Omicidi Scu, il pentito Sandro Campana in aula contro il fratello Francesco

Duecento pagine scritte da agosto alla base del processo in Corte d’Assise: restano gli omissis per agguati ancora da chiarire. Il collaboratore Massimo D’Amico parte civile per l’omicidio del fratello ucciso alla diga nel 2001 per vendetta trasversale. Il Comune di Mesagne chiede danni anche di immagine

Sandro Campana il giorno dell'arresto, e sotto la cattura del fratello Francesco

BRINDISI – Sodali, ex, e soprattutto fratelli ormai ex, perché quel legame di sangue è stato cancellato per sempre dal pentimento.  Sandro Campana, 40 anni, e Francesco Campana, 42, saranno per la prima volta l’uno contro l’altro,  nel processo in Corte d’Assise, a Brindisi: il primo ha fatto mea culpa lo scorso mese di agosto e da allora ha iniziato ad accusare il maggiore di aver ucciso in nome e per conto della Sacra Corona Unita. 

Killer come nel caso dell’omicidio di Antonio D’Amico, il fratello del più noto Uomo Tigre, al secolo Massimo, collaboratore di giustizia, che eliminato nel 2001, sulla diga di Punta Riso mentre era a pesca,  per vendicare il tradimento al sodalizio di stampo mafioso in terra di Brindisi da parte del congiunto. O ancora mandante di esecuzioni come quella pensata per mettere a tacere Vincenzo Greco

Campana pentito. Tutto riferito nei minimi dettagli in duecento pagine di verbali, imbottite di omissis perché ci sono altri episodi di ricostruire e lo sta facendo Sandro Campana, sino alla scorsa estate conosciuto negli ambienti della mala solo per essere il minore della famiglia,  mentre adesso fa paura per quello che sostiene di sapere: fatti di sangue che hanno segnato il sodalizio negli ultimi dieci anni, di cui sarebbe venuto a conoscenza direttamente dal fratello, sia nei periodi in cui erano liberi, anche se latitanti per sottrarsi a ordini di carcerazione,  sia quando erano ristretti in carcere.

Francesco Campana Perché le “sfoglie”, ossia i messaggi, viaggiavano lo stesso tramite bigliettini in codice nascosti nei braccialetti di corda realizzati in cella, come ha più volte sostenuto il super pentito Ercole Penna, alias Linu lu biondu. Sandro Campana ha seguito la strada tracciata da Penna ed è tra i testi di punta nel processo scaturito dall’inchiesta chiamata “Zero” sfociata negli arresti il 14 dicembre 2014, su quattro omicidi a marchio Scu e una serie di ferimenti: non ha ancora terminato le dichiarazioni che dovranno essere consegnate entro 180 giorni, al momento è appunto dichiarante, ammesso al programma di protezione, e disconosciuto pubblicamente dal fratello.

Il sostituto procuratore della Dda di Lecce, Alberto Santacatterina, e il pm applicato della Procura di Brindisi, Valeria Farina Valaori, sono pronti a chiedere l’esame di Campana junior, ristretto in una località segreta nota unicamente al Servizio centrale di protezione, così come di Ercole Penna che più volte è stato ascoltato in video-conferenza – di spalle – nei processi legati ad altri episodi riconducibili all’associazione di stampo mafioso. Nella lista dei collaboratori figurano anche i nomi di Fabio Panico, Simone Caforio, Tommaso Belfiore, Giuseppe (Peppo) e Cosimo Leo, Massimo D’Amico, Cosimo Giovanni Guarini, Danilo Calò e Alessandro Perez.

Gli imputati. Con il rito ordinario, davanti al collegio in cui siedono giudici togati e popolari, saranno giudicati oltre a Francesco Campana,  Carlo Cantanna, Ercole Penna, Carlo Gagliardi, Ronzino De Nitto, e Peppo Leo. Hanno optato per  l’abbreviato: Francesco Argentieri, Tommaso Belfiore, Carmelo Cavallo di Ostuni, Marcello Cincinnato, Diego Dello Monaco, Antonio Epicoco, Francesco Gravina, alias Pizzaleo, Francesco Gravina, detto Gabibbo, collaboratore di giustizia, Emanuele Guarini, Cosimo Giovanni Guarini, pentito, Massimo Pasimeni alias Piccolo dente, Salvatore Solito, Vito Stano, tutti mesagnesi, e Carmelo Vasta di Ostuni.

Gli omicidi. Il pentito Massimo D’Amico già in occasione dell’udienza preliminare si è costituto parte civile in relazione all’omicidio del fratello che pagò per quel pentimento che nessuno degli uomini della Scu poteva immaginare tenuto conto del curriculum criminale dell’Uomo Tigre. Francesco Campana meditò vendetta e puntò al fratello di D’Amico, Antonio, chiedendo aiuto a Carlo Gagliardi: i due raggiunsero la vittima designata sulla diga di Punta Riso il 9 settembre del 2001, dove stava pescando. Gagliardi guidava, Francesco Campana sparò, stando alla ricostruzione di Sandro Campana. Una scarica di pallettoni calibro 12 raggiunse D’Amico al torace e alla testa.

Altri tre sono gli omicidi ricostruiti dall’accusa: il  più datato è quello di Antonio Molfetta, detto Toni Cammello, avvenuto tra la notte del 29 maggio 1998 giorno della sua sparizione e l’8 ottobre successivo, giorno in cui venne ritrovato il cadavere nelle campagne di Ostuni.  Molfetta era stato affiliato alla Scu da Massimo Delle Grottaglie (clan dei mesagnesi) ed era considerato un confidente della polizia, dunque da condannare a morte. La sentenza fu decisa da Ercole Penna e Massimo Pasimeni, indicati come mandanti, mentre come esecutore materiale venne scelto Delle Grottaglie che non agì personalmente ma facendo affidamento su Francesco Argentieri e Giovanni Colucci, i quali usarono un oggetto contundente per sfondare la faccia a Molfetta e poi gli spararono un colpo di pistola alla testa.

Venne ucciso nelle logiche interne alla mala, un anno dopo,  Nicolai Lippolis. Il movente sarebbe da cercare nella gestione dell’attività di spaccio di droga perché diverse volte avrebbe agito senza il consenso. A scatenare la rabbia dei sodali fu il furto dell’Audi 80 di Marcello Cincinnato, addebitato a Lippolis. Esecutori materiali furono Antonio Epicoco ed Emanuele Guarini, su mandato dello stesso Cincinnato, di Eugenio Carbone e Giuseppe Leo. Lippolis venne raggiunto a Bar, in Montenegro e finito a colpi di piccone e d’arma da fuoco per poi essere seppellito in una fossa appositamente scavata. Il cadavere viene ritrovato il 7 ottobre 2009.

A San Vito dei Normanni venne ucciso Tommaso Marseglia: secondo l’accusa mandante ed esecutore fu Carlo Cantanna, per lavare l’onta di due schiaffi ricevuti durante un ligitio.  Marseglia, tornato libero dopo dieci anni in cella voleva affermarsi su Cantanna, da qui il diverbio. Marseglia fu raggiunto mentre rientrava a casa in moto, il colpo di grazia, dritto alla testa, fu esploso quando giaceva a terra.

I ferimenti. Nei capi di imputazione, ci sono anche i ferimenti di Claudio Facecchia, nel 1997, di Tobia Parisi, davanti alla discoteca Aranceto di Ostuni nel 2009 e ancora quelli di Franco Locorotondo e Francesco Palermo nel 2010, di Francesco Gravina detto Gabibbo, e di Vincenzo Greco avvenuto il primo luglio 2010 a Mesagne.  In quest’ultimo caso ad agire sarebbero stati Francesco Campana e il suo braccio destro, Ronzino De Nitto. Spararono all'ora di pranzo con una calibro 9, sulla porta dell’abitazione: Greco si era affacciato perché aveva sentito il rombo di una moto, dietro di lui c’era la figlia.

Venne raggiunto a una spalla e all'addome. Volevano punire il fratello di Vincenzo Greco, Leonardo, per vendicare l'aggressione subita nel carcere di Lecce da Antonio Campana. Parte civile anche il Comune di Mesagne che chiede il risarcimento dei danni di immagine.

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