La denuncia di un medico del Perrino: “Quei certificati non li ho firmati io”

Il retroscena emerge dall'inchiesta della Mobile sulla falsificazione di permessi di soggiorno agli stranieri: sui documenti acquisiti ci sono le intestazioni della Asl di Brindisi e della Divisione di Chirurgia vascolare. Sotto inchiesta anche un avvocato e un medico del Leccese

BRINDISI – “Quei certificati non li ho firmati io, non sono della Divisione di Chirurgia vascolare dell’ospedale Perrino”: sono stati disconosciuti dal medico interrogato dagli agenti della Squadra Mobile nell’ambito dell’inchiesta sulla falsificazione di permessi di soggiorno agli stranieri, chiamata “Inganno”.

Il nuovo (presunto) inganno emerge come retroscena dall’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Francesco Carluccio, arrivata a conclusione nei giorni scorsi. Tra gli atti acquisiti dai poliziotti, ci sono anche diversi certificati che risalgono al 2011 e che solo “in apparenza sono provenienti dalla divisione di Chirurgia vascolare di Brindisi a firma del dottore (indicato ovviamente con nome e cognome” il quale ha negato di averli mai firmati. Chi ha apposto, allora, la firma? E’ uno degli interrogativi per i quali il pm si appresta a chiedere il processo sostenendo che quei documenti “servivano ad attestare in maniera falsa la presenza in Italia di stranieri di nazionalità cinese in data anteriore al 31 dicembre 2011 e comunque tale da accedere ai benefici della legge 109 del 2012”.

I risultati degli accertamenti hanno portato alla notifica di 37 avvisi di garanzia, 16 dei quali nei confronti di brindisini e leccesi, tra i quali ci sono un avvocato e un medico residenti nel Salento,  con la contestazione di una serie di ipotesi di reto: favoreggiamento della permanenza illegale di stranieri mediante la presentazione di falsa domanda di emersione e produzione di falsi documenti, falsità materiale in atti pubblici al fine di determinare il rilascio di un permesso di soggiorno nell’ambito di una procedura di emersione da lavoro irregolare; favoreggiamento dell’ingresso illegale mediante false dichiarazioni di assunzione e ospitalità.

Stando all’impostazione accusatoria, dietro il pagamento di somme di denaro da un minimo di 400 euro sino a un massimo di duemila euro sarebbero state fornite "false certificazioni" attestanti un rapporto di lavoro fittizio. Nella maggior parte dei casi come badanti. Le indagini sono partite nel momento in cui è emerso che dallo stesso indirizzo Ip (computer) partivano diverse richieste allo Sportello unico per l’Immigrazione di Brindisi.


 

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