Carciofo brindisino, dopo l'Igp c'è ancora molto da fare

BRINDISI – Con l’acquisizione del marchio di Identità geografica protetta il cammino per la tutela e il rilancio delle produzioni di carciofo brindisino non è affatto concluso, e intanto bisognerà battersi perché il mercato non venga condizionato da un export spregiudicato a svantaggio dell’agricoltura locale.

Il logo "Cinarino"

BRINDISI – Con l’acquisizione del marchio di Identità geografica protetta il cammino per la tutela e il rilancio delle produzioni di carciofo brindisino non è affatto concluso, e intanto bisognerà battersi perché il mercato non venga condizionato da un export spregiudicato a svantaggio dell’agricoltura locale. Sono questi i due punti-chiave del convegno che Coldiretti ha dedicato all’Igp “Cinarino” e alle problematiche connesse alla principale produzione orticola del territorio.

“Le importazioni di carciofi provenienti da Egitto, Marocco e Tunisia nei porti di Brindisi, Genova, Gioia Tauro e Manfredonia inquinano il mercato immettendo prodotto di scarsa qualità a prezzi stracciati. Il rischio è che i nostri imprenditori agricoli decidano di non raccogliere più ritenendo poco remunerativa l’attività cinaricola. Prende il via in questi giorni un’attività di rilancio e promozione del comparto in provincia di Brindisi –ha detto in apertura  il Presidente della Coldiretti di Brindisi, Salvatore Ripa- che ha bisogno di una seria programmazione per uscire dal momento di difficoltà e contemporaneamente assicurare la possibilità ai consumatori di acquistare prodotto locale che, non essendo soggetto a lunghi tempi di trasporto, garantisce freschezza e genuinità uniche”.

“Il percorso non è assolutamente concluso. Ora bisognerà creare il Consorzio di tutela, accelerare la costituzione dell’Organizzazione dei Produttori (OP) – ha avvertito il direttore della Coldiretti Puglia, Antonio De Concilio – e dare vita all’albo dei produttori stessi. Il fine ultimo deve essere quello di arrivare al consumatore con la garanzia della qualità e della salubrità dei carciofi pugliesi attraverso l’etichettatura e la rintracciabilità, strumenti in grado di dotare il carciofo della carta di identità utile a presentarsi al mercato come made in Puglia, aggiungendo valore economico ad una produzione molto conosciuta ed apprezzata”, ha rilevato ancora De Concilio.

La Puglia è la maggiore produttrice italiana di carciofi, con 160.000 tonnellate che rappresentano il 94% della produzione del Mezzogiorno ed il 33 % di quella nazionale. In testa Foggia, poi Brindisi. La produzione lorda vendibile per ettaro presenta un notevole valore economico, ma ci sono il costo elevato della mano d’opera che incide sui costi nella misura del 42 per cento, e le fluttuazioni di mercato a condizionare il fatturato dei produttori.

In più, come ha ricordato il direttore di Coldiretti Brindisi, Francesco Carbone, nel conto vanno aggiunte come debolezze strutturali del comparto cinaricolo brindisino la mancanza di ricerca e sperimentazione sull’ottimizzazione delle colture, le virosi, le calamità naturali e anche le infestazioni di roditori. Tutti elementi in grado di condizionare fortemente il rapporto con i mercati.

Adesso però bisogna cogliere l’occasione dell’Igp –istruttoria favorevole ed esaustiva, durata tre anni, da parte del Ministero delle Risorse agricole, e attesa del pronunciamento di Bruxelles- per il carciofo brindisino e puntare su qualità, salubrità e tracciabilità, elementi molto richiesti dal mercato europeo e dell’Italia Settentrionale.

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