Intervento/ Il capitale umano per la nuova città

Mi sono laureata con una tesi dal titolo “risorse umane e sviluppo economico in Giappone” in cui ho indagato e approfondito il legame tra il modello organizzativo dell’istruzione e della formazione del Giappone nei trenta anni successivi al secondo dopoguerra.

Alessandra Amoruso

Mi sono laureata con una tesi dal titolo “risorse umane e sviluppo economico in Giappone” in cui ho indagato e approfondito il legame tra il modello organizzativo dell’istruzione e della formazione del Giappone nei trenta anni successivi al secondo dopoguerra e lo sviluppo economico di quella parte del mondo in quegli stessi decenni ma anche in quelli successivi. Ho poi avuto la fortuna di continuare, per mestiere, ad approfondire i nessi tra investimento in risorse umane e modelli di sviluppo, di un’organizzazione, azienda, gruppo, o comunque organismo produttivo, convincendomi sempre di più che quest’ultimo, lo sviluppo, non potesse prescindere dall’altro (capitale umano).

Sarà per questo che partecipando all’interessante convegno organizzato da Left e da Ance non ho potuto evitare di pormi una domanda: con quali competenze pensiamo di fare di Brindisi una città del futuro? Ogni possibile sviluppo ha fra le sue determinanti la quantità e la qualità delle risorse umane che vi partecipano o vi possono partecipare . Dunque le città non partirebbero alla pari neanche in termini di professionalità, fondamentali per affrontare ogni questione “sospesa” per Brindisi o più in generale qualsivoglia piano strategico di sviluppo che voglia ridare centralità al territorio e alle stesse potenzialità che ogni territorio presenta.

Lo sarebbe, centrale, la questione della quantità e qualità delle risorse umane per affrontare l’efficientamento del sistema dei trasporti, così come il ruolo della ricerca avanzata o dell’utilizzo della tecnologia innovativa; lo sarebbe, centrale, in un piano di sviluppo del porto e dell’aeroporto, o più in generale della dotazione infrastrutturale, in un sistema integrato non solo con il resto della Regione o dell’Italia ma addirittura con il resto d’Europa; lo sarebbe per pensare e realizzare progetti di riqualificazione di aree urbane definite così come per far emergere eccellenze enogastronomiche o per determinare uno sviluppo dell’offerta turistica significativo o per supportare il tutto con un’azione continua ed efficace di marketing territoriale.

Se la sfida è fare di Brindisi una città del futuro attraverso un’altra idea di città, allora lo strumento fondamentale diventa il capitale umano che riusciremo a mettere in campo, perché dovrà essere numericamente sufficiente e con caratteristiche tali da reggere e governare l’avanzare dell’innovazione. Dovremmo cioè pianificare strategicamente, insieme al nuovo assetto urbanistico economico e sociale, uno sviluppo adeguato del nostro capitale umano. Come ? I livelli di azione potrebbero essere diversi.

Credo che l’unica via possibile all’esercizio della democrazia sia oggi la partecipazione responsabile di tutti alla vita ed alle scelte dei propri territori. Allora, prima di tutto , tutti dovrebbero concorrere, nelle forme nei modi e nei tempi più consoni, sotto la guida di una sapiente “cabina di regia” alla definizione di un’altra idea di città. Il convegno di sabato è stato un momento ma andrebbero create situazioni sistematiche di “contribuzione”, chiamando in causa le belle competenze già disponibili di tanti brindisini: ambientalisti, imprenditori, architetti, medici, ricercatori, consulenti, cuochi, cultori delle tradizioni, giornalisti, dirigenti, amministratori, tecnici, esperti informatici, ingegneri, urbanisti, sociologi, esperti di finanziamenti, di marketing, di cultura locale, di arte.. di pizzica in grado di concorrere alla realizzazione di un’altra idea di città.

Il confronto con il resto del paese prima e del mondo poi ci impone l’uso di profili esperti nel proprio, e non piuttosto quello di tuttologi. Esperti disponibili a fare sistema per ottenere dallo scambio un valore aggiunto diversamente non raggiungibile, ad esclusivo vantaggio dell’intera collettività, lavorando insieme ma anche attingendo dalle esperienze di eccellenza del resto del mondo. Il grande vantaggio della conoscenze diffusa, caratteristica di quest’era, è la possibilità di mettere in contatto l’ordinario con lo straordinario, il locale con il mondiale, l’esperienza con l’eccellenza, in tempi assolutamente “brevi” e a costi impensabilmente “bassi”.

Ancora: si dovrebbe garantire, nel nuovo assetto della città, l’esistenza di luoghi dell’apprendere e dell’accrescere (incubatori, centri di ricerca, università, scuole ma anche piazze, vie e quartieri) attrattivi per le nuove generazioni e cioè tecnologicamente avanzati, al passo con l’innovazione di questo tempo, sostenibili, facilitatori delle relazioni e in rete con il resto del mondo. I luoghi educano nella misura in cui è consentito ai cittadini di viverli e di impossessarsene, ed è soltanto ridando dignità fisica e etica ai luoghi del sapere che sì può ridare dignità al sapere.

Nel definire le specificità dello sviluppo che vogliamo (turismo, industria sostenibile, enogastronomia, trasporti) andrebbe previsto un investimento sulla preparazione delle risorse umane necessarie a supportarlo. Andrebbero pensati, in parallelo ai grandi temi dello sviluppo e della riqualificazione, percorsi d’istruzione e formativi coerenti , che offrano competenze immediatamente spendibili anche nel locale. Ci potrebbero servire cuochi, operatori portuali, guide turistiche piuttosto che bagnini. Dovremmo saperlo per tempo.

Una pianificazione strategica per definizione non può essere improvvisata; di pari passo allora dovrebbe mirare ad un utilizzo non improvvisato del capitale, del patrimonio umano, professionale e di competenze, di un territorio. E più di tutti dovrebbero farlo gli amministratori, presiedendo alle creazione ed al mantenimento delle migliori condizioni possibili per la valorizzazione e l’utilizzo ottimale del territorio e di tutte le sue competenze.

Ho sentito più volte dire durante il convegno che è un obbligo morale, oltre che un condizione di sopravvivenza, creare quelle condizioni di sviluppo e vivibilità del nostro territorio che consentano a noi ed ai nostri figli di continuare a vivere in questa città. Io più semplicemente mirerei a creare condizioni che permettano a ciascun individuo di poter agire, a parità di condizioni, una libera scelta. Cosi che lasciare questa città non sia mai più una costrizione ma un desiderata e che con altrettanto piacere si possa scegliere di ritornarci o semplicemente di rimanerci.

 

 

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