In Canada per sfuggire alla Scu: un comitato a sostegno della famiglia

Dopo il rigetto della richiesta di asilo politico, ancora nessuna apertura da parte delle autorità locali nei confronti dei coniugi della provincia di Brindisi costretti a lasciare l'Italia con i figli. "Viviamo in clandestinità"

BRINDISI – Sta trovando ampio risalto sui media canadesi l’odissea dei coniugi Demitri, cognome di fantasia dato a una coppia della provincia di Brindisi rifugiatasi in Canada per sfuggire alla Scu, ma che adesso le autorità locali, dopo il rigetto della richiesta di asilo politico, intendono espellere. Dopo l’articolo pubblicato la scorsa settimana sul giornale The Guardian, anche il National Post si è occupato del caso, con un’intervista in cui emergono nuovi dettagli sull’odissea di Fabrizio, Alessandra e dei loro quattro figli, due nati in Italia e altrettanti in Canada. 

L'articolo del National Post

Il comitato a sostegno della famiglia

A sostegno della famiglia Demitri si è costituito un comitato che fornisce supporto e assistenza tramite gli avvocati Richard Boraks e Rocco Galati, che hanno partecipato a una conferenza sulla vicenda che si è svolta sabato 9 marzo presso il centro congressi Columbus Centre di Toronto.

"Il ministro dell'Immigrazione unica speranza"

Sul fronte istituzionale, al momento, non si registrano aperture. La redazione del National Post si è rivolta sia al funzionario del ministro all’Immigrazione, Ahmed Hussen, che ai funzionari del ministero, per avere dei chiarimenti. Solo dopo aver presentato il consenso a interpellare le autorità firmato dai diretti interessati, il portavoce dell’ufficio Immigration, Refuges and Citizenship Canada, Peter Liang, ha detto, si legge sul National Post, che “la famiglia al momento non ha lo status in Canada". Lo stesso ha inoltre aggiunto al giornale canadese che “l’appello umanitario è stato negato perché il giudice non ha ritenuto che il caso ‘giustificasse un'esenzione’ e la Corte federale ha rifiutato di ascoltare il ricorso”. Eppure, da quanto riferito al National Post dall’avvocato Boraks, esperto in immigrazione, il ministro Hussen, “unica speranza della famiglia”, avrebbe concesso dei permessi di soggiorno temporanei anche in "casi meno convincenti” di quello riguardante i Dimitri. 

Lo zio boss e il pentimento del cugino

Nell’intervista rilasciata alla testata canadese, la donna ha fornito nuovi dettagli sulla sua storia. Suo zio, un boss della Scu, quando era bambina le mostrava i tatuaggi fatti in prigione. Anche i cugini e altri zii hanno scelto quella vita. Alessandra, invece, dalla malavita ha sempre preso le distanze. "Una delle prime cose che ho imparato - dichiara Alessandra al National Post - è che quando senti qualcuno sparare, bisogna lasciare l'auto parcheggiata e correre da una macchina all'altra e non guardare mai dietro di te. E se vedi qualcosa, fingi di non averlo fatto”. 

Nel 2009 avviene l’incontro con Fabrizio, un civile che collaborava come informatore sotto copertura per le forze dell’ordine, con il compito di raccogliere informazioni su una ditta in odor di mafia. Fabrizio si ritrova a indagare anche sulla famiglia di Alessandra. E’ così che i due si conoscono.

La donna racconta al National Post che un cugino nel 2010 venne arrestato per un omicidio. Poco dopo diventa un collaboratore di giustizia. Il padre, lo zio di Alessandra, prende pubblicamente le distanze dal figlio. Il pentimento comporta delle conseguenze per tutta la famiglia. "Quando inizi a vedere che le persone ti seguono e sputano per terra dietro di te quando cammini – si legge in una parte dell’intervista - ti rendi conto che non hai bisogno di un attacco o di una minaccia per renderti conto che ti stanno cercando”. 

Le minacce e le intimidazioni

La situazione precipita nel 2012, quando il referente fra gli investigatori di Fabrizio viene trasferito e si viene a sapere della sua collaborazione con le forze dell’ordine. A quel punto iniziano le intimidazioni. Dopo l’avvelenamento del cane, fortunatamente salvato da un veterinario, la famiglia si rifugia nel Nord Italia. Ma anche qui la Scu riesce a rintracciarli. Alessandra e Fabrizio se ne accorgono quando vengono avvicinati da una persona che dopo aver finto interesse per un annuncio di vendita del portapacchi della loro auto, comincia a parlare in dialetto dicendo di provenire “dal cuore di Mesagne”. "Questo – dichiara la donna al National Post - era un messaggio direttamente dalla Sacra Corona Unita che ci diceva di stare attenti e che sapevano dove trovarci e potevano arrivare da un momento all'altro”. 

La fuga all'estero

A quel punto, nel 2013, i Demitri vendono i loro beni, fanno le valige e prendono un volo alla volta di Toronto. Qui inizia una lunga trafila burocratica per il riconoscimento dell’asilo politico. Ma le cose non vanno affatto bene, perché l’istanza viene respinta nel 2014. Nel marzo 2018 viene rigettato anche l’appello umanitario, con la motivazione che in Europa era disponibile una protezione adeguata. 

Lo scorso maggio, da quanto riportato dal National Post, gli agenti dei servizi di frontiera vanno da loro, ma non li trovano in casa. “Si sono presentati indossando giubbotti antiproiettile - dichiara Alessandra al National Post - con un grosso furgone, mostrando le nostre foto ai nostri vicini. Ci siamo spaventati e abbiamo riempito di nuovo tutto e siamo andati in clandestinità. Da quel giorno, niente più scuola, niente più. Non usciamo più come una famiglia”. 

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