Massima ammenda al medico-legale ritardatario, nuova data per il test del Dna su Maglie

BRINDISI - Il presidente della Corte d’Assise Gabriele Perna lo aveva annunciato: “Il professore Dell’Erba deve spiegarci non solo perché la perizia sul cadavere ritrovato in Montenegro non è stata depositata entro i termini previsti, ma soprattutto perché, addirittura, le operazioni peritali non sono nemmeno iniziate. E dovranno essere ottime ragioni, altrimenti questa corte provvederà a comminare il massimo dell’ammenda possibile”. Detto fatto. Il docente di Medicina legale dell’Università degli studi di Bari, Alessandro Dell’Erba, chiamato ad effettuare l’analisi comparata del Dna sui resti cadaveri che il pentito Vito Di Emidio attribuisce a Giuliano Maglie, è stato condannato a pagare il massimo dell’ammenda prevista dalla legge, 1.549 euro.

Vito Di Emidio, Bullone

BRINDISI - Il presidente della Corte d’Assise Gabriele Perna lo aveva annunciato: “Il professore Dell’Erba deve spiegarci non solo perché la perizia sul cadavere ritrovato in Montenegro non è stata depositata entro i termini previsti, ma soprattutto perché, addirittura, le operazioni peritali non sono nemmeno iniziate. E dovranno essere ottime ragioni, altrimenti questa corte provvederà a comminare il massimo dell’ammenda possibile”. Detto fatto. Il docente di Medicina legale dell’Università degli studi di Bari, Alessandro Dell’Erba, chiamato ad effettuare l’analisi comparata del Dna sui resti cadaveri che il pentito Vito Di Emidio attribuisce a Giuliano Maglie, è stato condannato a pagare il massimo dell’ammenda prevista dalla legge, 1.549 euro.

Cifra simbolica, certo, che vale però com’ombra su una carriera blasonata. Alla decisione della Corte d’Assise, che ha trasmesso nota del provvedimento anche al tribunale del capoluogo barese, dove Dell’Erba risulta fra i periti accreditati, e all’ordine dei medici di Bari “per eventuale sospensione” come ha sottolineato lo stesso Perna, si somma la iscrizione del professore nel registro degli indagati della procura di Brindisi, per omissione di atti d’ufficio.

La defaillance del docente, che ha preferito declinare l’invito a partecipare alla camera di consiglio convocata ad hoc, anche per permettergli di fornire spiegazioni utili a giustificare la negligenza, somma un inaccettabile ritardo a quelli già accumulati nel corso di undici lunghi anni. Il pubblico ministero Alberto Santacatterina ha infatti annunciato non più tardi di luglio scorso il deposito da parte delle autorità montenegrine, previa rogatoria internazionale, della documentazione relativa al ritrovamento di un cadavere nel punto esatto indicato dallo sceneggiatore, Bullone in persona: sotto la cuccia per cani nel giardino di una villa in Montenegro.

Quel cadavere, secondo Di Emidio, è di Giuliano Maglie, scomparso nel giugno 1999 e mai ritrovato. La villa, sempre secondo Bullone, è quella dove all’epoca viveva il presunto assassino: il cognato  Giuseppe Tedesco, marito della sorella Angela Di Emidio, finito in carcere il 12 maggio 2008 con l’accusa di omicidio volontario. Uno degli otto imputati alla sbarra sulla scorta delle dichiarazioni del pentito, che una manciata di udienza fa, ha fatalmente smarrito la memoria rimangiandosi tutte le accuse. Almeno quelle a carico del cognato e degli amici.  Salvo poi ritrovarla tutta intera a seguito della revoca improvvisa del programma di protezione e il ritorno coatto alla custodia cautelare in carcere.

Il pronunciamento di Dell’Erba, atteso per fine novembre, fa slittare tutto al nuovo termine fissato, 25 febbraio: tre mesi di custodia cautelare in più per Tedesco e compagni, che attendono la verità da anni, proclamando senza sosta la propria innocenza. Ulteriore, inaccettabile ritardo in una storia vecchia più di due lustri. I numeri di questo, fra gli altri cold case, giustificano tutto intero il cinismo dell’espressione made in Usa. La richiesta di aprire un fascicolo di indagine sui resti fatti ritrovare da Di Emidio, da parte della procura brindisina fu inoltrata all’autorità giudiziaria slava nel lontano 2003, gli esiti documentali giungono solo qualche mese addietro, fine aprile 2010, a sette anni da quella richiesta e a ben undici anni dalla scomparsa di Maglie. Ma il giallo, resta ancora tale. Sarà l’esame genetico - autoptico a dire se quei resti appartengono a Giuliano Maglie, confermando o smentendo il verbo di Di Emidio, almeno sulla identità del corpo.

Rimosso dall’incarico il professore barese, la consulenza è stata affidata al maresciallo dei Ris di Roma Cristiano Franchi, biologo romano, 39 anni. Lo specialista in genetica applicata, che sarà affiancato al medico legale Saverio Potenza, dell’Università degli studi di Roma, provvederà alla estrazione del Dna osseo, attraverso il prelievo di una parte del femore e dei denti, che sarà comparato al Dna delle parti offese, i parenti di Maglie.

Ma nemmeno autopsia e analisi del Dna potranno stabilire se il più smemorato dei pentiti della Scu menta oppure no sulla identità dell’assassino. Secondo le dichiarazioni rese a caldo della cattura, fu lui stesso a commissionare il delitto al cognato. Temeva che Maglie fosse stato mandato in Montenegro da Tonino Luperti, boss schierato sul fronte opposto in seno alla stessa Sacra corona unita, a vendicare la morte del fratello Salvatore, ucciso il 26 giugno 1998 dal mitra imbracciato dal più sanguinario dei killer, almeno a queste latitudini. “Diciannove, forse ventuno”, delitti al proprio attivo. Memoria che fa acqua da tutte le parti, delitto Maglie compreso.

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