“Droga, quel sequestro mi uccide. Summit per fornitura dall’Olanda”

I retroscena dell’inchiesta della Finanza di Roma: “Il brindisino Renato De Giorgi stabile associato dell’associazione di Costantino Sgambati. Patto di ferro tra i soci, incontri fra Roma e la Puglia”

BRINDISI – Ci sarebbe stato un “patto di ferro” tra il romano Costantino Sgambati, ritenuto emergente nel narcotraffico, e il brindisino Renato De Giorgi, per la fornitura in via esclusiva di droga, soprattutto cocaina  e marijuana, destinate al mercato della Capitale. Entrambi destinatari di ordinanza di custodia cautelare in carcere, nell’ambito dell’ultima inchiesta della Dda di Roma, delegata ai militari della Guardia di Finanza.

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Le intercettazioni

De Giorgi, già ristretto in carcere, a Preveza in Grecia, stando a quanto contestato nel provvedimento di arresto, sarebbe stato uno “stabile associato all’organizzazione di Sgambati, consapevole di lavorare sia con lui e con quanti con lui erano impegnati a Roma in una serie indeterminata di narcotraffici”.

Fra le intercettazioni di rilievo, i pm della Dda hanno evidenziato quella all’indomani del sequestro di droga avvenuto il 23 marzo 2016, quando i finanzieri riuscirono a individuare uno dei nascondigli della sostanza. Sgambati parlando con alcune persone del gruppo dice: “Sta cosa mi uccide”. E per cercare il rifornimento di altra droga, organizza in tutta fretta un viaggio a Brindisi per incontrare De Giorgi, “fornitore di quanto sequestrato”.

Il sequestro

In un locale adibito a cantina, a Roma, in via Alessandro Santini,  quel 23 marzo, i finanzieri scoprono 71,500 chili di cocaina, divisi in 73 panetti, quantità dalle quale sarebbe stato possibile ricavare “449,347 dosi”. Nella ricostruzione dell’accusa, quella droga era arrivata nella Capitale attraverso i canali di approvvigionamento gestiti da De Giorgi e sarebbe stata ricevuta da Costantino Sgambati e da Daniele Mezzatesta, quest’ultimo già giudicato per questo capo d’imputazione.

L’incontro e il patto di ferro

Con il vis à vis, stando a quanto è scritto nell’ordinanza, si doveva “pianificare con De Giorgi il da farsi”, circostanza considerata “del tutto fisiologica alle dinamiche di un narcotraffico gestito stabilmente tra soci con un patto di ferro”.

Secondo gli inquirenti, il fatto che “tra i due gli affari proseguano come se nulla fosse successo, evidenzia la stabilità del sodalizio”. Gli incontri, stando ai risultati delle indagini, sarebbero stati diversi: ce ne sarebbe stato uno a Brindisi a giugno 2016, poi un altro a settembre. Quest’ultimo definito un “vero e proprio summit operativo”, necessario allo scopo di “organizzare l’arrivo a Roma di un carico di droga, previsto per il 4 novembre” dello stesso anno. Probabilmente quel carico arrivava dall’Olanda.

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L’importazione di marijuana

Gli incontri avrebbero dimostrato l’”assoluta fiducia di De Giorgi circa le possibilità che Sgambati riuscisse comunque a pagare il carico sequestrato. “Davanti a Sgambati in grave difficoltà, De Giorgi lungi dal porre in essere condotte intimidatorie o violenze oppure solo chiedere di rientrare immediatamente dal debito contratto, lo incontra ripetutamente per parlare del futuro”, si nelle nel provvedimento di arresto.

“Otto mesi dopo, De Giorgi e Sgambati sono i promotori di una grossa operazione di importazione a Roma di marijuana: un comportamento appunto da associato di chi sa che Sgambati con i suoi sodali è in grado di onorare i debiti, attesa la professionale e stabile dedizione al narcotraffico, con propria organizzazione di uomini e mezzi”.

Il clan della Scu

Nell’ordinanza di arresto, Renato De Giorgi è considerato “contiguo al clan Coluccia”, in virtù di legami di natura personale con “Vincenzo Amato, latitante di spicco dell’associazione di stampo mafioso Sacra Corona Unita”, considerata attiva nel Salento. Le indagini della Finanza non hanno evidenziato contatti tra il brindisino e il latitante, sul quale pende la condanna definitiva a venti anni di reclusione.

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