Manager nel mirino: "Quando finirà?"

BRINDISI – Quando è in macchina non può più ormai permettersi di perdere di vista lo “specchietto retrovisore”. Deve controllare e accertarsi di non “essere seguito” da qualche malintenzionato. Fare attenzione ad ogni passo che muove quando rincasa, per non essere fonte di pericolo per sé ed i suoi affetti più cari. “L’inferno” (che gli ha divorato cinque vetture) cui è costretto da quando ha accettato l’incarico di responsabile del personale della Manutencoop a Brindisi, è una cosa difficile da accettare per chi ha sempre fatto del rispetto delle regole uno stile di vita.

L'attentato di settembre 2011 a Carmelo Grassi

BRINDISI – Quando è in macchina non può più ormai permettersi di perdere di vista lo “specchietto retrovisore”. Deve controllare e accertarsi di non “essere seguito” da qualche malintenzionato. Fare attenzione ad ogni passo che muove quando rincasa, per non essere fonte di pericolo per sé ed i suoi affetti più cari. “L’inferno” (che gli ha divorato cinque vetture) cui è costretto da quando ha accettato l’incarico di responsabile del personale della Manutencoop a Brindisi, è una cosa difficile da accettare per chi ha sempre fatto del rispetto delle regole uno stile di vita.

Che viene messo a dura prova quando ti toccano negli affetti più intimi. Soprattutto quando qualcuno entra in casa di un genitore 75enne e appicca il fuoco all’auto parcheggiata in garage. Un padre, colui che nella vita gli ha insegnato a tenere la schiena dritta sempre, dimostrandogli di poter sfidare senza arretrare di un passo contro chi, in passato, incendiava le sue proprietà per conquistarsi un pozzo d’acqua, suo di diritto. L’attentato ai danni di Antonio Grassi, 75enne mesagnese, ha tutti i contorni di una vendetta trasversale: “colpire il padre per educare il figlio”.

Carmelo Grassi è un ragazzone di 38anni, una passione grande per la fotografia, la politica (è stato segretario cittadino del Pd di Brindisi), l’impegno sociale e civile. Un lavoro che tenta di svolgere onestamente con tutti i problemi del caso. Ma mantenere i nervi saldi in certi frangenti diventa difficile, soprattutto se chi ti incendia cinque auto nell’arco di pochi mesi, magari ti lavora intorno. E Grassi non intende, come sempre dichiarato, arretrare di un millimetro di fronte alle intimidazioni subite. Le denunce agli inquirenti sono state ampie e dettagliate ma...

L’esasperazione è dietro l’angolo: “Vivere onestamente non può essere un problema, non si può essere vittima di gente squallida. Quando si chiuderà il cerchio attorno ai miei aguzzini?”. E’ quanto si chiede Carmelo Grassi che non diffida dell’impegno delle forze dell’ordine e della giustizia, ma l’impressione di essere l’unico in questo momento a lottare, ce l’ha. Soprattutto se, al contrario delle precedenti edizioni (le quattro auto bruciategli sotto casa in via Boldini, al quartiere Sant’Elia), magari quella dell’attentato al padre non deriva solo da una riorganizzazione di turni di servizio sgradita a qualcuno abituato a far sparire o manomettere i registri della società per cui lavora, per cancellare forme di assenteismo, ma a qualcosa di più grande.

“C’è un potere di intimidazione in grado di destabilizzare enti pubblici, aziende, società di servizi per ottenere il proprio tornaconto”, dice Grassi. Centra qualcosa la parolina “internalizzazioni” all’interno della Asl? “Forse qualcuno pensa che alzando i toni del discorso possa ottenere qualcosa, ma preferisco non aggiungere altro”, conclude. Il collaboratore di giustizia Ercole Penna, nell’arco del suo recente pentimento, ha esplicitato una regola chiara del metodo mafioso per ottenere utilità: posti di lavoro. Magari sottratti da gente che nella vita ha preferito fare il delinquente anziché studiare e diventare un cittadino pronto e capace di non produrre sprechi e raggiungere obiettivi.

La questione dovrebbe preoccupare non poco Asl, enti locali, provinciali e regionali se tra gli internalizzandi si annidano sacche importanti di personale che non sarà in grado di assolvere ai compiti che gli spettano, o magari percepiranno uno stipendio per non far nulla. Probabilmente sono queste le sacche che Carmelo Grassi ha deciso di denunciare, ma preferisce non entrare in dettagli che magari sono al vaglio della magistratura. “Lavoro per un’azienda che rispetta le regole – spiega Grassi -, dove vige un giusto equilibro nella gestione che garantisce importanti risultati, il raggiungimento di obiettivi difficili ma possibili se si rispettano le linee guida”.

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E’ l’unico in azienda ad aver subito questo trattamento? “No c’è anche altra gente cui hanno bruciato un'auto”. Grassi non entra nel dettaglio, è affranto dopo l’ennesima giornata da incubo e preferisce rispettare la privacy dei colleghi. Quelli – come lui – che stanno sempre in prima linea a trattare con gente con cui nessuno sarebbe pronto a parlare, perché resterebbe inascoltato o si ritroverebbe come risposta un’auto bruciata.

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