La Xylella, la ricerca genetica e il futuro prossimo venturo

Intervista al professore Giovanni Martelli, fitopatologo di fama internazionale: "La malattia non se ne andrà, bisogna sviluppare qualità resistenti"

Come avvenuto in passato in situazioni disastrose, soltanto dal mondo scientifico e della ricerca possono giungere risposte esaurienti e definitive in grado di contrastare e  sconfiggere l’azione deleteria della ‘Xylella fastidiosa’, sottospecie ‘Pauca ST53’, il batterio da quarantena, che ingenti danni sta procurando al patrimonio olivicolo salentino e che nel lento e inesorabile avanzare verso il nord della Puglia ed in altre realtà, Francia, Spagna ed altrove, tanta apprensione sta provocando tra le popolazioni interessate.   

A riguardo, data l’analogia, val la pena ricordare come durante l’800 quasi tutti i vigneti europei vennero distrutti da un insetto, la fillossera, importato dalla America, tramite barbatelle di viti. Poiché tale parassita, attaccando le radici delle piante della vite europea ne determinava in breve la morte, mentre alcune varietà di vite americana restavano indenni, per aver acquisito nel tempo ‘una resistenza genetica alla fillossera’, si giunse alla conclusione, per salvare il patrimonio viticolo europeo dalla distruzione, di utilizzare le radici di queste viti americane come portainnesto della vite europea, secondo una tecnica da allora seguita nei nuovi impianti di vigneti. 

Un ulivo a rischio Xylella-2

 Tornando all’attualità, lo spettacolo di generale desolazione offerto al nostro sguardo dalle piante rinsecchite di ulivo, in parte secolari, ubicate nell’area infetta del Salento, calcolata in circa 5000 chilometri quadrati e comprendente fino a 3 milioni di esemplari di ulivo colpiti, ci porta a riflettere sul tragico bilancio scaturito dall’azione incessante della Xylella a danno della olivicoltura salentina.

Le principali conseguenze sono state: caduta verticale della produzione di olio di qualità con ripercussioni negative sull’economia e l’occupazione agricola della zona; alterazione del paesaggio agrario e dell’immagine storico-culturale del Salento, tanto attrattiva per gli amanti del territorio e per i turisti; duro colpo all’ecosistema, in quanto la perdita di milioni di alberi di ulivo in un’area sprovvista di boschi ha privato l’ambiente del ruolo fondamentale esercitato dalle chiome sempreverdi degli ulivi, in grado di sottrarre enormi quantità di CO2 dall’atmosfera, immettendo ossigeno, così contribuendo a combattere il cambiamento climatico.

Il professore Giovanni martelli-2Sono trascorsi circa sei anni da quell’autunno del 2013, quando alcuni scienziati degli Istituti di ricerca baresi (Cnr e Università degli Studi ) scoprirono come causa del disseccamento rapido degli ulivi del Basso Salento il batterio patogeno di importazione americana, ‘Xylella fastidiosa’, sottospecie ‘Pauca ST53’, che si propaga attraverso un insetto vettore, la ‘Cicalina sputacchina’ (Philaenus spumarious ).  Che cosa è cambiato in tutto questo tempo? Soprattutto, a che punto siamo con l’individuazione di un rimedio?  Per fare il punto della situazione abbiamo rivolto queste ed altre domande al professore Giovanni Martelli, docente emerito di Patologia Vegetale dell’Università degli Studi di Bari. Ecco il testo dell’intervista.

D.   Risulta che siano state utilizzate nuove tecniche per il monitoraggio e la sorveglianza della diffusione di Xylella e del suo insetto vettore. I traguardi raggiunti possono farci sperare di essere vicini alla soluzione finale, l’eliminazione della malattia?

R. Temo di no. Dalle aree in cui si è insediata la Xylella non se ne andrà. Questo è quanto è accaduto nelle Americhe. È difficile sperare che da noi le cose vadano in altro modo.

D. L’azione così devastante della Xylella negli uliveti, a partire dal Basso Salento, non dimostra che insieme alla minore ed accertata resistenza all’attività del batterio opposta dalle varietà di ulivo Cellina ed Ogliarola, le più diffuse in zona, abbiano agito numerose e diverse cause nel determinare la diffusione del contagio? La prolungata assenza di buone pratiche colturali negli uliveti (potatura, lavorazioni ai terreni, privi di sostanza organica), diffusa presenza di malattie delle piante (carie, rogna, etc.), uso sconsiderato di erbicidi, non sono altrettanti fattori che, indebolendo la vitalità delle piante, hanno creato un ambiente favorevole alla vita del patogeno?

R. Se è verosimile che la gestione degli oliveti che lei ha descritto e la predominanza   di cultivar quali Cellina di Nardò ed Ogliarola salentina prive di resistenza alla Xylella abbiano favorito l'insediamento del batterio, ancora una volta l'esperienza americana ci insegna che lo scenario odierno non sarebbe molto migliore di quello che abbiamo di fronte, anche in presenza di condizioni di coltivazione più soddisfacenti. 

Xylella-3

D. Poiché si è appurato che la Xylella fastidiosa è un batterio non eradicabile dall’area infetta del Salento e che, pertanto, si è costretti a convivere con questo patogeno e considerato che le due varietà di ulivo, più diffuse Cellina ed Ogliarola, manifestano scarsissime resistenze all’azione del batterio, le conclusioni da trarre da questa situazione sono che in un futuro più o meno prossimo tali varietà, coltivate da tempo immemorabile in zona, scompariranno dallo scenario varietale dell’ intero territorio, con effetti negativi sull’immagine e l’economia del Salento?

R.  Come dico qui di seguito, per salvare le cultivar che ha citato si dovrebbe ricorrere al miglioramento genetico per renderle resistenti.

D. La ricerca e la sperimentazione agraria hanno individuato due varietà di ulivo, il Leccino e l’FS-17 (Favolosa), resistenti all’azione della Xylella. Si è accertato, inoltre, che alcuni sovrainnesti di leccino di svariati anni su tronchi di Ogliarola sopravvivono e tollerano bene la malattia e che i tronchi di Ogliarola continuano a mantenere la funzionalità vascolare. Insieme a questo dato interessante, quali risultati sta ottenendo l’attività di ricerca su germoplasma locale per individuare la presenza di piante che manifestano tolleranza alla malattia del disseccamento da Xylella fastidiosa, allo scopo da salvaguardare dall’estinzione le varietà locali di ulivo?

R. Sono corso ampie indagini da parte di olivicoltori salentini e ricercatori universitari e del Cnr volte alla ricerca di cultivar resistenti che possano rimettere in piedi l'industria olivicolo-olearia salentina. Salvare le cultivar ampiamente coltivate localmente (Cellina di Nardò ed Ogliarola salentina) è certamente desiderabile ed auspicabile, ma non vedrei altra via se non quella del miglioramento genetico. Il trasferimento di resistenza in queste cultivar è una possibilità perseguibile, tenendo a mente che i tempi sarebbero comunque assai lunghi.

xylella torchiarolo-2

D. Il problema della Xylella non è solo pugliese o nazionale, ma mediterraneo, europeo ed internazionale. In tale più ampio ambito, come si rapportano i progetti di ricerca POnTE, finanziato dalla UE, nell’ambito del Programma Horizon 2020, coordinato dal dott. Donato Boscia del Cnr di Bari ed il progetto Xf-Actors, coordinato dalla dott.ssa Maria Saponari dello stesso Cnr, con analoghi progetti sviluppati da enti di ricerca stranieri, al fine di giungere con azioni combinate e sinergiche a trovare quanto prima un antidoto efficace contro la fitopatia degli ulivi, provocata da Xylella fastidiosa?

R. I progetti che ha citato sono stati lanciati proprio nel tentativo  di trovare mezzi efficaci, se non risolutivi, nella lotta alla Xylella. La speranza è che ci si riesca.

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