"Vito Di Emidio voleva che uccidessi per lui, ma non l'ho mai fatto"

BRINDISI - Il killer più sanguinario della Scu uccideva e chiedeva di uccidere, rivolgendosi ai suoi fedelissimi. La richiesta non era un ordine, lo ha giurato in aula Pasquale Orlando, alias Jo-Jo, “me lo ha chiesto più volte ma lo ha chiesto per favore, signor presidente. Io gli ho sempre detto di no. Per uccidere ci vuole coraggio, io non ce l’ho mai avuto. Lui ci rimaneva male, ma io non potevo farci niente. Ero bravo a rubare e a fare le rapine, questo sì, le facevo con lui. Ma ammazzare no, quella è un’altra cosa”. Chi mente? Vito Di Emidio che accusa Pasquale Orlando, Daniele Giglio e il cognato Giuseppe Tedesco del duplice omicidio di Leonzio Roselli e Giacomo Casale, avvenuto il 7 maggio 1996, oppure gli imputati? Delle due l’una, questo è un fatto.

Vito Di Emidio, Bullone

BRINDISI - Il killer più sanguinario della Scu uccideva e chiedeva di uccidere, rivolgendosi ai suoi fedelissimi. La richiesta non era un ordine, lo ha giurato in aula Pasquale Orlando, alias Jo-Jo, “me lo ha chiesto più volte ma lo ha chiesto per favore, signor presidente. Io gli ho sempre detto di no. Per uccidere ci vuole coraggio, io non ce l’ho mai avuto. Lui ci rimaneva male, ma io non potevo farci niente. Ero bravo a rubare e a fare le rapine, questo sì, le facevo con lui. Ma ammazzare no, quella è un’altra cosa”. Chi mente? Vito Di Emidio che accusa Pasquale Orlando, Daniele Giglio e il cognato Giuseppe Tedesco del duplice omicidio di Leonzio Roselli e Giacomo Casale, avvenuto il 7 maggio 1996, oppure gli imputati? Delle due l’una, questo è un fatto.

Chi dice la verità lo stabilirà la corte chiamata a giudicare, che dovrà pronunciare il complicato verdetto a partire da un dato su tutti: la credibilità di Bullone. Il killer dalla memoria intermittente è lo stesso uomo che ha fatto ritrovare in Montenegro i resti di Maglie. L’udienza di questa mattina ha aperto i battenti proprio con la testimonianza dei due periti interpellati dal tribunale che hanno depositato nei giorni scorsi le rispettive consulenze genetica e medico legale. Entrambe le perizie hanno accertato l’appartenenza dei resti trovati in Montenegro al 29enne Giuliano Maglie, scomparso nel 1999. E’ sulla scorta delle dichiarazioni del pentito che la procura ha trovato il cadavere perduto da quasi dodici anni, che non sarà restituito ai famigliari “prima della fine del processo”, lo ha detto il giudice Perna.

Nessun dubbio per il genetista Cristiano Franchi che ha attestato la compatibilità fra il Dna rilevato su quei resti e i prelievi organici relativi a Michela Cosi, l’anziana mamma di Giuliano Maglie, al 91,63 per cento. Una percentuale tutt’altro che sufficiente, secondo il legale Vito Epifani, difensore di Giuseppe Tedesco, il cognato di Bullone accusato dell’omicidio. Idem per il legale difensore di Cosimo D’Alema, l’avvocato Paolo D’Amico, che attraverso l’esame dei due consulenti ha tentato di smontare la credibilità del collaboratore di giustizia. Se il ritrovamento del corpo perduto di Naca Naca, era questo il nomignolo di Maglie, significa che Bullone non mente, è assunto sul quale solo la corte d’assise dovrà pronunciarsi prima che su tutto il resto.

Certo è, per il momento, che anche secondo il  pubblico ministero Alberto Santacatterina “tutto quello che dice Bullone non è oro colato”. Ne sono più che persuasi gli imputati che proclamano a gran voce la propria innocenza, dichiarandosi vittime se non della magistratura certamente delle insondabili trame del killer. D’Alema, accusato del tentato omicidio di Pasquale Orlando, avvenuto nel settembre del 1994, ha dichiarato che all’epoca si trovava in Montenegro, dove era scappato perché l’allora capo della sezione catturandi Pasquale Filomena lo accusava di un attentato dinamitardo ai suoi danni. Giglio invece, difeso dall’avvocato Daniela D’Amuri, accusato insieme ad Orlando e Tedesco del duplice omicidio di Leonzio Roselli e Giacomo Casale, ha dichiarato di non aver mai conosciuto personalmente Di Emidio.

Ma protagonista assoluto dell’udienza che ha dato il via all’esame degli imputati è stato Orlando, difeso dal legale Marcello Tamburini. Ha ammesso di essere stato amico di Bullone, di essergli rimasto accanto per tutto il periodo della latitanza. “Siamo nati a Sant’Elia, signor presidente, ci conoscevamo tutti”, ha detto Jo-Jo che ha ammesso anche di aver compiuto accanto al killer una serie di furti e di rapine. Ma non omicidi, mai. “Me lo ha chiesto, più volte. Io gli ho detto di no. Lui uccideva per un niente, io sono rimasto senza parole quando ha parlato qui, al posto dove sono io. Ma non eravamo tutti pazzi come lui. Certo, lo dico chiaramente, lui non ti obbligava a uccidere, te lo chiedeva per favore e se ti rifiutavi ci rimaneva male, bisognava saperglielo dire”.

Perché allora, accusare un amico fraterno che non lo aveva mai abbandonato, facendogli rischiare l’ergastolo? La spiegazione è in una intercettazione in cui Tedesco, in carcere, dice “Orlando lo ha fatto arrestare”. Jo-Jo sostiene che non è vero, eppure quel 28 maggio 2001, la sera in cui Bullone finisce in manette dopo una latitanza di sei anni, Orlando si trovava proprio lì, a un passo dal killer e dai carabinieri. “Ho seguito l’ambulanza per curiosità”, ha detto Orlando in aula. Bullone potrebbe non averci creduto, meditando vendetta. Tremenda vendetta. Arrivando ad accusare un innocente di un delitto fra i più efferati della storia della Scu.

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