“Scu, a Brindisi c’erano Leto e Centonze: inseriti nell’edilizia”

I verbali dei pentiti sulla Sacra corona nel capoluogo. Penna precisa: ""Presero un appalto a Forte dei Marmi: lavoro da milioni di euro, ci dovevamo sistemare tutti. Finanziata anche la latitanza di Aldo Cigliola. Se uno è mafioso, lo è sempre: anche quando va al lavoro"

Ercole Penna: super pentito della Scu

BRINDISI – “Su Brindisi Mimino Leto e Antonio Centonze avevano un certo spessore, sia per le attività illecite, dall’estorsione alla droga, che per quelle lecite dove si erano inseriti: avevano ampie disponibilità di fare e sfare, giravano abbastanza bene nell’edilizia”.

Il primo pentito della Scu a fare i nomi dei due brindisini è Ercole Penna che fino ad ora dalla Dda di Lecce ha ottenuto la patente di credibilità, dopo essersi accusato dell’omicidio di Ezio Pasimeni, dal quale era stato assolto rischiando la condanna all’ergastolo (“grazie alla bravura dei miei avvocati) e dopo aver consegnato “centinaia di verbali”: su quei nomi non  ci sono più gli omissis che invece restano su altri ragazzi del capoluogo che, sempre secondo il collaboratore, sarebbero stati affiliati al gruppo dei “mesagnesi” sia pure senza rituali.

“Centonze era affiliato a me personalmente con la dote di tre quartini, Leto con Massimo Pasimeni”, ha detto Penna. “Non c’è differenza perché a me o a lui, è la tutta una cosa. Quanto Leto si presenta o manda a chiedere che gli servono 10mila a un commerciante, si mettono a disposizione perché Mimino è un certo personaggio, conosciuto e rispettato. Ha un certo carisma. Se invece lo fa un altro, lo vanno a denunciare in questura”.

Tra le estorsioni, il pentito ne ha ricordata una: “Quella degli ospedali che tentato Centonze di fare assumere delle persone, poi sui pescherecci se la vedeva Leto che chiedeva la tangente una volta al mese in cambio di protezione”. Accuse che entrambi gli imputati, in attesa di giudizio definitivo dopo essere tornati in libertà, hanno sempre respinto. Ma le accuse mosse da Penna sono pesanti.

“Per quanto riguarda le attività lecite, se uno è mafioso, lo è sempre, non è che quando va a lavorare la mattina si sveste e poi si rimette il vestito di mafioso”, ha insistito il collaboratore. “Centonze è inserito in una società edile, faceva il direttore dei lavori, era il factotum. La ditta fatturava milioni di euro l’anno, facevano costruzioni, appartamenti”. In che modo l’essere mafioso agevola o complica l’attività lecita? La risposta di Penna: “La agevola. Mi agevola personalmente anche per il consenso sul territorio perché le ditte che Centonze alla fine giostrava venivano assunte persone che erano uscite dal carcere, con gli affidamenti. E poi ci finanziava, uscivano dei fondi da là”.

“Centonze presentava delle fatture in banca e uscivano i soldi, come anticipo lavoro oppure denaro contante. Ci fu un appalto da prendere a Forte dei Marmi, mi fece vedere. C’erano gli ingegneri, mi fece vedere i preventivi, dice che si era riusciti a prenderci un lavoro di molti milioni di euro e si doveva iniziare a lavorare là. Non so se ci fu un appalto o trattativa privata. L’ultimo periodo disse che era andata in porto, che bisognava iniziare i lavori e che ci dovevamo sistemare tutti, ecco”.

“Il denaro veniva elargito a me personalmente e non solo: Aldo Cigliola quando è stato latitante, Centonze mi diceva ‘mi sta cucinando che va scappando’ nel senso che ogni tanto si faceva vivo e gli diceva ‘dammi una mano, una cosa di soldi’ e Centonze diceva che ogni volta gli doveva dare 4-5mila euro che erano per farlo andare avanti nella latitanza”

Quanto agli incontri, Penna sostiene di aver incontrato Centonze “in svariati posti”: “Al Lido, spesso e volentieri all’ospedale Perrino, dentro”.

                                     

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