“Maledetto quel giorno che sono entrato negli appalti Enel”: l'inchiesta si allarga

L'imprenditore di Monteroni racconta ai pm gli episodi di corruzione: "Per stare nei costi, eseguivo lavori in misura ridotta. Per esempio se dovevo fare un massetto di sette centimetri lo facevo di cinque e così rientravo nelle somme che dovevo pagare agli assistenti di cantiere". Verifiche sulle posizioni di altri dipendenti, dirigenti e quadri in servizio a Cerano. La società potrebbe costituirsi parte civile

BRINDISI – “Maledetto a me e a quel giorno che sono entrato in Enel, a Cerano: se non cacci soldi, non fanno i Sal (stati di avanzamento dei lavori). Mi sono rotto”. Lo sfogo dell’imprenditore di Monteroni di Lecce raccolto prima, in veste confidenziale, da un ispettore di polizia di Lecce è stato alla base della denuncia davanti ai pubblici ministeri di Brindisi, Milto Stefano De Nozza e Francesco Vincenzo Carluccio, titolari del fascicolo d’inchiesta nel quale sono indagati e arrestati cinque dipendenti della società proprietaria della centrale Federico II, tutti accusati – assieme al titolare della ditta – di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio.

Conferenza inchiesta appalti Enel-2-2

Carlo De Punzio, l’unico a essere finito in carcere, ha respinto l’accusa e fornito la sua verità al gip Stefania De Angelis e ai due pm, nel pomeriggio di ieri. Potrebbe tornare a parlare con i sostituti procuratori i quali hanno già chiesto di ascoltare il denunciante con incidente probatorio. Il che significa che certamente la Procura intende chiedere a breve il processo. Potrebbe anche significare che si rendono necessari chiarimenti sulle posizioni di altri dirigenti, quadri o dipendenti dell’Enel i cui nomi sono stati coperti da omissis nell’ordinanza di arresto, dopo essere stati citati dallo stesso imprenditore.

I destinatari della misura cautelare avranno modo di chiarire la propria posizione nelle prossime ore, gli altri quattro che sono ai domiciliari. Sono, infatti, previsti per domani gli interrogatori di: Domenico Iaboni, Vito Gloria, Nicola Tamburrano e Fabiano Attanasi.

Iaboni è il solo a essere stato licenziato dalla società dopo essere stato trasferito a Rossano Calabro, perché riconosciuto dai vertici di Enel produzione spa come l’interlocutore che chiede espressamente denaro al titolare dell’azienda, nella registrazione telefonica da questi fatta ascoltare ai dirigenti in un incontro avvenuto a Roma il 16 dicembre 2016.

Dopo quell’incontro, essendo venuta a conoscenza di situazioni dubbie, sarà la stessa Enel che il 12 gennaio 2017 sporge denuncia rivolgendosi alla magistratura: la querela porta la firma dell’ingegnere Giuseppe Molina. Enel Produzione spa, quindi, figura come parte lesa in questa inchiesta e potrebbe costituirsi parte civile una volta chiuse le indagini. L’azione legale consentirebbe di essere presente al processo penale con richiesta di risarcimento del danno, anche sul piano dell’immagine della società per azioni. Anche tramite i suoi legali, la spa ha messo a disposizione degli inquirenti tutti i documenti relativi agli appalti denunciati dall’imprenditore e ha permesso i sopralluoghi dei militari della Guardia di Finanza per accertare i lavori effettivamente eseguiti.

Nel corso degli interrogatori, il professionista leccese che tentò il suicidio il 4 marzo scorso, ha riferito che per stare nei costi, doveva “eseguire i lavori in misura diversa ovvero ridotta da quella pattuita”: “Per esempio, se nel contratto era previsto che dovevo fare un massetto di sette centimetri lo facevo di cinque e quindi così facendo rientravo nelle somme che dovevo pagare agli assistenti di cantiere”. Questi ultimi avrebbero chiuso un occhio certificando che tutto era stato eseguito a regola d’arte.

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