Storie di atroci delitti e complici dimenticati: Di Emidio, pentito arrabbiato e smemorato

BRINDISI - Il pentito numero uno, quel Vito Di Emidio, soprannominato “Bullone”, che ha confessato una ventina di omicidi (“Non ricordo, saranno stati diciannove, forse ventuno”), è comparso questa mattina nell’aula della Corte d’Assise di Brindisi, presidente Gabriele Perna. Doveva essere la prova decisiva per inchiodare anche i complici di Di Emidio, 43 anni, brindisino, catturato dai carabinieri il 28 maggio del 2001. E invece “Bullone” si è lasciato prendere da amnesie decisamente sospette, come ha sottolineato il pubblico ministero Alberto Santacatterina, dimenticando i nomi dei complici di alcuni omicidi.

Vito Di Emidio, Bullone

BRINDISI - Il pentito numero uno, quel Vito Di Emidio, soprannominato “Bullone”, che ha confessato una ventina di omicidi (“Non ricordo, saranno stati diciannove, forse ventuno”), è comparso questa mattina nell’aula della Corte d’Assise di Brindisi, presidente Gabriele Perna. Doveva essere la prova decisiva per inchiodare anche i complici di Di Emidio, 43 anni, brindisino, catturato dai carabinieri il 28 maggio del 2001. E invece “Bullone” si è lasciato prendere da amnesie decisamente sospette, come ha sottolineato il pubblico ministero Alberto Santacatterina, dimenticando i nomi dei complici di alcuni omicidi.

Guarda caso i complici da lui tirati in ballo nell’estate del 2001, quando cominciò ad essere sentito come collaborante e oggi dimenticati sono il cognato Giuseppe Tedesco, e i suoi fedelissimi Pasquale Orlando, soprannominato “yo-yo”, e Daniele Giglio, brindisini, detenuti. Non c’è stato verso. Santacatterina ci ha provato in tutti i modi a farglieli ripetere, quei nomi. Ma “Bullone”, fermo, senza mai farsi prendere dal nervosismo, ha replicato che “dopo tanti anni e tantissimi reati commessi e con tutti i problemi che ho, non si può certo ricordare tutto. Se allora ho detto così vuole dire che era così. Ma oggi non ricordo chi stava con me in quegli omicidi”.

Un particolare non di secondo piano queste dimenticanze, perché il collaboratore di giustizia deve confermare in aula tutto quanto dichiarato in sede di raccolta delle confessioni. Di Emidio, sollecitato dal pm, ha elencato i problemi. Che non sono,  a suo dire, solo i tanti processi, ma anche un condanna all’ergastolo per un omicidio da lui non commesso (“Mi ha accusato ingiustamente il pentito Antonio Tagliente; il pubblico ministero aveva chiesto la mia assoluzione”), e rapporti non buoni con chi gestisce il suo piano di protezione: “Non ho soldi e le cose non vanno bene con il Servizio centrale di protezione”.

“Bullone” è entrato in aula alle 11 in punto. Tranquillo e freddo, ha iniziato a raccontare la sua storia. “Sono collaboratore di giustizia da due o tre giorni dopo la mia cattura, vivo in una località segreta e sono agli arresti domiciliari. Ho commesso tantissimi reati, tra cui una ventina di omicidi. Forse diciannove o ventuno. Ecco, diciamo una ventina”. Parla di omicidi, di torture, di condanne a morte con una naturalezza da far rabbrividire. Come se fosse normalità.

“Ho iniziato a commettere reati – racconta alla Corte – quando ero giovanissimo. Furti in appartamento, di auto, qualche rapina”. Il suo primo omicidio a 19 anni: Francesco Guadalupi, presidente di Assindustria Brindisi, ammazzato durante una rapina nella sua azienda lattearia al quartiere Casale. Poi si avvicina al contrabbando attraverso Antonio Luperti e si affilia a Salvatore Buccarella, il boss di Tuturano. Sceglie Buccarella  “perché Luperti non mi è mai piaciuto. Per me l’affiliazione contava quasi niente – precisa il pentito -, perché anche da non affiliato mi facevano fare omicidi. Comunque il giorno dopo avevo già cambiato idea perché avevano ammazzato il mio amico Francesco Marrazza. A Lecce, per questo omicidio, ho preso l’ergastolo. Ma io non l’ho ucciso”.

Buccarella, quando Di Emidio si dà alla macchia, lo manda in Montenegro a controllare Sante Vantaggiato. “Santino a volte mandava i soldi a Buccarella, altre volte no – dice il pentito -. Vantaggiato era un pezzo grosso. Aveva appoggi anche nella polizia in Montenegro. Io non mi fidavo di Santino perché si sentiva beautiful, lui era il boss, doveva comandare tutti”. Alla fine Di Emidio lo ammazza con altre due persone i cui nomi non ricorda.

Si parla degli omicidi di Giacomo Casale  e Leonzio Rosselli, ammazzati in una villetta dalla parti di Sant’Elia. Uccisi con la collaborazione di Orlando, Tedesco e Giglio. “Li ho uccisi perché era stato ammazzato il mio amico Mino Truppi”,  dice Bullone. Con persone che non ricorda chi fossero organizza il prelievo dei due e il trasferimento in una villetta di un certo Cosimino. E’ la sua prima versione. I due vengono torturati a picconate e con una corda stretta al collo. Di Emidio dopo la sua cattura dice che a finirli è Tedesco saltando a piè pari sui loro corpi. “Si sentiva lo scricchiolio delle ossa”.

Oggi ha cambiato versione. Non li ammazzò in una villa ma in aperta campagna e con persone che non ricorda. Ma ricorda bene che mentre li stavano sotterrando, assieme ai complici senza identità, in aperta campagna, arrivò una macchina con alla guida una persona anziana e quindi decisero di sotterrarli altrove.

Omicidio di Giuliano Maglie. “Dissi ad un mio amico slavo se poteva farmi il favore di eliminarlo poi non ne ho saputo più niente – riferisce oggi Bullone -. Dopo un po’ di tempo mi disse che era tutto a posto, ma io non avevo capito a cosa si riferiva. Lo scoprii quando mi disse mia moglie che era andata a trovarla la moglie di Maglie, per avere sue notizie perché era scomparso”.

Subito dopo la cattura Di Emidio disse che aveva dato incarico al cognato Giuseppe Tedesco (che a Bar, in Montenegro, ospitava Maglie) di eliminarlo perché il giovane era andato lì per ucciderlo in quanto responsabile della morte di Antonio Luperti. E Tedesco uccise Maglie. A questo punto il pm sbotta: “Oggi è una giornata sfortunata per alcuni omicidi. Lei ricorda i dettagli di tutto ma non gli autori di alcuni assassinii”. E Di Emidio: “E che ci posso fare, ne ho combinate tante che come faccio a ricordare tutto”.

E’ toccato poi agli omicidi di Antonio Luperti, di Salvatore Luperti, di Michele Lerna, commerciante di San Michele Salentino ammazzato per errore durante una rapina, di Nicola Petrachi e di Giovanni Maniglio. Tutte persone condannate a morte da Bullone; sentenze eseguite da lui. Per questi delitti, però, ricorda i nomi dei complici. A proposito di Maniglio racconta: “Avevo deciso di ucciderlo perché aveva fatto un affronto a mio fratello. Il giorno fu casuale. Una sera ero libero da impegni e dissi a Fabio Maggio e a Vito Cavaliere: andiamo, dobbiamo fare un lavoro”.

Maniglio fu prelevato seminudo dalla sua casa, sotto gli occhi della moglie e delle figlie, portato in aperta campagna e fatto stendere a pancia terra. “Lo interrogai e poi gli sparai alla testa con la pistola. Ai primi colpi l’arma si inceppò. Poi fece fuoco”. Ma non pensò di risparmiargli la vita? chiede il pm. “No, avevo già deciso la sua condanna a morte”, replica Di Emidio.

Domani la seconda punta di questa storia degli orrori. Cruda, terribile realtà, che la nostra terra è stata costretta a vivere negli anni Novanta. Sarà di scena ancora Di Emidio. Parlerà di altri omicidi. Concluso l’interrogatorio del pm, ci sarà il controesame dei difensori. Il presidente Gabriele Perna spera di finire in giornata.

Gli imputati sono Vito Di Emidio, i brindisini Cosimo D’Alema, 42 anni, detto Mino Macello (avvocato Paolo D’Amico); Daniele Giglio, 35 anni (avv. Daniela D’Amuri); Marcello Laneve, 36 anni (avv. Teresa Gigliotti); Fabio Maggio, 30 anni (avv. Sergio Luceri); Pasquale Orlando detto Yo Yo, 38 anni (avv. Marcello Tamburini); Giuseppe Tedesco detto “Capu ti bomba”, 37 anni (avv. Vito Epifani); Francesco Zantonini, 41 anni (avv. Alessandro Di Palma) e il mesagnese Cosimo Poci, 54 anni (avv. Fabio Di Bello).

Piero Argentiero

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