Omicidio Salati, parlano i pentiti

MESAGNE - Fu una spedizione punitiva poi degenerata o una spedizione omicida? E’ su a questo interrogativo che è imperniato il processo per l’uccisione del mesagnese Giancarlo Salati, alias Menzarecchia, che si sta celebrando a Brindisi.

Massimo Pasimeni

MESAGNE - Fu una spedizione punitiva poi degenerata o una spedizione omicida? E’ su a questo interrogativo che è imperniato il processo per l’uccisione del mesagnese Giancarlo Salati, alias Menzarecchia, che si sta celebrando dinanzi alla Corte d’Assise di Brindisi, ma solo per i due imputati che hanno preferito il rito ordinario all’abbreviato, ossia il pentito Ercole Penna e Massimo Pasimeni, meglio noto come Piccolo Dente.

Stamani nell’aula bunker del tribunale di Brindisi, sfilata (si fa per dire, visto che sono stati tutti ascoltati in videoconferenza) di dichiaranti e collaboratori. Il primo è stato Danilo Calò, poi Giuseppe Panico (parente di Pasimeni), quindi Massimo D’Amico, detto Uomo Tigre e infine Cosimo Giovanni Guarini, per tutti Maradona, ritenuto uno degli esecutori materiali del delitto, e imputato nel processo con rito abbreviato che inizierà il 27 maggio prossimo.

Pasimeni e Penna, in concorso con Guarini e con Vito Stano e Francesco Gravina (anch’essi in procinto di comparire davanti al gup per essere giudicati allo stato degli atti) avrebbero a vario titolo deciso e poi tradotto in fatti la punizione per Salati che fu picchiato violentemente da due persone, sull’uscio di casa, con un bastone in ferro. Era il 16 giugno di 4 anni fa. La vittima morì il giorno dopo in ospedale.

Guarini, ultimo dei pentiti della Scu, rispondendo alle domande dell’accusa sostenuta dai pm Alberto Santacatterina e Valeria Farina Valaori, ha parlato di pestaggio finito male. Ha detto di aver percosso Salati insieme a Stano, che è colui il quale avrebbe materialmente picchiato di più. La ragione? L’ha spiegata Guarini con precisione, parlando della relazione che a quanto pare Salati intratteneva con una ragazzina di 15 anni, per altro rimasta incinta, mentre poi si è accertato che il figlio non era dell’uomo.

Ad ogni modo, uno dei famigliari della giovane si era rivolto a Massimo Pasimeni, ritenuto il mandante e difeso dagli avvocati Marcello Falcone e Rosanna Saracino, chiedendogli di intervenire. Gravina aveva svolto il ruolo di intermediario. Non doveva essere un omicidio, ha detto Guarini. Ma lo era stato. E i due esecutori, se n’erano presto accorti. Quando avevano riferito di aver combinato qualcosa di più grave rispetto al previsto, però, Gravina – ha spiegato sempre Maradona – non se n’era poi così tanto rammaricato. Aveva suggerito di far sparire tutto e di non parlarne con nessuno. Non parlarne neanche in auto. Perché in molti, moltissimi, avevano visto.

Menzarecchia poteva essere eliminato. Non era un affiliato, ma uno che viveva di espedienti, piccoli furti o poco più. A Pasimeni, ha riferito invece D’Amico, era particolarmente inviso perché prima la moglie, Gioconda, prima di frequentare lui, era la compagna di Salati che non era stato particolarmente gentile con lei. Non l’aveva trattata con estremo riguardo. In aula sono stati riferiti dettagli privati che sono particolarmente utili alla ricostruzione del movente. Senza entrare nei particolari, è chiaro che Pasimeni aveva in cuor suo ragione di non avere una particolare simpatia per Menzarecchia.

Tra esame e controesame, tentativi di ribadire l’affidabilità dei collaboratori da parte dell’accusa, e di rimando di smontarne la credibilità da parte della difesa, oggi si è aggiunto un tassello importante riguardo al dolo dell’azione programmata, sfociata in una condanna a morte. Atutti e cinque i protagonisti l’accusa di omicidio volontario è contestata con l’aggravante del metodo mafioso. La difesa, al momento, punta sulla preterintenzionalità.

 

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