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Unioni civili, la pressione della crisi non deve mettere in secondo piano i diritti

di Francesco Fistetti* » 3 agosto 2012 alle 12:31

Vendola e Bersani

Se proviamo a collocare in un orizzonte più largo la diatriba sull’istituzione di un registro delle unioni civili presso il Comune di Brindisi, che va montando all’interno della maggioranza di centrosinistra del capoluogo, ci accorgeremo che si tratta di una questione che contiene, come in uno specchio d’ingrandimento, tutte le contraddizioni del nuovo centrosinistra che si va profilando con la Carta degli Intenti presentata da Bersani proprio l’altro ieri ed apprezzata da Vendola come proposta di governo per le prossime elezioni. La Carta, come è noto, prevede, oltre alla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, il riconoscimento giuridico delle coppie gay.

Si tratta di un punto qualificante, che rappresenta una conquista di civiltà che è stato sancito dalla legislazione corrente in tutte le moderne democrazie, al di là della divisione storica tra destra e sinistra. Si pensi al primo ministro inglese, il conservatore Cameron, che il 25 luglio nella sua dimora di Downing Street ha dato un ricevimento ai membri della comunità GLBT (gay, lesbiche, bisessuali e transessuali) e si è impegnato a trasformare il “civil partnership”, la normativa già in vigore che garantisce gli stessi diritti e gli stessi doveri del matrimonio, nell’istituzione del matrimonio gay.

Cameron nel suo discorso ha ringraziato le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali “per l’immenso contributo” che essi forniscono “in ogni parte del paese, nelle arti, nei media, nello sport, nella finanza”. Se un discorso del genere fosse stato pronunciato da un politico italiano, si sarebbe scatenato il finimondo. Comunque sia, questo argomento dei diritti civili non può essere più eluso né tanto meno demonizzato come se si trattasse non di diritti legittimi della persona, ma di richieste di minoranze arroganti e violente. Ora, nella Carta degli Intenti vengono anche disegnate le alleanze che dovrebbero dare attuazione ai dieci punti che eventualmente saranno sottoscritti.

Si legge: “I democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un patto di legislatura con forze liberali, moderate di Centro, d’ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune”. Credo che Bersani sappia quanto questa materia dei diritti civili sia dirimente per un partito come Sel di Vendola e per l’Udc di Casini, che finora è stato intransigente su questioni riconducibili alla bioetica (testamento biologico, eutanasia, cure coatte ai malati terminali, ecc.). La rivolta da parte degli elettori che è scoppiata sul web con motivazioni opposte, sta a dimostrare quanto certi argomenti stiano a cuore ai cittadini.  E’ ridicolo, quindi, affermare, come ha fatto l’on. Sansa, che la presenza di Sel dentro il centrosinistra sia una questione che riguarda il Pd e non tutta l’alleanza e, di conseguenza, la sua base programmatica.

Naturalmente è sempre possibile ed auspicabile che si trovi un’intesa e soprattutto che su questi temi si apra un dialogo a tutto campo che metta da parte pregiudizi ed integralismi e promuova la responsabilità degli individui singoli e delle istituzioni. In una società pluralistica, al di là delle formule di governo, dovrebbe esserci una convergenza trasversale sulle questioni ultime o, come si usa dire, eticamente sensibili. Alcuni potrebbero anche obiettare che queste problematiche non interessano la maggioranza degli italiani, che per tradizione professano una determinata fede religiosa oppure sono lontani dal seguire le prescrizioni della Chiesa o le pratiche di culto. In più, essi aggiungono che queste problematiche non sono al centro delle preoccupazioni quotidiane dei cittadini, angosciati da una crisi economica che si abbatte sulle imprese, manda sul lastrico migliaia e migliaia di lavoratori, erode il potere d’acquisto dei salari, condanna i giovani al precariato e all’inoccupazione.

Tutto vero. Ma allora, più che di una Carta di Intenti, avremmo bisogno di un programma di emergenza, una specie di “New Deal” che chiami tutte le classi sociali a stringere un patto di civiltà per portare il Paese fuori dal disastro in cui rischia di precipitare insieme con questa Europa prigioniera degli egoismi nazionali e di una classe dirigente miope e priva di una visione etico-politica. Come amava dire Alexander Kojève (1902-1968), uno dei più grandi filosofi del XX secolo, che lavorò per decenni al servizio della costruzione europea per conto del governo francese, è necessario che il capitalismo diventi da predatore “donatore”, così come aveva fatto Ford agli inizi del secolo quando aveva umanizzato la fabbrica moderna aumentando i salari e garantendo la salute e la sicurezza dei lavoratori. Ma oggi di questa nuova civilizzazione fanno parte non solo beni comuni come il lavoro, l’educazione, la cultura, l’ambiente, la formazione e la ricerca, ma anche i diritti civili delle persone.

*docente Università di Bari

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