Incidente mortale sul cavalcavia: condannato per omicidio stradale

Due anni per il conducente dell’auto, Gabriele Quaranta, 23, rimesso in libertà dal Tribunale: esclusa aggravante dell’assunzione di droga, confermata la guida in stato di ebbrezza. La vittima, Matteo Machì, era sul sedile anteriore: aveva 21 anni, era padre di una bimba di due anni. La famiglia: "Sentenza che ci spezza il cuore"

BRINDISI – Condannato a due anni di reclusione con l’accusa di omicidio stradale Gabriele Quaranta, 23 anni, di Brindisi, imputato in relazione all’incidente stradale in cui, alle porte del rione Bozzano, il 14 agosto 2018, perse la vita Matteo Machì. Aveva 21 anni ed era padre di una bambina di due. "Sentenza che ci spezza il cuore", dice la famiglia della vittima, in lacrime dopo la lettura del dispositivo.

La sentenza

Il tribunale di BrindisiL’imputato è stato giudicato con rito abbreviato incardinato dinanzi al gup del Tribunale di Brindisi Giuseppe Biondi il quale ha escluso l’aggravante dell’assunzione di cannabinoidi, ha confermato la guida in stato di ebbrezza alcolica e ha riconosciuto le circostanze attenuanti generiche (oltre alla riduzione di un terzo della pena legata alla scelta del rito alternativo al dibattimento).

 Il pubblico ministero Giovanni Marino, titolare dell’inchiesta, aveva chiesto la condanna alla pena di quattro anni di reclusione. L'imputato è difeso dall’avvocato Gianluca Palazzo del foro di Brindisi.

Il giudice ha riconosciuto a Quaranta i benefici della sospensione della pena e della non menzione e ha disposto l’immediata scarcerazione dell’imputato, ai domiciliari dal giorno successivo alla tragedia.  Contestualmente è stata applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per quattro anni.

L’incidente mortale

L’incidente mortale avvenne attorno alle 3,15 del 14 agosto dello scorso anno sul cavalcavia che collega la complanare Sud della circonvallazione di Brindisi alla complanare Nord, all'altezza del rione Bozzano: Quaranta era alla guida di una Mini Cooper, Machì era seduto accanto e, stando alla ricostruzione, “il passeggero era privo di cinture di sicurezza”.

Il 21enne venne sbalzato fuori dal finestrino. Morì sul colpo a causa della gravità delle ferite riportate: “un esteso traumatismo cranico encefalico con lesioni fratturative della calotta e della base cranica”.

Quaranta venne tratto in arresto con l’accusa di omicidio stradale perché “per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia cagionava la morte di Matteo Machì”.

Esclusa l’aggravante dell’assunzione di droga

Al conducente era stata contestata “l’aggravante dell’assunzione di cannabinoidi”, nonché la “guida in stato di ebbrezza alcolica. La perizia ha accertato che l’auto viaggiava a 56 chilometri orari, a fronte della velocità massima di 50. Stando alla ricostruzione, la Mini Cooper “impattava contro il guardail sulla corsia di marcia opposta e successivamente urtava la barriera posta all’inizio del cavalcavia”.

Secondo il giudice, “non è possibile desumere dalla sola positività ai cannabinoidi del sangue la circostanza che Quaranta stessa guidando effettivamente in stato di alterazione da stupefacenti”. Nelle motivazioni, contestuali, ha messo in evidenza due elementi: “L’assunzione della droga potrebbe essere avvenuta in altro frangente” e il fatto che “non emergono altri elementi da cui trarre la guida in stato di alterazione, se non le anomale modalità dell’incidente non attribuibile in alcun modo, come ha chiarito il consulente tecnico, al passaggio di un animale sulla carreggiata”.

La guida in stato di ebbrezza

Quanto alle anomalie, il giudice ha scritto ancora che “possono spiegarsi per l’essersi posto  alla guida in stato di ebbrezza questa sì pacifica in relazione alle ammissioni di Quaranta di avere bevuto birra e tre amari prima di mettersi alla guida e per il pacifico risultato delle analisi circa il quantitativo di etanolo presente nel sangue”.

La circostanza attenuante

La sentenza ha riconosciuto all’imputato la circostanza attenuante legata alla dinamica dell’incidente e al fatto che “Machì non indossasse la cintura di sicurezza”. “Certo, era preciso dovere di Quaranta indurlo a indossarla – si legge nelle motivazioni – tuttavia la circostanza che Machì non l’avesse poi in concreto allacciata, può essere elemento da valutare in punto di attenuazione della pena, come pure la giurisprudenza evidenzia”. Tenuto conto, infine, del comportamento dell’imputato che “non si è sottratto al contraddittorio, avendo subito reso dichiarazioni”, il giudice ha riconosciuto le generiche.

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