Rapina a Venezia con gioielliera legata: quattro brindisini condannati

Cinque anni e dieci mesi per Ugolini e Andriola, un anno in meno per Cannalire e Pagano. Bottino pari a 50mila euro mai trovato

BRINDISI – Condannati tutti e quattro i brindisini arrestati e imputati per la rapina nella gioielleria di Dolo, in provincia di Venezia, che fruttò un bottino del valore di 50mila euro, dopo che venne legata la titolare: cinque anni e dieci mesi per Francesco Andriola, 39 anni e per Ugo Ugolini, 32, ritenuti gli esecutori materiali; quattro anni e dieci mesi per Maurizio Cannalire, 57, e Luciano Pagano, 34, con l’accusa di concorso morale, scagionati da Andriola in una lettera scritta nel carcere di Pordenone nel quale è ristretto.

La sentenza

ANDRIOLA Francesco, classe 1978-2-2-2-2-2-2-2Le condanne sono arrivate a conclusione del processo con rito abbreviato celebrato dinanzi al gup del Tribunale di Venezia, competente per territorio, al quale il pm titolare dell’inchiesta aveva chiesto di condannare tutti. Senza distinzione alcuna, contestando anche la recidiva che il giudice non ha conteggiato.

Le motivazioni saranno depositate fra 90 giorni. I difensori Vincenzo Lanzillotti, Cosimo De Leonardis, Luca Leoci, tutti e tre del foro di Brindisi;  Elvia Belmonte del foro di Lecce e Giuseppe De Leonardis del foro di Milano hanno già anticipato il ricorso in Appello per chiedere la riforma della sentenza. (Nella foto accanto Francesco Andriola)

La rapina

Il colpo venne messo a segno il 13 ottobre 2017, attorno alle 17, nella gioielleria Ciach. I quattro furono arrestati il 21 aprile 2018 in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare, sulla base di gravi indizi di colpevolezza raccolti dai carabinieri della compagnia di Chioggia e del nucleo investigativo di Venezia, in collaborazione con i colleghi di Brindisi.  I gioielli, tra collane, bracciali, anelli, orecchini e orologi sono stati mai trovati. Unico punto “nero” delle indagini.

Le immagini e i tabulati telefonici

UGOLINI Ugo, classe 1975-2-2-4Tutti e quattro sono ancora in carcere. A conclusione delle indagini, prove evidenti poste alla base della richiesta di processo immediato sono stati ritenute le immagini registrate dalle telecamere del sistema di videosorveglianza della gioielleria, così come una serie di telefonate. Ci sono anche diversi messaggi che gli imputati si scambiarono sul telefonino. (Nella foto al lato Ugo Ugolini)

Se è vero che prima, durante e dopo il colpo nella gioielleria, spensero i cellulari, è altrettanto vero che li usarono la mattina, la sera e la notte del 13 ottobre 2017, giorno della rapina. Nonché nei giorni successivi. In ogni caso, agganciarono celle che, nella ricostruzione del pm della Procura di Venezia, dimostrano la presenza nella provincia Veneta, raggiunta nelle 24 ore precedenti alla rapina e lasciata subito dopo il colpo, per far rientro a Brindisi. Per questo i tabulati telefonici sono ritenuti gravi indizi di colpevolezza, in aggiunta ai fotogrammi che i carabinieri hanno ricavato dalle immagini del sistema di videosorveglianza della gioielleria e da quelle poste a protezione di una villetta che si trova poco distante.

La lettera scritta in carcere

CANNALIRE Maurizio, classe 1960-2-2-2-5Andriola, difeso dall’avvocato Vincenzo Lanzillotti, lo scorso 24 novembre scrisse una lettera riproponendo quanto già sostenne in sede di interrogatorio di garanzia, sotto forma di dichiarazioni spontanee: “Dichiaro che Cannalire Maurizio e Pagano Luciano non c’entrano niente con la rapina commessa a Dolo, in provincia di Venezia”.

“Io mi assumo tutta la responsabilità e mi dispiace che sono in carcere degli innocenti”, scrisse sempre  Andriola. “Se delle terze persone hanno dichiarato delle cose su di loro, stanno mentendo. Io mi assumo tutta la responsabilità della rapina e la corte (il gup, ndr) deve capire che la colpa è solo mia”. Lettera ovviamente firmata. Ma quel testo non ha salvato dalla condanna Cannalire e Pagano.(Nella foto accanto Maurizio Cannalire)

I ruoli contestati

lettera andriola per rapina a dolo-2-2-2Andriola è stato riconosciuto come il rapinatore che per primo entrò in gioielleria: era a volto scoperto, si finse un cliente, ma era armato di pistola. Per la fuga, stando alla ricostruzione dei carabinieri, usò la Fiat Punto intestata a una donna residente in provincia di Venezia, madre dei suoi due figli (lei è assolutamente estranea all’inchiesta).

PAGANO Luciano, classe 1974-2-2-6Ugolini, nella ricostruzione del pm, sarebbe il secondo rapinatore, quello che entrò in gioielleria con i guanti da giardiniere, anche lui a volto scoperto, probabilmente per non lasciare impronte: sarebbe fuggito a piedi e sarebbe stato “raccolto per strada da Pagano”, dopo essere caduto per terra. Nella fuga, si sarebbe disfatto dei guanti. (Nella foto al lato Luciano Pagano)

Ugolini, inoltre, avrebbe legato con delle fascette da elettricista la titolare della gioielleria e un uomo di 75 anni e avrebbe anche minacciato due ragazzini minorenni per strada. I giovanissimi passavano da lì per caso e, avendo intuito che poteva essere successo qualcosa all’interno dell’oreficeria, cercarono di inseguirlo. Furono costretti a fermarsi quando il rapinatore mostrando la pistola, urlò: “Fatevi i fatti vostri”.

La fuga e il ritorno a Brindisi

La fuga in direzione Brindisi sarebbe avvenuta subito dopo. Il tempo di lasciare la Fiat Punto alla proprietaria. Il viaggio di rientro è stato ricostruito sulla base dei ponti radio agganciati dai telefonini cellulari. Il tracciato ha portato a scoprire che ci sarebbero stati problemi al motore dell’auto usata da Pagano e Cannalire, accusati di concorso morale per aver fornito supporto logistico. Cannalire fra le 3.48 e le 3.58 più volte contattò un centro di assistenza stradale, ma l'intervento non c'è. La mattina dopo, a Brindisi, attorno alle 9,10, Cannalire chiamò un meccanico.

Il quadro accusatorio e le esigenze cautelari furono confermati dal Tribunale del Riesame per Maurizio Cannalire  e Luciano Pagano, dopo il ricorso dei difensori.

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