Polveri di carbone, la Provincia torna a chiedere danni per 500 milioni di euro ad Enel

I motivi d’appello dell’Ente dopo che il Tribunale ha escluso il risarcimento: “Sentenza contraddittoria, conseguenze per la contaminazione incommensurabili”. Assente il Comune di Brindisi: ha rinunciato

BRINDISI – “Ci sono evidenti contraddizioni e incongruenze rispetto all’ingiustificato rigetto delle richieste di risarcimento dei danni presentate dalla Provincia di Brindisi che appaiono incontestabilmente conseguenza della dispersione di polveri di carbone dalla centrale Enel, reato per i quali gli imputati sono stati condannati”.

La Provincia

Rosario AlmientoL’Ente è tornato a presentare il conto delle sofferenze patite, per un totale pari a 500 milioni di euro, con richiesta di provvisionale per 300 milioni, alla Corte d’Appello di Lecce di fronte alla quale, il prossimo anno, sarà celebrato il processo di secondo grado scaturito dall’inchiesta nata dalla denuncia sporta da un gruppo di 62 agricoltori, per lo più proprietari dei terreni nelle vicinanze della centrale Federico II. Non sarà presente, invece, il Comune di Brindisi che ha rinunciato ed essendo ormai scaduti i termini per il deposito dei motivi d’appello è fuori dal processo.

L’Amministrazione, presieduta da Maurizio Bruno, ha confermato incarico per il giudizio all’avvocato Rosario Almiento (nella foto accanto), secondo il quale l’affermazione della “consapevolezza” dei vertici della società Enel, rispetto alla “dispersione delle polveri, la contestazione della “inerzia” e la sussistenza del “dolo diretto” e non già eventuale, come si legge nelle motivazioni della sentenza del Tribunale di Brindisi, non possono non portare all’esclusione della Provincia come parte civile.

Gli imputati

Il giudice Francesco Cacucci, invece, ha riconosciuto unicamente le istanze depositate dagli agricoltori, evidenziato un “danno psicologico”, dopo aver affermato che l’istruttoria dibattimentale ha portato alla luce “indicatori obiettivi della volontà (dei dirigenti, ndr) di proseguire nelle ordinarie attività di carico e stoccaggio del combustibile, nonostante il persistente verificarsi delle emissioni”. Per questo ha condannato Calogero Sanfilippo, responsabile sino ad oggi, in seno ad Enel della produzione termoelettrica con l'impiego di carbone; Antonino Ascione, Responsabile dell'Unità di Business di Brindisi dal 10 settembre 2007 sino a oggi: nove mesi, pena sospesa e non menzione, benefici riconosciuti essendoci stata una “inversione di rotta” rispetto alle condotte oggetto di contestazione, con il completamento della copertura del carbonile. Hanno appellato anche i difensori degli imputati, così come la società.

Le motivazioni del Tribunale di Brindisi

Il giudice ha scritto questo: “Che dalla centrale, in particolare dal nastro trasportatore e dal parco carbonile, provenissero polveri di carbone che, sia per l’effetto del vento che per l’azione di movimentazione del combustibile, si propagavano nell’ambiente, è circostanza che il Tribunale ritiene possa dirsi pacificamente accertata”. Non solo. “Del resto – si legge – è sufficiente ripercorrere tutte le fasi dei programmi adottati negli anni dall’azienda per coglierne immediatamente l’ampiezza e la piena consapevolezza delle sue dimensioni da parte della dirigenza amministrativa e tecnica”. Partendo da questi assunti, l’avvocato Almiento per la Provincia ha snocciolato le voci dei danni sostenendo che “le concrete modalità di gestione dello scarico, del trasporto e del deposito del carbone, hanno determinato la dispersione di abnormi quantità di polveri nocive e di grave pericolosità per la salute umana, alla cui esposizione non possono non essere potenzialmente correlati eventi di malattia e di morte della popolazione della provincia, residente nei comuni limitrofi al sito industriale”.

nastro trasportatore-2

La contaminazione

Ci sarebbe stata, secondo il penalista, “la contaminazione dell’aria, dei terreni, delle acque e dei prodotti agricoli destinati all’alimentazione” dalla quale “deriva un danno ambientale incommensurabile e una congerie di voci di danno patrimoniale ambientale, subiti dalla Provincia di Brindisi e alla collettività, che l’Ente pubblico è chiamati per funzione istituzionale a tutelare secondo la legge e il proprio statuto”. “Le caratterizzazioni – si legge ancora nei motivi d’appello – hanno evidenziato l’assai preoccupante presenza tra le altre sostanze inquinanti di metalli pesanti, ben al di sopra dei limiti di legge, tra cui arsenico, berillio, vanadio, rame, cobalto e mercurio”. Dei 234 punti indagati nell’area agricola in esame, oggetto del procedimento, come cristallizzato nel capo di imputazione, “solo 12 risultano privi di contaminazione”.

“L’arsenico provoca tumori polmonari ed epatici, il cromo e il nichel tumori polmonari, il cadmio tumori alla prostata, il mercurio si ripercuote sul sistema nervoso centrale. E’ palese la perpetrazione di una grave compromissione dell’ambiente che in data 28 giugno 2007 ha costretto il sindaco pro tempo di Brindisi ad emettere l’ordinanza con la quale veniva vietato a tutti i conduttori delle aree agricole di coltivare e veniva fatto obbligo di distruggere tutto, compresi i frutti pendenti”.

Ancora una nuvola di polvere di carbone

Il conto dei danni

Nel conteggio finale del risarcimento danni, il penalista ha inserito anche i “costi necessari alla bonifica ambientale che si stima  equo quantificare in venti milioni di euro”, più le conseguenze sull’economia in termini di “flessione delle entrate nel settore agricolo che si quantifica in 564 milioni di euro, in relazione al quale la Provincia ha pieno diritto di essere risarcita della somma di non meno di cento milioni, direttamente riconducibile alle condotte degli imputati”. Ci sono ancora, secondo l’avvocato Almiento, danni sul piano del marketing territoriale, vale a dire sul fronte della promozione culturale e turistica, per 816.048,68 euro anche con riferimento alla vanificazione degli effetti legati alla diffusione del marchio comunitario Filia Solis Terra di Brindisi”, tenuto a battesimo dall’ex presidente della Provincia, Massimo Ferrarese. Infine, deve essere considerato il “danno morale e d’immagine, oltre che una perdita di chance intesa come occasioni di sviluppo economico attraverso un’attraente immagine del territorio dal punto di vista turistico, eno-gastronomico e culturale, in relazione al quale la Provincia chiede 250 milioni di euro”.

L’Ente, quindi, chiede “in riforma della sentenza impugnata, che la Corte d’Appello disponga la condanna degli imputati alla pena di giustizia, in solido con il responsabile civile Enel Produzione spa, alle misure di riparazione del danno ambientale cagionato sino a fino aprile 2006 (termine della contestazione, ndr) ovvero al risarcimento dei danni per equivalente”.

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Commenti (1)

  • Se sei un nessuno, un povero sconosciuto senza alcun santo in Paradiso, allora mazzate di morte: per pochi euro, per una bistecca o un vasetto di olive ti ritrovavi condannato a vari anni di galera e pagamento anche dei cosiddetti " danni morali". Ma se sei una "cattedrale intoccabile" , un potentato , un centro di potere economico-politico, allora vai via liscio come l'olio: nessuno osa toccarti, sopratutto nel malloppo. E' la solita storia della repubblica delle banane, e peggio ancora, la solita storia brindisina. Non credo che la diversità del tempo e del luogo faccia cambiare la musica.

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