Rapina in centro: condannati zio e nipote

BRINDISI - Entrarono nella gioielleria in pieno giorno, nel cuore di Brindisi. Puntarono la pistola alla tempia della proprietaria, la legarono e imbavagliarono. Le pene sono esemplari: 6 anni e 8 mesi per Roberto Andriulo, 41 anni; 5 anni per Giuseppe Di Bello, 34 anni.

Polizia e 118 a Giovi Gold

BRINDISI - Entrarono nella gioielleria in pieno giorno, nel cuore di Brindisi. Puntarono la pistola alla tempia della proprietaria, la legarono e imbavagliarono. Zio e nipote, il primo dei quali irreperibile per un po’ e poi beccato in spiaggia a brindare con champagne per il suo compleanno, sono stati oggi condannati al termine di un processo con rito abbreviato. Le pene sono esemplari: 6 anni e 8 mesi per Roberto Andriulo, 41 anni; 5 anni per Giuseppe Di Bello, 34 anni. Sono entrambi brindisini. Il pm Milto Stefano De Nozza aveva chiesto una pena pari a 8 anni per il primo e 6 anni per il secondo. Il gup Valerio Fracassi ha letto il dispositivo nella tarda mattinata di oggi.

Le indagini erano state chiuse a tempo di record dai carabinieri di Brindisi: per la gravità dei fatti e per il chiaro ed evidente pericolo di fuga il pm De Nozza il 10 agosto, pochi giorni dopo i fatti verificatisi in piazza Vittoria, all’interno dell’oreficeria Giovi Gold, firmò un decreto di fermo di indiziato di delitto che fu eseguito solo per Di Bello (difeso dall’avvocato Luca Leoci), l’unico rimasto in zona. Lo zio, Andriulo (difeso dall’avvocato Cinzia Cavallo), si era dato alla macchia.

Fu scovato poi il giorno del suo compleanno, il 23 agosto, a Falconara Marittima (Ancona). E risultava agli investigatori che insieme al nipote aveva assaltato altre attività commerciali in quella zona, fatti che sono poi stati contestati a entrambi in seguito, con una ordinanza di custodia cautelare, e di cui devono ancora rispondere dinanzi a un giudice.

Per il momento si è chiuso in primo grado il giudizio che riguarda la vicenda tutta brindisina che destò non poco scalpore. I due, zio e nipote, agirono a volto scoperto, alle cinque del pomeriggio a due passi da piazza Vittoria. Entrarono nella gioielleria, legarono titolare e la spinsero nel retrobottega. “Non ci guardare in faccia” le intimarono.

Lei li riconobbe e quando i militari le mostrarono una selezione di foto segnaletiche, frutto di una scrematura fatta sulla base della descrizione fisica, fu in grado di fornire le dovute conferme.

Il bottino recuperato non era ingente. Non superava i 3 mila euro. Portarono via preziosi e la borsa della gioielliera. In sede di interrogatorio ammisero entrambi gli addebiti: lo zio tentò di difendere il nipote.

Ma le giustificazioni addotte non sono servite a granché. La difesa annuncia appello, per il momento ci sono le condanne, mentre si attende la definizione degli altri procedimenti per fatti analoghi.

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