Falsi braccianti, ma per farsi la villa/ Video

FRANCAVILLA FONTANA - Gli indagati sono 199, compresi 6 dipendenti dell'Ufficio tecnico comunale e 40 progettisti privati. Gli immobili sequestrati sono 90. Le indagini della polizia municipale di Francavilla Fontana su delega della procura fanno saltare il tappo al giro delle ville camuffate da case rurali.

Il gip Giuseppe Licci

FRANCAVILLA FONTANA – Si dichiaravano falsi braccianti e avevano ottenuto il permesso per costruire case coloniche che in realtà erano vere e proprie abitazioni private (guarda il video). Ci sono 199 persone, fra le quali sei tecnici del Comune di Francavilla Fontana e 40 tecnici progettisti, alcuni dei quali assessori e consiglieri comunali, indagate nell’ambito di una maxi operazione contro l’abusivismo edilizio condotta dal locale comando di polizia municipale, mentre sono 90 gli immobili, fra terreni e fabbricati, posti stamane sotto sequestro su provvedimento del gip del tribunale di Brindisi, Giuseppe Licci, al culmine di una lunga attività investigativa coordinata dal pm Valeria Farina Valaori.

Gli indagati, stando alle accuse formulate dagli inquirenti, in concorso fra loro e comunque in cooperazione fra loro, hanno attuato illecitamente una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale. L’operazione è stata denominata “Villa Franca”: il nome originario della Città degli Imperiali deciso dal fondatore della stessa, il principe Luigi D’Angiò, che invitò tutti gli abitanti del circondario ad insediarsi in questa terra, promettendo di non applicare ai nuovi contadini le gabelle (la storia si ripete dicono gli investigatori).

Le indagini sono partite nel 2008, quando la squadra di polizia giudiziaria dei vigili urbani di Francavilla Fontana, in occasione di un ordinario controllo edilizio del territorio, accertò che il proprietario di un fabbricato posto in zona agricola aveva ottenuto il permesso di costruire dichiarando falsamente di rivestire la qualifica di bracciante agricolo con un semplice atto notorio allegato alla richiesta, avallato da due testimoni.

Tale “procedura” (in verità in uso da molti anni e ovunque in questo territorio provinciale, utilizzando anche false qualifiche di coltivatore diretto) aveva consentito al richiedente di costruire una civile abitazione, in zona agricola, dove è consentita la sola edificazione di immobili che abbiano i requisiti della casa colonica a servizio di attività agricola, nonché di usufruire dell' esonero del pagamento degli oneri connessi al permesso a costruire.

Del fatto fu immediatamente informata la Procura della Repubblica di Brindisi, che avviò indagini finalizzate a verificare l'esistenza di altri casi analoghi. L'attività' di indagine riguardò, in un primo momento, tutti i permessi di costruire rilasciati in favore di braccianti agricoli negli anni 2007 e 2008. Per ognuno di essi furono effettuate verifiche incrociate presso l'Inps e presso il centro territoriale per l'impiego che permisero di accertare che circa il 90 per cento delle attestazioni di qualifica era falso in quanto sottoscritto in realtà da impiegati, commercianti, pensionati e altre categorie. La Procura della Repubblica perciò nominò un perito al quale fu affidato il compito di verificare se tutti gli immobili realizzati rispondessero ai requisiti oggettivi necessari all'attività' agricola.

L'esito della consulenza permise di accertare che, nella quasi piena totalità, erano state realizzate costruzioni, alcune anche con piscina, destinate alle ferie estive e del tutto estranee ad attività agricole. Addirittura, venivano rilasciati permessi di costruire in violazione alla normativa relativa ai così detti lotti minimi: per l’Ufficio tecnico comunale bastavano terreni di 3200 metri quadrati.

Una volta accertate le dimensioni di questo stravolgimento del territorio della città di Francavilla Fontana, la procura, con ulteriore delega di indagini alla polizia municipale nel 2011, decise di estendere i controlli a tutti i permessi di costruire rilasciati dal 2006 al 2011 per la realizzazione di case di campagna, comprese quelle a titolo oneroso, che non avevano usufruito delle agevolazioni destinate all'agricoltura.

Anche in questa fase furono eseguiti accertamenti incrociati tra il centro territoriale per l'impiego e l'Inps. Un lavoro enorme se si considera che tra la prima e la seconda delega di indagine, presso l'Ufficio Tecnico Comunale, furono acquisiti circa 500 fascicoli per ognuno dei quali fu eseguito sopralluogo da parte del consulente tecnico, coadiuvato da personale di questo comando. La squadra di polizia giudiziaria delegata, diretta da due anni dal tenente Luana Casalini, provvide ad effettuare indagini estese in tutto il territorio nazionale, per accertare anche la posizione di alcuni richiedenti che risiedevano in altri Comuni.

Dalla relazione finale del consulente tecnico della pm Valeria Farina Valaori è emerso che, fra tutti i casi esaminati, circa 400 immobili non sono risultati in regola in quanto i permessi di costruire sono da ritenersi illegittimi per le carenze dei requisiti oggettivi, per la falsità in atti accertata dagli investigatori e per irregolarità di altra natura, in particolare la violazione delle norme che riguardano la tutela paesaggistica.

La procura, insomma, ha accertato il reato di lottizzazione abusiva che ha comportato una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale da area agricola a residenziale, frutto di una illecita prassi amministrativa ed edificatoria costituita da fraudolenti concertazioni fra i committenti, che con la pratica del falso atto notorio creavano artatamente i presupposti soggettivi.

I progettisti avrebbero fornito lo strumento tecnico, spesso incompleto e inadeguato, nella presunta consapevolezza che nessuna attività agricola e di coltivazione era praticata sui fondi interessati. I tecnici comunali, da parte loro, in assenza di requisiti di legge, avrebbero garantito ugualmente il conseguimento del permesso a costruire e dell’autorizzazione paesaggistica sulla base di procedimenti amministrativi carenti nelle istruttorie e tutti uguali sia nei contenuti che nei provvedimenti conclusivi, omettendo di vigilare su un fenomeno che, per vastità, non poteva essere constatato ed interrotto.

E non poteva che destare sospetto il fatto che i tecnici comunali erano sempre gli stessi e che fra i tecnici progettisti ricorrevano ripetutamente gli stessi nomi, fra cui quelli di amministratori comunali (assessori e consiglieri). Un ulteriore e grave aspetto della vicenda è rappresentato dal fatto che in alcuni casi l’immobile realizzato con tali modalità è stato poi rivenduto a terzi, qualcuno in buona fede comportando così una premeditata speculazione. La fine di tale condotta illecita è coincisa non a caso con la fase di avvio delle indagini.

Su disposizione dell’autorità giudiziaria, solo ai proprietari residenti è stata concessa la facoltà d’uso delle villette. Alla maggior parte degli indagati, invece, non sarà consentito l’utilizzo del bene. Chi potrà dire tra gli indagati di avere agito secondo le regole? L’attività difensiva è appena iniziata, ed è frenetica. I reati contestati sono quelli di concorso semplice e cooperazione colposa in falso ideologico e lottizzazione abusiva (articoli 110, 113, 483 del codice penale e 44 e 30 del Dpr 6 giugno 2001).

 

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