele Salentino, nel 1997, freddato in camera da letto dopo che Bullone aveva ripulito la sua abitazione. Il 26 giugno del 1998, fu ucciso Salvatore Luperti, ammazzato sulla litoranea Nord di Brindisi, poi il 22 gennaio del 1992 l’omicidio di Nicola Petrachi, che non aveva voluto pagare la quota che spettava al gruppo per il contrabbando di sigarette.

Poco dopo, una decina di giorni più tardi, morì Antonio De Giorgi, sotto una pioggia di proiettili davanti a un bar del rione Paradiso. La condanna a morte di Antonio Luperti e il ferimento di Giovanni Lonoce, e quindi anche il sequestro e l’omicidio di Giuseppe Scarcia, il cui corpo fu sotterrato. Gli omicidi di Giacomo Casale e Leonzio Rosselli, al Sant’Elia di Brindisi. E di Giuliano Maglie, detto Naca Naca. Nel calderone non vi sono solo uccisioni, ma anche furti e rapine, azioni necessarie a rifornire la frangia della Sacra corona riferibile a Bullone di denaro contante, utile per finanziare affari e latitanza.

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