Rapina in gioielleria al centro commerciale, pene ridotte in appello

Angelo Sinisi e Francesco Colaci condannati a sei anni e venti giorni, Christian Ferrari e Antonio Di Lena a tre anni e cinque mesi e dieci giorni

BRINDISI – Pene ridotte in appello per i quattro brindisini accusati di aver fatto parte del commando che la mattina del 3 dicembre 2014 entrò in azione nella gioielleria Follie d’Oro del centro commerciale Le Colonne, armato di fucile e mazze da baseball.

La sentenza

SINISI Angelo, classe 1987-2La Corte d’Appello di Lecce ha rideterminato la pena per Angelo Sinisi, 30 anni, e Francesco Colaci, 24, scendendo a sei anni e venti giorni di reclusione più 3.400 euro di multa, rispetto ai sei anni e sei mesi inflitti a conclusione del processo di primo grado, con rito abbreviato. Per Christian Ferrari, 24 anni,  e Antonio Di Lena, 30, il collegio è arrivato a tre anni, cinque mesi e dieci giorni più 800 euro di multa, rispetto alla pena di quattro anni e otto mesi della sentenza di primo grado per Ferrari e sei anni e sei mesi per Di Lena.

La difesa

Francesco Colaci, era sulla Croma di BrindisiLa sentenza è stata pronunciata nella serata di oggi, mercoledì 21 febbraio, dopo quasi due ore di camera di consiglio. I difensori Laura Beltrami per Di Lena e Sinisi, Mauro Durante per Colaci e Ladislao Massari per Ferrari hanno già anticipato il ricorso in Cassazione, una volta depositate le motivazioni della Corte, presieduta da Pietro Baffa.

I giudici, stando al dispositivo, hanno riconosciuto agli imputati Ferrari e Colaci “le circostanze attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle contestate aggravanti e per Di Lena anche alla recidiva”. Eliminata per Ferrari l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e per Di Lena quella in perpetuo, mentre per Colaci e Sinisi è stata sostituita  la interdizione in perpetuo con quella temporanea ed è stata eliminata per entrambi l’interdizione legale per la durata della pena.

La rapina, il bottino e il quinto componente del commando

FERRARI Christian, classe 1993-2Gli imputati hanno voluto essere presenti alla lettura del dispositivo. Il colpo fruttò circa centomila euro, bottino mai trovato. Non è mai neppure stato individuato il quinto componente del commando armato: nel capo di imputazione, infatti, si parla di cinque brindisini in azione, in concorso tra loro.

Dalle motivazioni della sentenza di primo grado, pronunciata dal gup Stefania de Angelis del Tribunale di Brindisi (poi appellate) erano venute a galla le  “ammissioni di colpevolezza” di Sinisi e Di Lena. Per il “Sinisi ha reso dichiarazioni inverosimili e in contrasto con gli elementi probatori forniti dalla pubblica accusa”: “ha riferito di non aver preso parte alla rapina e di essersi limitato a vendere il ricavato successivamente, su richiesta di Ferrari, a una persona di cui non ha inteso fornire il nome”, scrive il giudice. “Occorre evidenziare che Sinisi chiama in causa solo Ferrari, l’unico ad avere fino a quel momento ammesso la propria partecipazione, e riferisce di aver commesso un reato molto meno grave di quelli contestati, senza fornire alcune elemento che consenta di dare credito alla sua versione”.

DI LENA Antonio, classe 1987-2Anche Di Lena rende dichiarazioni che “appaiono un inutile tentativo di ridimensionare la sua posizione”, perché – secondo il gup – “chiama in causa solo Ferrari”. L’imputato esordisce nel seguente modo, riportato nelle motivazioni della sentenza: “Dotto’ io alla rapina c’ero, guidavo la macchina, volevo confessate sta cosa. La rapina non era programma, stava arrivando Natale e abbiamo deciso io e Ferrari”. Ha ammesso di non aver fatto sopralluoghi poiché già conosceva l’Ipercoop, ma “nulla dice in ordine alle armi e a come se le fossero procurate”.

Il Dna e le intercettazioni

Nella sentenza di primo grado i gup scrive di “elementi insuperabili” perché granitici costituiti dal Dna e più esattamente i profili genetici ricavati da “reperti” costituiti da guanti e passamontagna trovati all’interno dell’auto usata per la rapina, una Giulietta Alfa Romeo, rubata a Carovigno il 31 dicembre 2013 e abbandonata in contrada Prete alle porte di Brindisi subito dopo il colpo e tracce di sangue sulle couvette rinvenute sia all’interno della gioielleria che su un porta-preziosi lasciato accanto allo sportello della vettura.

Rapina gioielleria Ipercoop Follie d'oro 2-2-2

Agli elementi scientifici, si aggiungono le intercettazioni ambientali: si tratta di conversazioni ascoltate nell’ambito del procedimento penale aperto dopo l’omicidio di Cosimo Tedesco, avvenuto il primo novembre 2014 in un condominio di piazza Raffaello. Nei giorni seguenti furono nascoste cimici nelle abitazioni di familiari di alcuni brindisini ritenuti coinvolti nel fatto di sangue per il quale sono stati condannati all’ergastolo, in primo grado, Francesco Coffa, Alessandro Polito e Andrea Romano.

Ci sono, inoltre, intercettazioni nella sala colloqui del carcere di Brindisi, dopo gli arresti per la rapina all’Ipercoop. In entrambi i casi, gli interlocutori – nella certezza di non essere ascoltati – fecero i nomi degli autori del colpo.

La guerra di mala

Il colpo nella gioielleria Follie d’Oro, stando all’inchiesta dei carabinieri di Brindisi sulla guerra di mala iniziata in città lo scorso mese di settembre e terminata con gli arresti del blitz Alto Impatto, sarebbe alla base dei colpi di Kalashnikov esplosi contro il balcone dell’appartamento della famiglia Ferrari, il giorno dopo che l’imputato aveva ottenuto un permesso speciale per rientrare a casa. Ad affrontarsi sarebbero stati due gruppi: uno riconducibile ad Antonio Borromeo, fratello di Sinisi, e l'altro ad Antonio Lagatta.

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