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Origini che stridono: dalla grandezza di Modugno alla pochezza di Rosi Mauro

di Renato Quaranta » 10 aprile 2012 alle 21:28

Umberto Bossi e Rosi Mauro

Il Salento ha dato i natali ad Angela Rosa Mauro, nata a San Pietro Vernotico e cresciuta a Squinzano. Rosi, la pasionaria “nera” della Lega Nord. Il capo del sindacato Padano con sede in Sardegna. San Pietro Vernotico ha accolto anche Domenico Modugno, che qui visse sin da bambino, proveniente da Polignano. Un campione assoluto di meridionalità, uno che si sentiva tanto orgogliosamente meridionale da lasciar credere di essere siciliano, ovvero ancora più meridionale. La grandezza di Domenico Modugno stride con la pochezza della sua conterranea. E il fatto che erompano sul palcoscenico dell’esistenza condividendo lo stesso cielo azzurro di Puglia non è sufficiente per accostarli. Neppure per ischerzo. Ma Modugno c’entra in questa storia e lo scopriremo più avanti.

I

In questi giorni si sta affermando una nuova tipologia di cronaca: la cronaca verde, in salsa rosa e nera.  E’ la cronaca che il crepuscolo della Lega ci regala attraverso la lettura dei giornali. Perché di questo si tratta, della fine della Lega. Con buona pace di Roberto Maroni che su Facebook si permette pure di ironizzare sulle qualità artistiche del fidanzato di Rosi Mauro. Forse doveva ironizzare un po’ prima sulle qualità politiche della fidanzata di Pier Mosca. Ma non lo ha fatto, anzi, come tutti i leghisti che ora chiedono pulizia, pulizia, pulizia! poco più di tre anni fa l’ha votata, votata, votata! al gradino prossimo allo scranno più alto del Senato. Ma allora, commenti salaci di Maroni su Facebook non ne leggemmo. Non uno, che uno, che uno. Stesso silenzio quando il Trota veniva incoronato vice re della Padania e consigliere regionale in Lombardia. Il barbaro sognante dormiva. Al Viminale.

Eppure Maroni coglie nel segno quando la butta in farsa. Mi piacerebbe capire perché un’intera famiglia allargata al magico entourage, sia così terribilmente ossessionata dal bisogno di ottenere un titolo di studio. L’onta della descolarizzazione dei padri si trasforma in ansia da titolo di studio dei figli (e dei fidanzati). Uno psicodramma piccolo borghese che sfocia in farsa, un copione degno della migliore tradizione della commedia all’Italiana, da Zampa a Risi, da Monicelli a Loy. Nascerà da qui la commedia alla padana? Qualcosa già si muove: suggerisco, per chi non lo avesse visto, il corto L’ultimo dei Padani. E’ su You Tube. E’ imperdibile.

II

Domenico Modugno

E ora torniamo a Domenico Modugno. Anche lui, come Bossi, sopravvisse a un ictus cerebrale. Anche lui dovette affrontare un lungo e faticoso periodo di riabilitazione. Anche lui portava sul proprio corpo e forse ancor di più, nell’anima, i segni della malattia. Tuttavia Modugno reagì con rinnovata grandezza. Iniziò la sua seconda, straordinaria avventura umana, caratterizzata dall’impegno politico. Gridò al mondo la sua malattia, come un tempo aveva fatto con Volare, fu eletto in parlamento con il Partito Radicale e dedicò tutto se stesso alla battaglia per il miglioramento delle condizioni di vita dei disabili. Questa seconda fase della sua vita, così segnata dalla malattia, non fu meno meravigliosa della prima.

La malattia di Bossi è stata vissuta in maniera molto diversa, dallo stesso Bossi, dalla sua famiglia e dal suo partito. E’ stata nascosta. Chissà quale sarebbe stata la storia del nostro Paese se anziché nasconderla, Bossi l’avesse accettata e si fosse fatto testimone dei limiti imposti dalla sua nuova condizione di malato. E avesse iniziato a battersi per migliorare le sue condizioni di vita e quelle di milioni di malati come lui. Se, come Domenico Modugno, avesse fatto della sua malattia un simbolo per una battaglia di civiltà da affrontare a viso aperto. Non nasconderla, all’opinione pubblica e al suo popolo, dietro la maschera di Rosi Mauro. Una faccia che tradisce una malattia ben più grave di quella, tenuta nascosta, di Bossi.

Chissà quale sarebbe stato il corso della storia se Bossi non avesse affidato il suo destino – per istinto di sopravvivenza – a mogli, figli, amici di famiglia, autisti, cresciuti alle spalle della sua popolarità e a queste spalle avvinghiati, fino alla fine, fino a farle crollare sotto il peso della loro famelica mediocrità.

III

Roberto Maroni

Poteva entrare nella leggenda. Esce di scena in maniera grottesca, portandosi dietro un intero partito. Non poteva finire altrimenti. Bossi non è un personaggio leggendario e tanto meno un eroe. Basta dare uno sguardo alla sua biografia. Non lo troveremo scritto da nessuna parte, ovviamente, ma si può intuire che fino alla metà degli anni 80, dopo che aveva tentato di fare il cantante, l’elettrotecnico, il medico e non so che altro, quando il suo tempo correva inesorabilmente verso la cinquantina, Bossi aveva legittimamente necessità di un reddito, prima di ogni altra cosa. Prima del federalismo fiscale, della devolution e del Parlamento della Padania.

E’ per istinto di sopravvivenza che Bossi decise di far politica, più che per passione ideale. Supposizioni, potremo sbagliare, ma così sembra. Ed appare un vizio originale che si porterà dietro, come una maledizione, in tutte le mosse politiche successive. Fino alla “gestione” familiare della sua malattia e tutto quello che ne è seguito.

Primum vivere. Ricorda nulla? Lo disse Craxi prendendo le redini del PSI e dando il via ai suoi fastosi anni 80. Sappiamo com’è finita. Le grandi imprese, non nascono mai per istinto di sopravvivenza. E tanto meno per paura di morire. Al limite, per mania di onnipotenza. Per follia. Mai per qualcosa di così meschino, per quanto umanissimo, come la propria sopravvivenza.

E’ vero, una laurea breve e un paio di diplomi da ragioniere non erano mai costati così tanto: la fine di un partito e quella di una sedicente nazione. La fine di un sogno per alcuni, di un incubo per altri. Tuttavia hanno avuto il merito storico di svelare al mondo la pochezza del tutto. Buona pensione nonno Umberto.

Cordisco


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