Il marito sindaco morì in servizio, lei fa causa al Comune

LATIANO - Accadde alla vigilia di Ferragosto, esattamente un anno fa. Graziano Zizzi, 42 anni, viaggiava a bordo della propria auto sulla provinciale che da San Vito dei Normanni porta a Latiano, la città che gli aveva consegnato nelle mani il proprio destino promuovendolo a sindaco. Graziano, pretendeva che tutti lo chiamassero semplicemente per nome, aveva ricevuto quella consegna come una missione. Alla lunga esperienza di volontario nel sociale aveva sommato dunque il peso di quella fascia tricolore, dal quale non si separava né giorno né notte. Non è un caso che questo sia il ritratto tracciato anche da quelli che gli erano stati, politicamente avversi. Sempre a disposizione della città e dei suoi problemi.

Graziano Zizzi tra i suoi cittadini

LATIANO - Accadde alla vigilia di Ferragosto, esattamente un anno fa. Graziano Zizzi, 42 anni, viaggiava a bordo della propria auto sulla provinciale che da San Vito dei Normanni porta a Latiano, la città che gli aveva consegnato nelle mani il proprio destino promuovendolo a sindaco. Graziano, pretendeva che tutti lo chiamassero semplicemente per nome, aveva ricevuto quella consegna come una missione. Alla lunga esperienza di volontario nel sociale aveva sommato dunque il peso di quella fascia tricolore, dal quale non si separava né giorno né notte. Non è un caso che questo sia il ritratto tracciato anche da quelli che gli erano stati, politicamente avversi. Sempre a disposizione della città e dei suoi problemi.

Anche quell’ultimo giorno viaggiava in direzione del municipio, sebbene fosse in ferie, sacrificando senza battere ciglio il suo tempo e quello dei suoi cari, che quel giorno erano con lui. Erano le due del pomeriggio. Aveva piovuto, l’asfalto era scivoloso. Per drammatica fatalità perse il controllo della vettura. L’auto zigzagò paurosamente. Il piccolo Pietro, che viaggiava con il suo papà, e i due zii a bordo della vettura, ne uscirono indenni. Graziano Zizzi volò fuori dall’abitacolo, rovinando sull’asfalto.  Avrebbe lottato fra la vita e la morte per due lunghi mesi. Sarebbe morto il 21 ottobre nel policlinico di Bari.

E’ trascorso un lungo, doloroso anno. E adesso, per la prima volta, la vedova Giuseppina Rizzo, 42 anni, è disposta a parlare di quel dolore. Vincendo un naturale riserbo, spinta dalla necessità di chiarire, pubblicamente, fraintesi nei quali è rimasta impigliata la memoria di suo marito ma anche la purezza del sentimento per lui. La necessità dunque di raccontare il dramma di un compagno di vita perduto tanto intempestivamente. La perdita del papà, per il suo bambino. Ma anche la battaglia, solitaria, di fronte alla magistratura civile, per ottenere il riconoscimento di quella tragedia come incidente occorso al marito nel pieno svolgimento delle sue funzioni di sindaco.

L'INTERVISTA

Graziano Zizzi sarebbe dovuto andare al mare con il piccolo Pietro e i suoi cari, quel giorno. Una telefonata da parte di un dipendente comunale, pronto a testimoniare insieme ad altre quattro persone, lo aveva costretto a fare marcia indietro per firmare la carta di identità di un cittadino latianese che sarebbe dovuto partire quel giorno stesso per l’Albania. Il sindaco, a quell’appuntamento, non sarebbe mai arrivato.

Da quando tempo conosceva suo marito, signora Rizzo?

Siamo stati insieme da quando avevamo 18 anni, eravamo ragazzini. Abbiamo trascorso insieme quasi tutta la vita.

Chi era Graziano Zizzi?

Lo raccontano le lettere che i bimbi gli hanno scritto, quando lui è scomparso. Ma anche gli anziani, i diversamente abili. Graziano era una persona a disposizione di tutti. E lo era da sempre. Una vita da volontario nel sociale. Anche la scelta di entrare in politica era stata dettata da una sorta di vocazione, dal bisogno avvertito come missione, di essere utile alla comunità nella quale e per la quale viveva. Da quando era diventato sindaco poi, era impegnato ventiquattro ore su ventiquattro. Per gli altri. Mi permetta di aggiungere una cosa.

Dica.

Quando hanno interrotto il coma farmacologico, a Bari, lui si è svegliato, sapeva perfettamente quello che gli stava succedendo, e come sarebbe andata a finire. L’unico suo pensiero era per Pietro. Si preoccupava solo per il bambino.

Tanto impegno ha mai significato sottrarre tempo alla famiglia?

Le dico solo questo: è da quattro-cinque anni che io non faccio una vacanza, lui era sempre per gli altri. Ho dovuto rinunciare a tante cose per lui. Ma aveva un modo tutto suo per vivere questo impegno: mi coinvolgeva, sempre. Quando c’era bisogno di aiutare qualcuno la prima persona a cui si rivolgeva ero io. Allora diventava un impegno a quattro mani. Mio marito era davvero una persona straordinaria, e ogni rinuncia, nella profonda consapevolezza della purezza con cui si lasciava coinvolgere in mille impegni, smetteva di essere un sacrificio. E’ diventato sindaco, ma sarebbe potuto arrivare a Roma, aveva lo spessore intellettuale e umano per arrivarci. Io sarei stata al suo fianco in ogni battaglia.

Quante e quali persone ha sentito più vicine nel momento della scomparsa?

La mia famiglia e quella di Graziano, naturalmente, ma non solo i famigliari. Ho sentito una vicinanza corale, di tutta la città. Soprattutto i cosiddetti ultimi, quelli che di fronte a Graziano diventavano re. Ma anche le istituzioni, soprattutto la Provincia e il presidente Massimo Ferrarese. Il sindaco di Bari Michele Emiliano. La Regione. Approfitto di questa occasione per ringraziare, in particolare, gli ex datori di lavoro di mio marito, Uccio e Brenda Dell’Aglio, per la vicinanza morale che continuano a darmi senza chiedere nulla in cambio. Ringrazio tutti, per la sensibilità dimostrata nei miei confronti e nei confronti di nostro figlio.

Crede che qualcuno abbia strumentalizzato il nome di suo marito?

Preferisco non rispondere.

Si è sentita circuita in campagna elettorale? Le hanno chiesto di candidarsi?

Preferisco non rispondere.

Dalla scomparsa di suo marito, il sostentamento della famiglia è tutto nelle sue mani.

Con questa domanda lei mi offre l’occasione di rivolgere un ringraziamento particolare ai miei datori di lavoro, il patronato Acli. Soprattutto loro, non mi hanno mai abbandonato, mi hanno permesso di continuare a lavorare, mi sono stati tutti vicini, dal presidente regionale Gianluca Budano, al presidente provinciale Giuseppe Cecere, al direttore Antonio Lamusta, la presidenza e la direzionale nazionale. Tutto il patronato mi è stato e continua ad essermi vicino.  Senza di loro, non so come avrei fatto…

Vuol dire che si aspettava, da qualcuno, un sostegno che non è arrivato?

Lo ripeto, devo dire grazie a tante persone. E non riuscirò a ringraziarle mai abbastanza. Ma ad appena due mesi dalla morte di Graziano ho cominciato a sentire intorno a me un vuoto che non mi aspettavo. E’ avvenuto intorno a dicembre. Il mio contratto con il patronato era in scadenza, non sapevo come andare avanti. Telefonavo al Comune, chiedevo. Non mi spiegavo come mai mio marito, pubblico ufficiale, fosse senza copertura assicurativa. La giunta che lo aveva affiancato fino all’ultimo, era ancora in carica. Tutti mi dicevano: “Non si può fare niente”, io non me ne sono mai capacitata.

Perché ha deciso di citare in giudizio il Comune di Latiano?

La risposta a questa domanda non è semplice. Sono arrivata a questa scelta dopo un lungo travaglio che non pretendo venga compreso. Per molti sono diventata di colpo insensibile. Parlano persino di speculazione. Io ho capito fin da subito, da quelle telefonate che venivano liquidate in quel modo, che c’era qualcosa che non andava, e dovevo, devo capire. Assolutamente. Per questo mi sono rivolta all’avvocato Filomeno Montesardi. Lo devo a mio figlio Pietro e alla memoria di mio marito. Graziano non aveva più i genitori, sono rimasta orfana da un pezzo anch’io. Se domani dovesse accadermi qualcosa, la vita dimostra che l’imponderabile è possibile, lui non avrebbe nulla, nulla. Io chiedo solo, alla magistratura, di accertare se quella polizza c’era o non c’era. E di riconoscere a mio figlio i diritti che gli spettano, se gli spettano, nient’altro. E’ una cosa che mi fa malissimo, violenta. Ma per i figli queste cose si fanno.

Se il giudizio civile dovesse riconoscerle questo diritto, cosa farebbe con quei soldi?

Non terrei niente per me, niente. Mi basta il mio lavoro, non voglio altro. Ogni cosa è per mio figlio. E per un sogno: una fondazione impegnata nel sociale che porti il nome di Graziano.

Qualcuno le ha promesso che a suo marito sarebbe stata intitolata una piazza.

E’ vero. Ma poi ho sentito che non è stato più possibile non so bene perchè. Ma saranno intitolate a lui le rotonde sulla via per San Vito, per volere della Provincia di Brindisi e del presidente Ferrarese, che ringrazio ancora una volta.

Cosa spera per il suo futuro?

Salute. Per me e per mio figlio. Con la morte di Graziano si è chiusa un’epoca, un ciclo vitale. Io so che non tornerà mai più nulla come prima.

L'AVVOCATO, IL GIALLO DELLA POLIZZA

Un indennizzo da 1.979.180,96 euro. A tanto ammonta secondo le stime effettuate su parametri stabiliti su scala nazionale dall’avvocato Filomeno Montesardi, il danno subito dalla vedova Zizzi e dal figlioletto per la morte del sindaco Graziano. Danni che, secondo il legale difensore degli eredi, dovrebbe essere il Comune di Latiano a pagare. Le parti, già costituite nel giudizio civile che si terrà di fronte al tribunale di Mesagne, compariranno in aula il 16 settembre prossimo, data fissata per la prima udienza di fronte al giudice monocratico Sara Foderaro.

Toccherà al magistrato stabilire, non solo se quel risarcimento spetti oppure no alla famiglia del sindaco Zizzi, ma anche e soprattutto sciogliere l’enigma sulla misteriosa “polizza assicurativa per i rischi degli amministratori”, dato che non si capisce ancora se il Comune l’abbia mai stipulata oppure no. A Giuseppina Rizzo, moglie del sindaco deceduto, il Comune pare abbia risposto sempre negativamente, ed è sulla base di quel diniego che il legale ha formulato la propria memoria difensiva. Salvo colpi di scena dell’ultima ora.

L’assunto dal quale Montesardi parte è che il sindaco Graziano Zizzi è morto nell’esercizio delle sue funzioni di amministratore, assunto che almeno cinque persone sono già disposte a testimoniare. L’avvocato ricostruisce brano a brano, a conforto delle valutazioni del giudice, le ultime ore di vita del primo cittadino. Quel mattino stava andando al mare, e prima di mettersi in viaggio sulla Renault Scenic in cui avrebbe trovato la morte, telefonò come d’abitudine al Comune, per sapere se avessero bisogno di lui. Malgrado fosse in ferie. Luigi Mingolla, dipendente del Comune, gli rispose che no, poteva andare tranquillo.

Salvo poi, intorno alle 12 e 30, richiamare il sindaco per chiedergli di passare in municipio: urgeva la sua firma in calce a una carta di identità utile per l’espatrio, richiesta da un cittadino latianese che proprio quel giorno sarebbe dovuto partire per l’Albania. Graziano Zizzi, manco a dirlo, diede la propria disponibilità, dato che nessuno degli amministratori la cui firma avrebbero avuto forza identica forza di legge, era in quel momento disponibile. Graziano Zizzi è morto percorrendo quella strada che non avrebbe mai imboccato se non ci fosse stata quella chiamata, cui non ha esitato a rispondere sebbene fosse la vigilia di ferragosto.

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Polizza o non polizza, circostanza ancora tutta da chiarire, l’avvocato sostiene che quel risarcimento spetta agli eredi. E cita, in punta di diritto, il Codice civile laddove dice che: “Il mandante deve inoltre risarcire i danni che il mandatario ha subito a causa dell’incarico”, e ancora il Testo unico sugli enti locali e persino la Costituzione.   Ma anche una serie di sentenze che colmano quel vuoto legislativo che nel caso di specie richiede necessariamente il ricorso ad una interpretazione analogica. Spetta al giudice civile stabilire dunque se questi assunti siano fondati oppure no, in una battaglia legale dai prodromi dolorosi certo, ma anche controversi.

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