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L’attentato, i brindisini, i giovani, gli investigatori: italiani di serie A

di Peppino Caldarola » 7 giugno 2012 alle 20:11

La piazza si riempie

C’è un colpevole per l’attentato di Brindisi e ora si cercano il movente e gli eventuali complici. La cronaca dirà quel che verrà fuori. Tuttavia questa grande tragedia ha lasciato alcune tracce nella coscienza civile che non vanno disperse. La prima è la compostezza dei cittadini. Non era facile che una comunità aggredita in questo modo riuscisse  a tenere i nervi così saldi. La seconda traccia è la partecipazione popolare alle grandi manifestazioni. L’attentato avrebbe potuto sospingere molti a stare chiusi in casa, invece si sono riempite le piazze. La terza traccia ci porta direttamente ai protagonisti di queste settimane di angoscia e di mobilitazione, cioè i giovani. I ragazzi di Brindisi hanno avuto coraggio anche  nel non farsi teleguidare da chi, un minuto dopo l’attentato, già aveva capito la sua natura.

Li abbiamo visti in televisione questi giovani e giovanissimi brindisini, dietro i loro striscioni, determinati a non mollare anche quando messi sotto assedio dagli inviati sembravano incerti nel definire il nemico che si era affacciato alle porte di una loro scuola. Per chi come me vive lontano, pur essendo pugliesissimo, vedere in tv le immagini degli ospedali salentini in buono stato e  quei medici così professionali di fronte alle telecamere è sembrata una vera boccata di ossigeno. Anche i due sindaci, di Brindisi e di Mesagne, sono stati all’altezza del compito e del momento. Il magistrato della Dna Cataldo Motta ha offerto il volto dell’inquirente severo che non ama lo spettacolo e le luci della ribalta. L’inchiesta ha avuto una forte spinta dagli investigatori nazionali, ma non mi pare che chi operava sul territorio se la sia cavata male.

Scrivo queste cose per dirne una soltanto  che le riassume: noi meridionali dobbiamo volerci bene. Spesso indulgiamo in una auto-rappresentazione vittimistica e al tempo stesso auto-lesionistica. Siamo meridionali ma pensiamo che forse non hanno torto quei settentrionali che parlano male di noi. E’ una sindrome di cui i meridionali non si libereranno mai: quell’indulgere sui propri peccati senza vedere le proprie virtù. Invece c’è non un “altro” Mezzogiorno, ma “questo” Mezzogiorno che, chiamato ad una prova durissima, ha mostrato di essere in grado di reagire con civiltà e senso di comunità. Spero che continui.

Ma è il mondo politico che deve far tesoro di questa riscoperta delle virtù della nostra società civile di cui i giovanissimi sono protagonisti assoluti. La domanda che deve farsi la politica è se saprà essere, nel suo insieme, all’altezza di un popolo che non si è disgregato e che ha mantenuto i nervi saldi. Credo di sì, spero di sì. In fondo nella compostezza dei cittadini si riflette anche il lungo esercizio di una democrazia fondata su decenni di lotte e di crescita civile. Nei giorni più bui siamo stati quel che volevamo essere: italiani di serie A. E’ un messaggio per tutti i demagoghi, presenti o futuri.



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