Fu beccato con l’uncino: il giudice assolve Loparco

OSTUNI - Fu beccato con un gancio a doppio uncino nelle tasche del giubbotto: arnese improprio se posseduto da chi, come Denis Loparco (38 anni, ostunese) più volte è già stato condannato per reati contro il patrimonio. Di fatto però non è stato possibile accertare, oltre ogni ragionevole dubbio, che quell’aggeggio gli servisse per procurare danni.

Denis Loparco

OSTUNI - Fu beccato con un gancio a doppio uncino nelle tasche del giubbotto: arnese improprio se posseduto da chi, come Denis Loparco (38 anni, ostunese) più volte è già stato condannato per reati contro il patrimonio. Di fatto però non è stato possibile accertare, oltre ogni ragionevole dubbio, che quell’aggeggio gli servisse per procurare danni. “E’ un arnese che uso all’interno della baracca di frutta e verdura di mia moglie. L’ho dimenticato nel giaccone”, fu la sua giustificazione, quando venne fermato, alle 22 di un “blindato” sabato sera. Ma la mattina precedente, a vendere la frutta al mercato, Loparco c’era andato per davvero. E per i giudici è più che sufficiente tale circostanza a smontare la certezza della prova.

E così il 38enne ostunese è stato assolto. Tutt’ora alla sbarra, nell’ambito del processo New deal, per associazione a delinquere di stampo mafioso, Denis Loparco riceve dalla Sezione distaccata del Tribunale di Ostuni una sentenza che, sebbene maturata a margine di un procedimento diverso rispetto a quello in corso presso l’aula Metrangolo del Tribunale di Brindisi, non è poi del tutto scollegato alle ipotesi di reato per le quali ancora oggi è imputato. La decisione emessa dal giudice monocratico Giovanni Zaccaro, di fatto lo scagiona dall’accusa di detenzione di un arnese improprio (un gancio con doppio uncino) che le forze dell’ordine gli trovarono addosso nel marzo del 2009, durante un servizio di controllo messo a punto dagli investigatori per fare luce su una sequela di azioni intimidatorie e estorsive orchestrate ai danni di pubblici amministratori, tecnici e imprenditori della Città bianca, finiti nel mirino a cavallo tra il 2008 e il 2009. Fattacci per i quali finirono in carcere, il 1° aprile del 2009, Alfredo Capone (52 anni), Pierluigi Cisaria (42), Giovanni Basile (32) e Denis Loparco, appunto. Proprio quest’ultimo, un paio di settimane prima che la polizia eseguisse l’ordinanza di arresto, fu bloccato dalle forze dell’ordine e sottoposto a perquisizione. Nella circostanza sbucò dalle tasche del suo giubbotto, il gancio “proibito” e per questo formalmente denunciato, con tanto di decreto penale cui la difesa si oppose. A margine di quel procedimento specifico, oggi per lui è arrivata l’assoluzione.

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Il ritrovamento tra le sue mani di quell’arnese (tipico da macelleria) spinse gli inquirenti a sospettare un collegamento tra l’uncino galeotto e la testa di cavallo mozzata che alcuni mesi prima, il 21 aprile 2008, era stata consegnata a domicilio (insieme ad alcuni proiettili) al vice sindaco della Città bianca, l’ingegnere Vincenzo Pomes. “Un regalino” sull’uscio del suo studio professionale. Un macabro messaggio di stampo mafioso. Intensa fu l’attività investigativa posta in essere in quei mesi per fare luce sulla “banda della Calibro 9”. Con i quattro sospettati tallonati dalla polizia, giorno e notte. Ogni passo falso, ogni indizio poteva risultare utile alle indagini. Ed è per questo gli inquirenti chiesero conto a Loparco anche del singolare possesso di quell’uncino.

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