Incendio e fuga, filmati e incastrati

BRINDISI – Per gli investigatori del commissariato di Mesagne la situazione è abbastanza chiara. L’attentato subito pochi giorni fa da un imprenditore locale va inquadrato “in una più ampia attività estorsiva posta in essere dal gruppo che attualmente opera in questo territorio”, e si è svolto con modalità tali da prefigurare “l’aggravante del metodo mafioso”. E i poliziotti al comando del vicequestore Sabrina Manzone due nomi li hanno già individuati: sono quelli di Danilo Calò di 24 anni, e di Marcello Romano di 34, denunciati a piede libero per tentata estorsione aggravata secondo le previsioni dell’articolo 416 bis, e per incendio doloso.

Danilo Calò

BRINDISI – Per gli investigatori del commissariato di Mesagne la situazione è abbastanza chiara. L’attentato subito pochi giorni fa da un imprenditore locale va inquadrato “in una più ampia attività estorsiva posta in essere dal gruppo che attualmente opera in questo territorio”, e si è svolto con modalità tali da prefigurare “l’aggravante del metodo mafioso”. E i poliziotti al comando del vicequestore Sabrina Manzone due nomi li hanno già individuati: sono quelli di Danilo Calò di 24 anni, e di Marcello Romano di 34, denunciati a piede libero per tentata estorsione aggravata secondo le previsioni dell’articolo 416 bis, e per incendio doloso.

E’ manovalanza al soldo dei personaggi che hanno preso il posto dei fratelli Campana, di Daniele Vicientino e di Ercole Penna, soggetti rimasti sul territorio che stanno approfittando del grande scompiglio creato dalle operazioni di polizia di fine 2010 per ricucire la rete estorsiva e prendere il controllo di altre attività rimaste senza punti di riferimento. Danilo Calò (quello tra i due indagati che non ha precedenti penali convive ufficialmente sotto lo stesso tetto con il nucleo familiare dell’ex sorvegliato speciale Cosimo Giovanni Guarini, ora sottoposto all’obbligo di dimora.

La scommessa investigativa è lacerare questa ennesima trama malavitosa prima che si rafforzi. Non sarà facile. Ma intanto Romano e Calò possono rappresentare il bandolo della matassa. Sul loro coinvolgimento nell’attentato all’abitazione di Luigi De Vicienti, titolare di una impresa di servizi ecologici i dubbi sono davvero scarsissimi, se non inesistenti, visto che gli autori dell’incendio, avvenuto alle 21 d di martedì 26 luglio, sono stati ripresi dalle videocamere di sorveglianza del Comune e di alcuni negozi della zona.

Romano poi indossava una maglietta celeste da centravanti: proprio quel numero 9 bianco, inconfondibile, ha consentito di collegarlo ulteriormente all’attentato, visto che la maglietta appena descritta si nota perfettamente nelle registrazioni digitali delle stesse videocamere ed è stata trovata in casa del sospettato durante la perquisizione eseguita dal personale del commissariato mercoledì 27, al termine dell’esame delle cassette.

Il risultato delle indagini sin qui svolte è stato trasmesso dalla polizia al pm Raffaele Casto della procura di Brindisi e alla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, per le determinazioni del caso. La dirigente del commissariato di Mesagne ha spiegato che l’imprenditore taglieggiato aveva denunciato a gennaio una richiesta estorsiva di 300mila euro da parte di Tobia Parisi, all’epoca ancora ricercato nell’ambito dell’Operazione Calipso del Ros dei carabinieri, scattata a fine settembre, e da Ivan Carriero.

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Da quel punto in poi De Vicienti non è stato mai mollato dal gruppo malavitoso che si è ricostituito a Mesagne, che conta su personaggi convinti sino in fondo di poter ancora sfruttare un pesante potere intimidatorio, al punto da agire, come nel caso del 26 luglio, alle 21 e in una zona centrale della vita cittadina. La circostanza di due giovani in fuga lungo via Federico II Svevo (al numero 11 avevano versato la benzina per appiccare il fuoco alla porta d’ingresso), e poi lungo la scalinata di Vico dei Moneo che porta al centro storico, era stata infatti segnalata da non pochi testimoni, oltre che ripresa dalla videocamere. Una mancanza di cautele che ha consentito agli investigatori di risalire subito a Daniele Calò e Marcello Romano.

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