Rigassificatore, indagine anche sulla recente istruttoria della Commissione Via

BRINDISI – La procura di Brindisi, con una acquisizione di fascicoli già avvenuta presso il ministero dell’Ambiente, intende vederci chiaro anche nel secondo iter autorizzativo del progetto del rigassificatore di Brindisi, quello sfociato nelle scorse settimane nel decreto firmato dai ministri Stefania Prestigiacomo e Sandro Bondi, che formalizza il parere favorevole della Commissione per la Valutazione di impatto ambientale.

Un rendering del rigassificatore di Brindisi

BRINDISI – La procura di Brindisi, con una acquisizione di fascicoli già avvenuta presso il ministero dell’Ambiente, intende vederci chiaro anche nel secondo iter autorizzativo del progetto del rigassificatore di Brindisi, quello sfociato nelle scorse settimane nel decreto firmato dai ministri Stefania Prestigiacomo e Sandro Bondi, che formalizza il parere favorevole della Commissione per la Valutazione di impatto ambientale. Il primo iter, quello conclusosi con il decreto autorizzativo del gennaio 2003 senza sottomissione a Via, è al centro del processo per corruzione, falso e occupazione abusiva di area demaniale marittima nato dall’Operazione High Confidential del 12 febbraio 2007, con 5 arresti inclusi il sindaco pro tempore Giovanni Antonino, l’operatore marittimo Luca Scagliarini e tre manager di British Gas Italia, e il sequestro ancora attivo del cantiere di Capo Bianco.

Il secondo procedimento è nato invece quando il governo Prodi, su pressione della Commissione Ue (attivata da un ricorso della Provincia di Brindisi, amministrazione Errico), con decreto Bersani-Pecoraro Scanio del 20 settembre 2007, ha imposto l’iter per la Valutazione di impatto ambientale e sospeso la precedente autorizzazione. Procedura affidata poi ad una nuova commissione quando con l’avvento del governo di centro destra la ministra Prestigiacomo applicò uno spoil system avversatissimo ma vincente davanti alla giustizia amministrativa.

Ma recentemente le organizzazioni ambientaliste hanno presentato alla procura di Brindisi un supplemento all’esposto di alcuni mesi fa, in cui sottolineavano una serie di presunte violazioni ed omissioni, tra cui l’aver accettato da parte della Commissione Via un nullaosta di fattibilità circa i rischi di incidenti industriali (Nof), assolutamente non aggiornato, malgrado una esplicita prescrizione alla Brindisi Lng effettuata dal ministero stesso ma nell’ultimo periodo del governo Prodi.

Ciò ha probabilmente innescato la delega affidata dai pm Giuseppe De Nozza e Silvia Nastasia alla Digos, per acquisire gli atti della Commissione Via. Eventuali emergenze di rilievo penale – ammesso che ve ne siano – diventerebbero però non oggetto di una indagine bis, bensì di una probabile richiesta di ammissione di nuovi atti al processo già in atto davanti al tribunale di Brindisi, dove tra gli imputati vi sono molti ex (ex sindaco ed ex manager) ma anche qualcuno che ha fatto carriera, come il responsabile del procedimento conclusosi nel gennaio del 2003, Gilberto Dialuce, promosso direttore generale del Ministero dell’Ambiente. La polizia ha già effettuato a Roma i necessari sopralluoghi.

Questo a dimostrazione che la partita giudiziaria attorno al progetto del rigassificatore, affidato da British Gas alla Brindisi Lng, è tutt’altro che chiusa malgrado le sopravvenute (ma non formalmente dichiarate) prescrizioni per le circostanze di corruzione. Mentre è notoriamente apertissima anche sul fronte tecnico amministrativo malgrado l’ottimismo ostentato dalla società inglese e dai suoi sostenitori locali, a partire da Confindustria, Cisl e Uil.

A parte la permanenza del sequestro penale dell’area del cantiere, che può resistere e tramutarsi in confisca anche in caso di prescrizione del reato di occupazione abusiva di area demaniale marittima (ci vorrebbe una assoluzione per rimuoverlo), ci sono le prescrizioni imposte dalla stessa Commissione Via. Tra cui spicca la modifica sostanziale alla parte che riguarda i due serbatoi di stoccaggio del metano, da 160mila metri cubi ciascuno, che non potranno più avere sviluppo interamente esterno al livello della colmata di Capo Bianco, ma dovranno essere interrati per 30 metri nel fondale marino, in apposite vasche isolate dal contesto di falde e fanghi contaminati che caratterizzano il sottosuolo del sito.

Considerando che i serbatoi sono alti poco meno di 60 metri, ed hanno un diametro di 80 metri, tra caratterizzazioni e bonifiche obbligatorie, autorizzazioni conseguenti, scavi, realizzazione delle gigantesche vasche di contenimento, passerà tempo sufficiente a fare saltare nuovamente di molti mesi i tempi del piano industriale. Ammesso che il cantiere venga dissequestrato a breve. Ammesso che non abbiano esito positivo le impugnazioni del decreto di Via annunciate da Regione Puglia e Comune di Brindisi. Troppe incognite per considerare finita la partita, anche se il ministero delle Sviluppo alla fine, malgrado l’opposizione dei governi territoriali, dovesse firmare un nuovo decreto autorizzativo.

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