Troppe falsità, anche interessate, sull'Unione europea

La Commissione Europea viene quotidianamente sottoposta da alcuni settori culturali e politici a tante critiche che spesso volutamente travisano la realtà

La Commissione Europea viene quotidianamente sottoposta da alcuni settori culturali e politici a tante critiche che spesso volutamente travisano la realtà. Il primo rilievo riguarda la mancanza di legittimazione democratica. In realtà la Commissione viene nominata dal Consiglio europeo, che raggruppa i capi di Stato dei paesi membri, e poi sottoposta al vaglio del Parlamento europeo, eletto da tutti i cittadini. Qualcuno ricorderà che nel 2004 Rocco Buttiglione dovette rinunciare alla nomina a causa della bocciatura da parte del Parlamento europeo.

Peraltro i trasferimenti di potere dagli Stati verso l’Europa sono stati deliberati da tutti i Paesi membri e poi sottoposti all’approvazione dei Parlamenti nazionali. In Italia il Trattato di Maastricht è stato approvato dal Parlamento con 406 voti a favore, 46 contrari e 18 astenuti. Sicuramente l’Unione Europea non è una costruzione perfetta, ma non è lecito barare: chi la critica per la sua indubbia debolezza, per esempio in tema di immigrazione, non può far finta di dimenticare che una maggiore integrazione non si è realizzata proprio per la volontà di molti Stati di non cedere ulteriore sovranità. In questo periodo poi le critiche distruttive sono molto sospette, avendo sia Trump che Putin realizzato una oggettiva convergenza contro ogni prospettiva di rafforzamento della integrazione europea.

La Ue non è un baluardo del liberismo

Si sostiene inoltre che l’Unione Europea sia un baluardo del cosiddetto liberismo economico, ossia della tendenza ad esaltare il ruolo del mercato liberandolo da ogni regola. Anche questa affermazione non corrisponde al vero. Nei limiti dei poteri attribuiti dalle volontà degli Stati sovrani, non possono essere sicuramente bollate come figlie di una cultura liberistica le varie direttive in materia ambientale, che l’Italia fa fatica a rispettare, o le politiche regionali di sostegno alle aree meno sviluppate, con ingenti risorse che l’Italia fa fatica ad utilizzare, o gli obiettivi di protezione sociale e del lavoro elencati dall’articolo 153 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, compreso il diritto a quel reddito minimo su cui l’Italia è ancora indietro.

Ovviamente la difesa dei principi della concorrenza economica ha visto spesso l’Europa agire contro le concentrazioni monopolistiche e a favore delle liberalizzazioni. Ma  questa impostazione, che deriva dagli orientamenti della maggior parte degli Stati membri, non ha mai seriamente interferito con le scelte dei governi e dei parlamenti nazionali in materia di proprietà pubblica. Noi possiamo statalizzare strade, ferrovie, autostrade o tenerci l’Atac di Roma nel settore pubblico a vita, e il tutto senza incorrere in sanzioni o censure.

Con la normativa sulle società pubbliche in house ci è stato anche consentito di affidare direttamente i servizi senza ricorrere a comparazioni concorrenziali. Dove sta quindi l’ossessione liberistica che si attribuisce all’Europa? Il problema grosso su cui sia i Paesi che l’opinione pubblica si dividono ha un nome evocativo: austerità. Si attribuisce al Trattato di Maastricht e all’euro la colpa di aver imposto agli Stati una camicia di forza di regole troppo rigide. Ma è proprio vero?

L'euro e gli effetti sull'Italia

Cominciamo col ricordare che, mentre l’euro portava grandi benefici al nostro grande debito pubblico facendo abbassare l’onere degli interessi, nessun arbitro ha tirato fuori fino al 2012 il cartellino rosso verso quei Paesi che si allontanavano allegramente da quella percentuale orientativa del 60% nel rapporto tra debito e PIL.  Anzi qualcuno sostiene che se l’Unione si fosse fatta sentire in funzione preventiva avremmo forse  potuto risparmiarci gli interventi molto austeri del Governo Monti per raddrizzare in extremis la nave in pericolo del nostro debito sovrano.

Solo nel 2012, dopo l’esplosione della crisi economica, sono state attivate delle procedure di monitoraggio preventivo, finalizzate ad evitare squilibri macroeconomici che potrebbero destabilizzare l’intera area dell’euro. Il caso greco è un caso a parte perché quel governo ha richiesto aiuti che sono stati concessi a condizioni inaccettabili sul piano sociale. Un errore gravissimo per la stessa reputazione dell’Europa presso i Paesi più indebitati (anche se la condizione in cui si sono cacciati dipende soltanto dalle loro scelte). Oggi l’Italia invece è per fortuna semplicemente alle prese con le procedure ordinarie di monitoraggio, e si registra un netto dissenso che ha come oggetto il rischio che si accresca nel prossimo futuro il già enorme debito pubblico italiano.

Sul rispetto delle regole rischiamo l'isolamento

I critici più severi sono proprio i potenziali alleati del governo attuale, come l’Austria, ma non riusciamo ad avere solidarietà neanche dai governi del Sud Europa come quelli di sinistra di Spagna e Portogallo. Facciamo pure l’ipotesi che una Commissione Europea prossima alla scadenza non tiri fuori il cartellino rosso del rigore. Ma se appare chiaro che le elezioni europee non potranno segnare una svolta radicale nelle regole fiscali che accompagnano l’euro, perché il governo giallo-verde continua in modo infantile a fare la parte di chi vuole stare in un condominio non accettando le regole degli altri 18 condomini, e volendo imporre le proprie volontà malgrado il gioco non sia a lungo sostenibile?

Perché si ostina a non perseguire i suoi obiettivi (anche quelli giusti come il reddito minimo) senza una ordinaria copertura di bilancio che deriva da tagli ad altre spese o aumento delle tasse sui benestanti? Eppure se uno chiedesse un prestito bancario non per un investimento produttivo ma per avere un tenore di vita superiore al proprio reddito, il direttore della filiale gli darebbe del matto anche se il soggetto si qualificasse come economista keinesiano!

Molti commentatori considerano che il motivo principale di questa ostinazione è senza dubbio quello di prendere più voti alle elezioni. Alcuni addirittura applaudono, dando voce a quel grande partito trasversale del deficit schierato come una falange macedone, che in Italia va dall’estrema destra all’estrema sinistra passando per il Berlusconi di governo.

Ma che succederà dopo le elezioni? Se, ad esempio, non si verificasse alcuna ripresa economica e non si riuscisse, come promette Tria nella lettera alla UE, a recuperare il divario con gli altri paesi europei? Facilmente l’errore della previsione economica, oltre ai danni sociali, si trasformerebbe in un grosso errore di valutazione e di calcolo politico.  

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