Condannato per documenti falsi, assolto in Appello: “Errore di persona”

La prima sentenza risale al 1995 dopo un controllo nel porto di Brindisi: scagionato da una foto

BRINDISI – Ventiquattro anni fa venne condannato per documenti falsi alla pena di otto mesi. Ma lui, nato in Albania, di quel processo e di quella condanna non ne ha mai saputo nulla, sino all’estate del 2017, quando ha avviato l’iter per chiedere la cittadinanza italiana: Cuman Beleraj ha incassato l’assoluzione in Appello, dimostrando che all’epoca ci fu un errore. Un errore di persona, in occasione di alcuni controlli nel porto di Brindisi. Un caso di omonimia, venuto a galla con anni di ritardo, grazie a una fotografia trovata dall’avvocato Riccardo Mele.

La storia

RICCARDO MELE-2La vicenda processuale, seguita dal penalista del foro di Brindisi,  si lega alla storia personale di Beleraj, cittadino nato in Albania, in provincia di Valona, 62 anni fa, arrivato in Italia – per la prima volta – nel 2002, con un visto di salute.

Il penalista ha chiesto e ottenuto dalla Corte d’Appello di Lecce la remissione nei termini per impugnare la sentenza di condanna dell’allora pretore di Brindisi, risalente al primo febbraio 1995. Sentenza della quale Beleraj ha appreso solo il 21 giugno 2017, quando ha avviato il procedimento per chiedere il riconoscimento della cittadinanza italiana, dopo aver trascorso qui più di dieci anni.

“Mai prima ha avuto notizia non solo della sentenza, ma della stessa esistenza di un procedimento penale a suo carico”, spiega l’avvocato Mele (nella foto accanto).

Il controllo nel porto

Cosa è accaduto? Il penalista ha ricostruito la vicenda nel ricorso presentato alla corte salentina che, alla fine, ha assolto dal reato il cittadino albanese. Tutto parte da una serie di verifiche condotte dagli uomini delle forze dell’ordine nel porto di Brindisi, in occasione di arrivi e partenze di navi traghetto.

Succede che il 18 gennaio 1993, vengono fermati tre uomini nati in Albania, appena sbarcati dalla nave European Glory, proveniente da Malta. Tra questi c’è una persona che si chiama Cuman Beleraj. Tutti e tre vengono trovati in possesso di documenti falsi. Più esattamente, risultano falsi il visto d’ingresso in Italia e il foglio di soggiorno perché “mai rilasciati dalla questura di Teramo”.

I documenti, quindi, vengono sequestrati assieme ai passaporti e i tre, dopo aver eletto domicilio per le notifiche presso l’Ambasciata Albanese in Roma, respinti con la stessa nave per il porto di provenienza.

La sentenza del pretore

Chiusa l’inchiesta, i tre finiscono sotto processo davanti al pretore di Brindisi e vengono condannati, in contumacia. Il 9 settembre 1995, arriva il decreto di irreperibilità. In udienza non si presenta nessuno. Viene nominato un difensore d’ufficio. Il primo febbraio, si arriva alla discussione e alla sentenza con cui tutti e tre sono riconosciuti colpevoli e condannati a otto mesi, come chiesto dal pubblico ministero al termine della requisitoria.

Passano gli anni e la sentenza diventa definitiva non essendo stata impugnata nei termini previsti dalla legge. Irrevocabile dal primo ottobre 1995. Quella condanna diventa ostativa per il riconoscimento della cittadinanza italiana. E Beleraj scopre così di essere stato giudicato colpevole per essere arrivato in Italia con documenti falsi.

La difesa

Cerca un avvocato, si rivolge a Mele e gli chiede di fare qualcosa per dimostrare che non è lui il condannato. Che a Brindisi non ci mai stato prima del 2002. Il penalista a questo punto avvia una serie di indagini difensive e scopre che, probabilmente, all’epoca ci fu un errore perché Beleraj (il suo cliente) risulta nato a Gjorm, piccolo Comune della provincia di Valona e non a Valona come erroneamente indicato nei documenti sequestrati a quel Beleraj fermato nel porto di Brindisi. Né mai Beleraj ha  vissuto nel quartiere denominato “29 novembre”, come risulta dagli atti relativi ai controlli.

La fotografia

Non solo. Mele chiede copia del passaporto che venne sequestrato all’epoca, ma apprende che il documento è stato distrutto il 28 maggio 1995, “prima che la sentenza diventasse irrevocabile”. Esiste una fotocopia comunque sufficiente a permettere un confronto tra le fotografie con i documenti falsi: “E’ da escludere che il soggetto condannato sia Beleraj”, scrive l’avvocato alla Corte d’Appello.

“Tra l’altro è facile immaginare che, chi volesse introdursi irregolarmente in un Paese straniero, utilizzerebbe non i propri dati anagrafici ma quelli di altro soggetto o di pura fantasia”, sottolinea l’avvocato nei motivi posti alla base del suo ricorso. La conclusione per il penalista, non può che essere una: “Non vi è alcuna coincidenza tra la persona condanna e quella fermata nel porto. Si è trattato di un deprecabile errore di persona riparato dalla Corte d’Appello di Lecce”.

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