Cara-Cie, Cgil: "Pieno diritto di cittadinanza per tutte le persone"

Riceviamo e pubblichiamo un intervento del segretario Generale della Cgil Antonio Macchia e della resposabile Cgil Politiche Immigrazione Filomena Schiena sulle condizioni di vita nei Cie e Cara di Restinco, dove il diritto alla libertà e alla sicurezza viene sempre più calpestato.

BRINDISI - Riceviamo e pubblichiamo un intervento del segretario Generale della Cgil Antonio Macchia e della resposabile Cgil Politiche Immigrazione Filomena Schiena sulle condizioni di vita nei Cie e Cara di Restinco, dove il diritto alla libertà e alla sicurezza viene sempre più calpestato. 

Brindisi, come dimostra la sua storia di accoglienza, fra gli altri, ospita anche i centri Cie (Centro Identificazione ed espulsione) e Cara (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) presso la località Restinco. La sicurezza all’esterno è affidata all’esercito, mentre la sorveglianza interna è di responsabilità della polizia, supportata da carabinieri e guardia di finanza. La gestione di entrambi i centri è stata appaltata dalla prefettura di Brindisi alla cooperativa Auxilium.

Molto spesso vengono ospitati anche minori, anche se la legge è perentoria sul punto: i minori non dovrebbero proprio entrare in una struttura per adulti; la norma, per la loro maggiore tutela, prevede che siano immediatamente sistemati in una comunità per minori, ma talvolta la necessità di aiutarli supera anche le norme. L’edificio è una vera e propria struttura detentiva, senza possibilità di uscire dalle regole, nemmeno lo specchio è ammesso, tutto è in comune ed anche il cibo potrebbe essere migliore.

Qui, a differenza del carcere, è vietato cucinare, quindi si può mangiare solo il vitto fornito dalla struttura e comprare qualche merendina con il pocket money, la diaria di 1,5 o 2,5 euro al giorno (a seconda delle regioni) che i migranti hanno a disposizione da spendere. I tempi di permanenza non dovrebbero superare i novanta giorni (prima la legge prevedeva diciotto mesi), ma in questo sistema di detenzione amministrativa, in cui non si celebra nessun processo ma si sconta di fatto una pena carceraria ed in questa condizione di semidetenzione si può restare anche più di un anno, in attesa che sia esaminata la richiesta d’asilo.

L’uscita dal Cara è consentita dalle 8 alle 20, ma non ci sono mezzi pubblici da e per,  motivo per cui i rifugiati molto spesso si procurano  una bicicletta. Inoltre, proprio nella serata di domenica scorsa un ragazzo di colore  sulla sua bici veniva travolto da un’auto pirata e lasciato gravemente ferito in terra. Solo la civiltà di donne e uomini del luogo, fra cui un nostro Dirigente Sindacale, che ha chiesto di rimanare anonimo, perché dice “per me era un atto di civiltà, non ho fatto nulla di straordinario”,  hanno reso possibile un suo soccorso presso il Perrino. In questo contesto si inseriscono, altresì, realtà quale quella di Adriana, una donna trans costretta a vivere nei capannoni con gli uomini, che avrebbe tutto il diritto di essere posta in un reparto ad hoc. Inoltre, la stessa non ha potuto assumere la terapia ormonale per circostanze tutte ancora da chiarire.

Un gran numero di transessuali straniere passa in queste strutture. Per evitare stupri e altri tipi di abusi nei Centri come quello di Milano si è deciso di creare un reparto separato a loro destinato. A Brindisi purtroppo non si è creata questa sensibilità ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ad oltre 20 anni dalla creazione di questi centri, è giunto il momento di rimodulare la loro concezione. Quello che scrivo non è demagogia, ma la necessità  riscontrata nel quotidiano di approcciarsi a queste persone con maggiore umanità ed un senso civico che ci ha sempre reso la città dell’accoglienza.

I Cie non assicurano soluzioni, ma solamente restrizioni di fondamentali diritti soggettivi e complicazioni giuridiche di vario genere, e alimentano un clima di ‘caccia all’uomo’ e di xenofobia già oggi sopra il livello di guardia. Non possiamo guardare all’America e non pensare cosa abbia prodotto la politica di questi ultimi mesi. Lo scorso febbraio la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per il trattenimento illegittimo di tre cittadini tunisini, confermando la sussistenza della violazione del Diritto alla libertà e alla sicurezza, art. 5 Cedu, e del Diritto ad un ricorso effettivo, art. 13 Cedu. Si tratta di una decisione di assoluta rilevanza: è la prima condanna per l’illegittima detenzione dei migranti all’interno dei centri di prima accoglienza italiani. La sentenza è di primaria importanza anche perché mette in discussione le prassi detentive attuali all’interno dei centri. I centri di accoglienza nella loro attuale concezione sono inadeguati ed anche i trattati a cui si ispirano risultano superati rispetto alla evoluzione degli eventi. 

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