Cessione Gse: "Si rischiano 100 esuberi". Dcm convoca i lavoratori

Il sindacato Cobas denuncia il mancato rispetto degli impegni previsti dal bando. Lavoratori convocati all'hotel Nettuno

BRINDISI – Sorgono degli intoppi (di non poco conto) nell’iter che dovrebbe portare al passaggio della Gse alla Distressed Company Management Srl. Stando a una nota diramata dal sindacato Cobas, circa 100 dei 225 dipendenti dell’azienda, acquisita lo scorso 27 dicembre presso la sezione fallimentare del tribunale di Brindisi, rischiano di restare a casa. Il sindacato denuncia il mancato rispetto delle condizioni di vendita poste dal tribunale. La questione verrà affrontata nel corso di un incontro con tutti i lavoratori convocato per lunedì mattina (15 gennaio), per le ore 9,45, presso l'hotel Nettuno, da parte dell’azienda. Della vertenza si sta interessando anche la Task force per le emergenze occupazionali della Regione Puglia, con la quale, sempre domani, ma nel pomeriggio, è previsto un incontro a Bari.

Il Cobas ricostruisce la complessa vicenda. La Dcm è stato l’unico acquirente a presentarsi alla terza asta, dopo che le prime due erano andate deserte. La Gse, in mano alla curatela fallimentare dai primi mesi del 2017, è stata ceduta al costo di 3,6 milioni di euro. La somma prevista per la prima asta era pari a 16 milioni. “L’impegno previsto dal bando di gara - si legge nel comunicato a firma del segretario provinciale del Cobas, Roberto Aprile - era quello di assumere tutti i 225 dipendenti presenti nella azienda”.

Lavoratori compatti

La sottoscrizione del rogito è prevista per il 23 gennaio. Lo scorso 11 gennaio, nel corso di una riunione convocata dalla task force, la Dcm, nell’avanzare la richiesta di far confluire un centinaio di lavoratori in un’altra azienda, con il rischio di cento esuberi, propone la cancellazione “di tutte le provvidenze ottenute dai lavoratori, oltre la paga base, e di non pretendere nulla di ciò che avrebbero dovuto avere da Gse, compreso il Tfr”.

La Regione dà la propria disponibilità a concedere la cassa integrazione in deroga di due anni per i lavoratori in esubero, ma i dipendenti, convocati dai sindacati lo scorso 12 gennaio, “chiedono all’unanimità alle organizzazioni sindacali di non firmare assolutamente nessun accordo in deroga alla cessione di ramo d’azienda”. “Il passaggio – sostiene Roberto Aprile - deve avvenire di fatto in una sola azienda e lì realizzare la cassa integrazione, rimanendo tutti uniti, nella speranza di una ripresa occupazionale”.

La posizione della Uilm

Tutte le organizzazioni sindacali sono sulla stessa lunghezza d'onda, come emerge anche da un intervento del segretario provinciale della Uilm, Alfio Zaurito. "Qando la gente parla male del sindacato, molto spesso - afferma Zaurito - lo fa perché il sindacalista di turno non ha fatto l’interesse dei dipendenti, ma quello delle aziende, ecco: questa volta, tutti i sindacati hanno dichiarato in Assemblea che non accetteranno compromessi, speriamo che stavolta le oo.ss. rispettino il volere del popolo Gse, perché quella è la loro missione, non ne hanno altre".

"Chiediamo alla regione Puglia - prosegue Zaurito - di non promettere soldi alle aziende senza una garanzia occupazionale, anzi diciamo che i soldi dei Pugliesi che pagano le tasse si danno alle aziende che assumono non a quelle che licenziano, infatti si chiamano accordi di programma. Se invece domani si vorrà riconfermare la volontà di chiedere di ridurre l’organico con il sovvertire quanto la legge sostiene, bisogna spostare la discussione presso la prefettura".

Di grande importanza, a questo punto, saranno i due incontri in programma domani. All’hotel Nettuno la Dcm dovrebbe presentare il cosiddetto piano “Drago”. Il Cobas chiede “il sostegno forte e determinato della Regione Puglia non solo per chiedere cassa integrazione o qualche altra cosa , importanti quanto si vuole ma che non risolvono i problemi occupazionali”.  “Bisogna porre un problema di scelte strategiche per il settore direttamente al Governo a  Roma – conclude Aprile - vchiedendo  quella attenzione  al nostro territorio che non può permettersi di perdere ancora centinaia e centinaia di posti di lavoro”. 

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Commenti (1)

  • Non so se qualcuno si sia illuso, in tempi recenti, che questa DCM fosse una emanazione delle suore della carità di Santa Madre Teresa di Calcutta ( che Iddio l'abbia in gloria) . E ne tantomeno non capisco se , quando si vende un'azienda in queste condizioni e circostanze, ci sia qualcuno che ponga la seguente domanda all' acquirente: Ma tu, caro mio, al di là dei soldi con i quali paghi ( o sottopaghi) l'azienda, sei in grado di dimostrarmi OGGETTIVAMENTE che hai la possibilità di erogare alla stessa azienda un monte ore di lavoro tale da occupare TUTTE le maestranze di mano d'opera diretta ? Hai già contratti e/o accordi dai quali si evince che possa far lavorare tutte queste persone , pagandole a dovere e senza buttarne alcuna sul lastrico? Se queste domande non sono state fatte, o se peggio, sono state fatte ma non hanno ottenuto risposta o quantomeno risposte evasive, sommarie, fumose e di circostanza, allora la vicenda, a mio avviso, riveste carattere di una certa gravità. Significa che chi ha trattato, chi ha deciso non aveva la benchè minima visione industriale del settore specifico e di tutte le sue condizioni a livello nazionale ed internazionale. Non voglio pensare manco lontanamente se questo fatto degli esuberi si sapeva e fosse stato deliberatamente taciuto. Voglio ancora sperare che quanto da me commentato sull'argomento qualche mese fa , non abbia a verificarsi.

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