Spaccate: volevano sempre di più

BRINDISI - “Purtroppo le cose stanno così qua” dissero, con aria rassegnata, al dipendente del centro scommesse Eurobet. Antonio Leo, 30 anni, e un’altra persona non identificata si erano presentati quella sera di dicembre dinanzi all’ingresso del negozio appena chiuso e aveva costretto il ragazzo a farli entrare: “Sai, volevano farti una rapina, ma lo abbiamo evitato”. Lo convinsero a disattivare l’allarme, lo persuasero che se li avesse lasciati compiere il furto, poi, l’assicurazione avrebbe pagato.

La spaccata

BRINDISI - “Purtroppo le cose stanno così qua” dissero, con aria rassegnata, al dipendente del centro scommesse Eurobet. Antonio Leo, 30 anni, e un’altra persona non identificata si erano presentati quella sera di dicembre dinanzi all’ingresso del negozio appena chiuso e aveva costretto il ragazzo a farli entrare: “Sai, volevano farti una rapina, ma lo abbiamo evitato”. Lo convinsero a disattivare l’allarme, lo persuasero che se li avesse lasciati compiere il furto, poi, l’assicurazione avrebbe pagato.

E’ il debutto, naturalmente non nel mondo della delinquenza spicciola brindisina, ma nel filone d’inchiesta che è giunto oggi a un punto di svolta, con l’esecuzione di 7 ordinanze di custodia cautelare, del gruppo di soggetti che avrebbe messo a ferro e fuoco la città in un solo mese. Sette spaccate, una lunga serie di telefonate in cui si citano episodi su cui evidentemente ci sono approfondimenti investigativi, e tante chiacchierate in auto in cui si parla senza alcun freno di progetti, soldi, mazze ferrate, irruzioni.

E si forniscono perfino spiegazioni sul perché dei furti e non ad esempio, nel novero dei reati predatori attuabili, le rapine: “Rischi per ottocento euro, poi te ne restano due-tre cento”. E poi ancora: “Andiamo a rubare, Piero, questa volta se ti prendono ti danno l’ergastolo. E’ meglio che fai il killer a pagamento”. Agli investigatori hanno fornito un quadro dettagliato Leo, la presunta mente, e gli altri sei.

“Questi vetri sono come carta, subito si sfondano”. Lo dicevano al telefono due dei 7 componenti della presunta banda delle ‘spaccate’ mentre commentavano uno dei colpi andati a segno a Brindisi. Gli assalti su cui si sono concentrate le indagini dei carabinieri, coordinate dal pm Pierpaolo Montinaro, sono stati compiuti presso i distributori di benzina, per accaparrarsi gli spiccioli delle macchinette videopoker, e presso i negozi del centro città, per fare il pienodi merce griffata.

In manette stamani, su ordinanza di custodia cautelare in carcere disposta dal gip Maurizio Saso, sono finiti tutti giovani brindisini che avrebbero preso parte all’organizzazione e all’esecuzione dei furti con danneggiamento. La mente, secondo le indagini, era Antonio Leo, 30 anni, che avrebbe colloquiato spesso con Domenico Disantantonio, 22 anni, con precedenti specifici.

Gli altri venivano reclutati, a quanto è stato accertato, all’ultimo momento. Anche davanti a un caffè al bar. Secondo gli inquirenti per i ragazzi, quasi tutti residenti al rione Perrino, la commissione di reati contro il patrimonio era divenuta una fonte di reddito paragonabile a una professione.

Lo ha spiegato stamani ai giornalisti il procuratore Marco Di Napoli e lo si evince anche dalle conversazioni intercettate, sulle quali è stata incardinata l’inchiesta avviata alla fine del 2010. ‘Voi tenete le fidanzate, io tengo i bambini’, scherza uno dei soggetti coinvolti per giustificare la necessità di incassare denaro.

Sono tutti giovanissimi gli indagati. Oltre a Leo e Disantantonino, ci sono Stefano Romano, di 24 anni, Pietro Colucci, di 23 anni, Francesco Raia, di 30, Renato Cosimo Simonetti, 25 anni, e Antonio Chiarella, 20 anni. Nuove leve che si dimostrano perfettamente in grado di pianificare, un po’ meno di mettere in atto i propositi nonostante le ricetrasmittenti e i mezzi tecnici a disposizione, dal piede di porco, alla mazza ferrata per infrangere le vetrine.

Nuove leve che perfino nel lessico somigliano alle vecchie, ché il nascondiglio delle monetine viene definito “gubbia”, come ai tempi del contrabbando. Esperti di griffe, perché sapevano che “quella borsa costa 5 – 600 euro”. Schizzinosi: “Perché a me piace che devo svaligiare tutto”, trenta borse non bastano. Della vendita ad amici e conoscenti, si intuisce, se ne occupano le donne: “Se gliele do a Valentina se le vende tutte”.

In appartamento. Gli articoli di pelletteria, firmati, vengono ceduti a metà prezzo. Così come gli indumenti per bambini, di Dolce e Gabbana, Datch e Biagiotti: “Magliette a maniche corte, 110 euro”, rubati nel negozio Monellerie.

Conoscono il contesto, perché prima di entrare in azione in un distributore di benzina, Leo dichiara di aver visto addirittura Francesco Campana, che all’epoca era latitante. E sono affamati di danaro: “Vengo io perché devo pitturare, mi servono soldi”. Ne hanno combinate di tutti i colori. Anche più d’una in una sera: “Tanti danni a capocchia”, in un periodo in cui non gliene andava bene una. In una circostanza dovettero anticipare: “Perché alle 10.30 ne dobbiamo andare a sfondare da un’altra parte”.

Il modus operandi è simile: le auto rubate per i colpi sono Fiat Punto, Panda o addirittura le Uno. Nelle aree di servizio ci andavano per fare il pieno delle monetine dei videopoker, non senza poi incontrare difficoltà nel cambiare i soldi: “Sono tutti da un euro”, dicevano.

In giro per il centro di Brindisi a sfidare i sistemi antifurto dei negozi più rinomati e riempire “i sacchi neri” di vestiti, scarpe e borse firmate da commercializzare poi nei bazar allestiti negli appartamenti. Sette gli episodi ricostruiti, in tutto: il primo è il furto all’interno di una ricevitoria, compiuto con la complicità di un dipendente, costretto, secondo l’accusa, a compiere un reato.

Poi il colpo all’interno dell’area di servizio Q8 di Brindisi, quindi due irruzioni fallite in altrettanti negozi di pelletteria griffata (Fluxa e Taitu del centro di Brindisi) e due andati a segno in una boutique per bambini (Monellerie, di Brindisi) e nel negozio “Guess” di Lecce.

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Ultimo della lista il tentativo di furto e danneggiamento all’interno di una stazione di rifornimento già ‘visitata’ un mese prima, conclusosi con una sparatoria: c’era infatti un custode armato che dormiva all’interno del gabbiotto e che alla vista dei banditi ha fatto fuoco. Mentre i carabinieri ascoltavano, pronti a impacchettare le accuse in un’ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri, loro che facevano? Ci ridevano su: “Pa-pa-pa-pa-pa, e ce ne siamo andati”.

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